L’ANTICHISSIMA GENTE DEI MONTI

A cura di Ciro A. R. Abilitato

Il sentimento che doveva accompagnare i conquistatori Romani quando si addentravano nelle foreste di terre sconosciute, è ben espresso nel racconto di un sogno che lo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft espose in una lettera all’amico Donald Wandrei alla fine del 1927. Come è noto, il sogno non prese mai la forma vera e propria di un racconto, ma Lovecraft permise a Frank Belknap Long d’inserirlo nel romanzo breve The Horror from the Hills. Riporto di seguito, tanto per rendere l’idea, la suggestiva storia gotica The Very Old Folk esposta nella citata lettera del 1927, di cui il sottoscritto posside la vera prima versione, quella che la curiosità della zia Lilian del solitario di Providence riuscì a recuperare dal cestino della carta straccia durante una delle misteriose assenze notturne dell’insonne nipote.

THE VERY OLD FOLK

Dalla prima inedita stesura della lettera scritta il 2 novembre 1927 da H. P. Lovecraft, destinata a Donald Wandrei.

Caro Melmoth

Ho dato di recente un’occhiata all’Eneide, nella traduzione di James Rhodes, una versione che non avevo mai finora visto, e che mi ha riportato col pensiero al tempo degli antichi Romani. Quella di Rhodes è la più fedele a Virgilio di qualsiasi altra traduzione da me letta, compresa quella inedita del mio defunto zio dr. Clark. La parentesi virgiliana, unita ai fantastici pensieri che sempre in me suscitano la vigilia di Ognissanti e i sabba di Halloween celebrati fra le colline, deve avermi ispirato, la notte di lunedì, un sogno di eccezionale forza e vividezza ambientato in epoca romana. Un sogno così carico di immane e latente orrore che un giorno certamente me ne servirò in uno dei miei racconti. I sogni di ambientazione romana non erano affatto infrequenti nella mia giovinezza: ricordo di essere stato al seguito del divino Cesare per tutta la Gallia, e di notte assumevo la personalità del tribuno Milibo. Ma è trascorso così tanto tempo che ora questa cosa mi ha impressionato con vigore straordinario.

Nel sogno si era nell’ora di un tramonto fiammeggiante, o comunque nel tardo pomeriggio. Io mi trovavo nella città provinciale di Pompelo, nella Spagna Citeriore, ai piedi dei Pirenei. L’epoca doveva essere presumibilmente quella della tarda repubblica, perché la provincia, invece che da un legato pretorio, era ancora governata da un proconsole del senato, come ai tempi degli imperatori, e il giorno era quello che precedeva le Calende di novembre. A nord della piccola città si elevava una catena di monti color porpora e oro. Il sole splendeva mistico e rossigno a occidente, sulla rozza pietra nuova e sugli edifici in calcestruzzo del foro polveroso, mentre le pareti di legno del circo sorgevano a qualche distanza, verso est. Gruppi di cittadini e legionari affollavano le poche strade pavimentate e il foro: c’erano coloni romani dalla fronte spaziosa, genti romanizzate del luogo con i capelli crespi e incroci dei due gruppi, tutti vestiti con toghe di lana a buon mercato. I legionari procedevano a piccoli gruppi, coperti di elmi e mantelli pesanti, mentre membri delle tribù circostanti di vascones o baschi andavano mescolandosi alla moltitudine. In tutti si avvertiva un vago e indefinito disagio. Io stesso ero sceso da una lettiga che portatori illirici avevano condotto in fretta da Calagurris, un centro al di là dell’Ebro, in direzione sud-ovest. Nel sogno ero un questore provinciale di nome L. Celio Rufo, ed ero stato convocato dal proconsole P. Scribonio Libone, giunto da Tarragona alcuni giorni prima. I soldati erano quelli della V coorte della Dodicesima Legione di stanza in Spagna, ed erano sotto il comando del tribuno militare Sesto Asellio. Da Calagurris, dove aveva sede il comando permantente, era arrivato anche il legato della regione, Curio Balbuzio.

Motivo del convegno era un orribile mistero che si annidava tra i monti: la gente della città era terrorizzata e aveva reclamato l’invio di una coorte da Calagurris. Si era nel periodo più temuto dell’autunno, e le popolazioni barbare delle montagne si preparavano alle spaventose cerimonie di cui giungevano nei centri abitati solo voci confuse, ma sufficienti a generare un panico serpeggiante. Quei selvaggi erano gli antichissimi abitatori delle regioni più inaccessibili situate tra le circostanti alture, e parlavano un idioma tribale che neppure i vascones riuscivano a comprendere. Li si vedeva raramente, ma nel corso dell’anno quell’antica gente mandava a volte i suoi piccoli e gialli messaggeri dagli occhi a mandorla, simili a sciiti, a commerciare coi mercanti in città. Ovviamente si esprimevano a gesti, ma si sapeva che ogni primavera e ogni autunno, il loro popolo organizzava sui fianchi dei monti riti abominevoli, mentre i fuochi accesi sugli altari e le urla diffondevano il terrore nei villaggi. La sequenza degli avvenimenti era sempre la stessa: i riti avevano luogo la notte prima delle Calende di maggio e quella avanti le Calende di novembre. Nei giorni immediatamente precedenti sparivano dai villagi diverse persone, di cui poi non si veniva a sapere più nulla. Circolavano voci secondo cui i pastori e i contadini della regione non fossero del tutto mal disposti verso l’antica gente, sicché la notte dei due orribili sabba più d’una capanna dal tetto di paglia rimaneva regolarmente vuota.

Quell’anno il terrore aveva preso ad incombere in modo particolarmente impressionante, perché la gente sapeva che Pompelo era ora minacciata più da vicino dalla collera dell’antico popolo. Tre mesi prima, cinque piccoli mercanti dagli occhi a mandorla erano scesi dalle montagne, e nel corso di una rissa scoppiata al mercato tre di essi erano rimasti uccisi. I due superstiti erano tornati ai loro monti senza profferire parola, e quell’autunno neppure un’anima era sparita dai centri abitati. Questa strana immunità era subito apparsa a tutti piuttosto singolare, per cui la gente ora presagiva una minaccia peggiore. Non era pensabile che l’antica gente delle montagne avesse rinunciato alle vittime da destinare ai sabba. Tutto procedeva fin troppo bene per essere normale, e gli abitanti della piccola città avevano paura. Per molte notti un cupo risuonare di tamburi era giunto dalle alture, finché l’edile Tiberio Annèo Stilpone – un uomo nelle cui vene scorreva un cinquata per cento di sangue locale – aveva fatto richiesta a Balbuzio, a Calagurris, di una Coorte, affinché nel corso della notte venissero decimati coloro che prendevano parte a quei riti orrendi. Balbuzio aveva inavvedutamente rifiutato, sulla base del fatto che le superstizioni locali non avevano fondamento, e che i disgustosi riti del popolo delle montagne non riguardavano i romani, a meno che i nostri stessi concittadini non fossero direttamente minacciati. Io, tuttavia, che nel sogno ero intimo amico di Balbuzio, non concordando con questa risoluzione, sostenevo di aver esaminato a fondo le oscure e occulte credenze di quelle genti, in virtù delle quali esse sarebbero state capaci di rovesciare sulla città qualsiasi sciagura. Dopotutto Pompelo era pur sempre una colonia romana e riuniva entro le sue mura un gran numero di nostri concittadini. La stessa madre dell’edile, Elvia, era di nobile stirpe romana, figlia di quell’Elvio Cinna giunto qui con l’esercito di Scipione, e lei pure temeva per le sorti della comunità. Avendo perciò tutto questo attentamente considerato, avevo inviato presso il nosro proconsole uno schiavo – un greco piccolo e minuto di nome Antipater – affidandogli alcune missive. Scribonio aveva ascoltato con interesse la mia perorazione e aveva ordinato a Balbuzio di inviare sul posto la quinta coorte comandata da Asellio. L’ordine era di penetrare fra le montagne all’imbrunire, la sera delle Calende di novembre, e di reprimere con la massima forza gli eventuali riti orgiastici. I prigionieri, se mai ve ne fossero stati, sarebbero stati condotti a Tarragona in attesa di giudizio dinanzi al propretore. Avendo tuttavia Balbuzio protestato, si era reso necessario un ulteriore scambio di corrispondenza. Fu così che ebbi modo di dilungarmi più estesamente intorno ai fatti occorsi e di informare il proconsole di ogni cosa nei minimi dettagli. Questi, rimasto dal suo canto molto incuriosito dai miei argomenti, mi aveva annunciato una prossima visita in città al fine di condurre una personale inchiesta sul caso. Messosi finalmente in marcia per Pompelo con i suoi attendenti e littori, una volta giunto in città aveva sentito tanti e tali racconti da rimanere profondamente impressionato e addirittura turbato, quindi aveva ribadito con fermezza l’ordine di reprimere le sacrileghe pratiche notturne dell’antico popolo dei monti. In quella circostanza, volendo conferire con qualcuno che avesse opprofondito in modo particolare la conoscenza dei fatti, si tratenne a parlare con me, ascoltando con partecipazione le mie descrizioni e desiderando conoscere le mie personali congetture in merito all’intera vicenda, ordinandomi poi di accompagnare la coorte di Asellio. Balbuzio, dal canto suo, ci aveva raggiunti per sconsigliarci calorosamente dall’intraprendere l’impresa, convinto che una drastica azione militare avrebbe finito col provocare una pericolosa inquietudine fra i vascones, sia tra quelli che facevano parte delle tribù selvagge che tra quelli inurbati.

Ci trovavamo dunque tutti al mistico tramonto delle colline autunnali: il vecchio Scribonio Libone con la sua toga praetexta, illuminato dai raggi dorati del sole che si riflettevano sulla sua testa calva e il volto rugoso e aquilino; Balbuzio con l’elmo e la corazza scintillanti, le labbra strette di chi dissente ma si piega alla più forte volontà, con appena un’ombra di barba azzurrognola sulle guance; il giovane Asellio con le insegne tirate a lucido e un ghigno di distaccata superiorità. E, a parte questi dignitari, la folla curiosa dei cittadini, dei legionari, dei membri delle tribù vicine, dei contadini, i littori, gli schiavi e gli attendenti. Per quanto mi riguarda, io indossavo una toga comune e non avevo alcunché di particolare che mi distinguesse.

Ovunque aleggiava l’orrore; la gente di città e quella del contado non osava quasi parlare a voce alta, e gli uomini della coorte di Libone, che da circa una settimana avevano impiantato il loro accampamento nella regione, sembravano aver in parte assorbito quel terrore senza nome. Anche il vecchio Scribonio appariva molto serio, e le chiassose esclamazioni di noi altri, che eravamo gli ultimi arrivati, avevano un che d’inappropriato, come di chi si metta a gridare in un luogo di morte o nel sacro tempio di una potente divinità. Entrammo nel pretorio ed ivi tenemmo gravi consultazioni. Balbuzio avanzò le sue obiezioni, che furono sostenute da Asellio, il quale nutriva un profondo disprezzo per i nativi, e che pure non riteneva opportuno provocare. I due militari sostenevano che avremmo potuto difendere più vantaggiosamente la minoranza dei coloni e dei nativi civilizzati ricorrendo ad una tattica di resistenza passiva, anziché schierarci apertamente contro una moltitudine probabilmente numerosa di selvaggi e di contadini isolati, i cui riti abominevoli avremmo dovuto reprimere. Da parte mia, rinnovai la richiesta di azione, offrendomi di accompagnare la coorte nel caso che si fosse deciso di intraprendere la spedizione al di là delle alture. Sottolineai che i barbari vascones erano inaffidabili e turbolenti, e che qualunque politica avessimo adottato con loro, uno scontro sarebbe stato prima o poi inevitabile; ma che in passato non si erano rivelati per le nostre legioni avversari temibili; e inoltre, che non sarebbe stato degno di rappresentanti del Popolo Romano tollerare che dei rozzi barbari continuassero ad interferire col sistema di vita delle colonie, e che di conseguenza le circostanze imponevano di adottare la condotta richiesta dal senso di giustizia e dal prestigio della Repubblica. D’altra parte, aggiunsi, il successo nell’amministrazione di una provincia dipendeva in larga misura dalla sicurezza e dalla buona volontà della parte civilizzata della popolazione, nelle cui mani riposava la macchina dei commerci e la prosperità locale, e nelle cui vene scorreva ormai una buona parte di sangue italico. Erano costoro, per quanto numericamente limitati, l’elemento stabile sulla cui fermezza e fedeltà ai nostri ordinamenti potevamo fare affidamento, quella parte la cui cooperazione avrebbe saldamente legato la provincia alla volontà del Senato e del Popolo Romano. Era quindi da considerarsi un dovere, oltre che un vantaggio, garantire a costoro la protezione che si deve ad ogni cittadino romano, anche se ciò fosse costato qualche sforzo o un po’ di movimento – e qui lanciai alla volta di Balbuzio e di Asellio un’occhiata carica di mal dissimulato sarcasmo −, e magari una breve interruzione delle partite a dadi e delle lotte galliche nell’arena di Calagurris.

Che il pericolo per la città e gli abitanti di Pompelo fosse autentico, i miei studi non consentivano di metterlo in dubbio. Avevo letto molti papiri raccolti in Siria, in Egitto e nelle misteriose città dell’Etruria, ed avevo parlato a lungo col sanguinario sacerdote di Diana Aricina, custode del tempio che sorge nei sacri boschi del lago di Nemi. La notte del sabba sarebbe stata densa di oscuri presagi e potevano calare dai monti pericoli tremendi, calamità tali che non potevano trovare posto e comprensione all’interno dei territori abitati dal popolo romano. Consentire tali riti orgiastici nel corso di quelle celebrazioni sarebbe equivalso a tradire i costumi dei nostri antenati, che sotto il console Postumio avevano decretato la repressione dei baccanali praticati in Apulia, nel Bruzzio, in Campania, in Lucania, e che avevano raggiunto Roma, e a causa dei quali per non pochi degli stessi cittadini romani era stata disposta la condanna capitale. Avvenimenti la cui memoria veniva perpetuata dal Senatus Consultum de Bacchanalibus, scolpito sul bronzo ed esposto nel Foro accanto alle leggi delle XII Tavole, a disposizione di chiunque volesse leggerlo.

Repressi per tempo, e prima che riuscissero nello scopo di evocare entità che il ferro di un pilum romano non sarebbe stato poi in grado di affrontare, i misterici riti dei barbari non avrebbero rappresentato per il momento un difficile ostacolo neanche per una sola coorte. Solo i partecipanti avrebbero dovuto essere arrestati: la strategia di lasciar liberi i semplici spettatori avrebbe ridimensionato considerevolmente il risentimento dei montanari. In altre parole, tanto i nostri princìpi morali quanto la nostra politica richiedevano un’azione drastica. Da parte mia non dubitavo che Publio Scribonio, avendo chiari nella mente i doveri imposti dalla dignità e dagli ordinamenti del Popolo Romano, avrebbe condisceso al mio piano e inviato quanto prima la coorte con il mio accompagnamento, nonostante le obiezioni di Balbuzio e Asellio. Costoro avrebbero anche potuto insistere, ripetendo e moltiplicando le loro ragioni, ma senz’altro parlando da provinciali superstiziosi e non da veri romani.

Il sole era ormai molto basso e l’intera città appariva drappeggiata di riflessi purpurei in un alone irreale di luce malevola, allorché Publio Scribonio, il proconsole, manifestò dinanzi ai presenti la sua approvazione per le parole che avevo saputo trovare a difesa delle mie argomentazioni, assegnandomi alla coorte col grado provvisorio di centurio primipilus. Udite le parole del proconsole, Balbuzio e Asellio si piegarono rispettosamente, il primo con minor grazia del secondo.

Quando il crepuscolo d’autunno avvolse le montagne, un orribile e cadenzato battito di tamburi si levò dalle alture, scendendo e riecheggiando sinistramente nelle valli, mentre da ogni direzione i calami ad utricolo dei pastori guerrieri prendevano ad intonare le loro stridule note su nenie raccapriccianti e su ritmi di danza spaventosi. Alcuni legionari si mostrarono visibilmente scossi, ma gli ordini del tribuno e i rauchi comandi dei superiori li riportarono nei ranghi; così presto la coorte poté avviarsi composta nel tratto di pianura che si stendeva a oriente del circo. Lo stesso Libone insistette affinché gli venisse accordato di accompagnare le milizie insieme a Balbuzio, ma per trovare una guida disposta ad indicarci la via da seguire attraverso i frastagliati accessi delle montagne si dovette tribolare un bel po’ e fu appena sufficiente la promessa di grano per tutto l’anno e il privilegio del libero accesso ai giochi di Calagurris. Finalmente un giovane di nome Vercellio, figlio di coloni romani, accettò di farci strada, almeno fino alle pendici della catena montuosa. Ci avviammo all’imbrunire, con un’esile falce di luna nuova che fluttuava fra diafani sudari di nuvole sulle cime dei boschi alla nostra sinistra.

Ciò che più ci inquietava era il fatto che il sabba si svolgesse comunque. Sui monti era ormai certamente giunta voce della nostra spedizione, e nonostante la mancanza di notizie sicure di cosa dall’altra parte accadesse, da parte nostra la faccenda non appariva affatto rassicurante: il suono dei tamburi continuava sinistro, così come quello dei lontani sibili continui dei calami pastorali, resi più potenti rispetto alle tibie frigie dall’utricolo in cui erano conficcati, come se i celebranti fossero rimasti indifferenti alla notizia che l’esercito del Popolo Romano avanzasse contro di loro.

I suoni si fecero più intensi quando entrammo in una ripida gola fra le alture; i fianchi fittamente alberati ci chiudevano ogni via di fuga da una parte e dall’altra, e alla luce ondeggiante delle torce apparivano le forme contorte di rocce e di tronchi millenari, tra i quali sembravano nascondersi bizzarre presenze, fatto che naturalmente noi attribuivamo alle circostanze di quella notte di tregenda, e che certamente erano il prodotto delle nostre menti suggestionate. I soldati avanzavano in compatte squadre già pronte a dividersi in manipoli ed erano tutti a piedi, tranne Libone, Balbuzio, Asellio, due o tre centurioni e io stesso, i vèliti si erano disposti ai lati e garantivano una attenta sorveglianza, ma alla fine il sentiero divenne così scosceso e angusto che l’intera coorte dovette ridursi a due sole file e i cavalli dovettero venire abbandonati. Un manipolo di dieci uomini fu lasciato sul posto col compito di sorvegliarli, anche se era improbabile che in una simile notte di terrore si aggirassero per quei luoghi ladri di bestiame. Di quando in quando ci sembrava di scorgere tra la fitta vegetazione una figura acquattata, ma nulla accadeva, nessun movimento che non fosse da attribuirsi ad animali selvatici o alla foresta stessa allarmò le scolte. Dopo circa mezz’ora di arrampicata da che avevamo lasciato le nostre cavalcature, le difficoltà del sentiero aumentarono, rendendo problematica, nel buio denso come la pece, tra la folta vegetazione, l’avanzata di un corpo tanto nutrito (eravamo più di trecento uomini di tutto punto equipaggiati).

A tratti i suoni dei calami ad utricolo sembravano venire assorbiti dalla notte mentre rimaneva la cupa cadenza dei tamburi, per poi riprendere come prima, ma con ritmo più trascinato. Improvvisamente, durante uno di questi spacchi, udimmo provenire dal basso un lamento spaventoso che lacerò la notte al di sopra del suono dei tamburi, lasciandoci tutti esterrefatti. Erano i cavalli che avevamo lasciato prima di imboccare la stretta gola nella quale ci eravamo addentrati, e che ora gridavano… No, non intendo affatto dire che nitrissero, ma proprio che gridavano… Non potrei esprimermi diversamente, giacché potei udire distintamente il suono di quella voce innaturale. A valle non c’era la minima luce e non sentimmo voci di uomini. Impossibile capire perché le bestie si comportassero a quel modo. Nello stesso momento sulle cime davanti a noi si accesero dei fuochi, sembrandoci così che il terrore non solo ci inseguisse ma che addirittura ci precedesse. Quando cercammo Vercellio, la nostra giovane guida, trovammo solo un mucchio di membra disarticolate in una pozza di sangue. Impugnava ancora il gladio preso dalla cintura di D. Vinulano, un vice centurione di valore aggregato al corpo dei triari, e il volto era una tale maschera di terrore che perfino i veterani più coraggiosi impallidirono. Si era ucciso quando i cavalli avevano gridato… Eppure era nato e cresciuto nella regione, conosceva i racconti che circolavano a proposito dei costumi degli abitanti di quei luoghi. Rimanevano perciò incomprensibili per noi tanto il suo gesto quanto la maschera di orrore offerta dall’espressione deformata del suo volto.

La luce delle torce cominciò ad impallidire e le grida dei legionari terrorizzati si mescolarono con quelle incessanti dei cavalli. L’aria si era fatta più fredda, certo più di quanto ci si possa aspettare all’inizio di novembre, ed era agitata da folate terribili che non potrei fare a meno di attribuire a qualcosa di simile al battito di ali gigantesche. La coorte era paralizzata, e mentre le torce illanguidivano, vidi quelle che mi parvero ombre fantastiche giganteggiare nel cielo, delineate nella spettrale luminosità della Via Lattea che correva attraverso Perseo, Cassiopea, Cefeo e il Cigno. Ma all’improvviso le stelle furono cancellate dal cielo. Persino le splendide Deneb e Vega che si trovavano davanti a noi, e la solitaria Altair e Fomalhaut alle nostre spalle sparirono. Quando le torce si furono spente del tutto, sulla coorte paralizzata e in preda al terrore non brillarono che le orrende lingue di fiamma degli altari sui monti: fiamme rosse, infernali, che ora permettevano di intravvedere, tra più rade coltri di fumo, le sagome colossali e in movimento di esseri così estranei alla terra che mai sacerdote frigio o indovino campano aveva osato descrivere nei suoi racconti. E su tutto le urla notturne di uomini e cavalli che il demoniaco frastuono dei tamburi spingeva a livelli sempre più disperati, mentre dai monti proibiti calava un vento gelido e dotato di una sua propria volontà, di una tremenda vitalità e volontà che gli permetteva di stringersi intorno a ciascun uomo separatamente, finché la coorte non fu tutta immobilizzata e sopraffatta dagli elementi e dal buio contro i quali aveva valorosamente ma invano lottato, avviata a subire un destino simile a quello toccato a Laocoonte e ai suoi figli. Solo il vecchio Scribonio Libone pareva rassegnato al precipitare degli eventi. Lo udii gridare dall’alto di una rupe alcune parole confuse che sovrastarono il fragore generale, e che ancora echeggiano nelle mie orecchie frastornate: «Malitia vetus est, primigenia Malitia… venit igitur… exsistit tandem… res aliena quae ex alto gurgite… quae ex gurgite altae tenebrae procedit… » [È l'antica Malvagità, la Perfidia primordiale... viene dunque... si manifesta infine... realtà estranea che dal profondo gorgo... che dal gorgo della profonda tenebra avanza...].

A questo punto del sogno mi sono svegliato. È stato il più vivido che abbia fatto in anni, e certo attinge a profondità del subconscio che da tempo non venivano lambite, tanto da sembrarmi addirittura perdute. Sul destino della coorte non esistono dati storici certi, ma la città, se non altro, fu salvata, dato che le enciclopedie riportano che Pompelo è sopravvissuta fino ai nostri giorni sotto il moderno nome di Pamplona…

Tuo per la supremazia gotica

G. Iulius Verus Maximinus

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6 risposte a L’ANTICHISSIMA GENTE DEI MONTI

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