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	<title>Serenus Bloom - SENTIERI - sul filo d&#039;Arianna &#187; ciroabilitato</title>
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	<description>Storia, Letteratura, Filosofia, Scienza</description>
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		<title>IL SACRIFICIO</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jun 2018 07:43:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Anan Ajad – Devil and Eve Il brano di Ajad che qui presento, diversamente dalle immagini del video (sarebbe stato meglio mostrare degli antichi templi immersi in una fitta foresta tropicale!), racconta della disperazione di una fanciulla che è stata &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10426">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anan Ajad – Devil and Eve </strong></p>
<p>Il brano di Ajad che qui presento, diversamente dalle immagini del  video (sarebbe stato meglio mostrare degli antichi templi immersi  in una fitta foresta tropicale!), racconta della disperazione di una fanciulla che è  stata scelta fra le ragazze più sane e belle della sua tribù per essere  offerta in sacrificio alla divinità del villaggio nel corso di un rituale propiziatorio. La  giovane vittima viene lasciata scappare nella foresta per essere poi  inseguita e infine braccata come una preda. Quando, dopo l&#8217;inutile ed  estenuante fuga, nel corso dell&#8217;inseguimento rituale, la vergine innocente viene catturata, ella è condotta dinanzi al collegio dei  sacerdoti e al popolo, e senza possibilità di indulgenza, viene immolata  sull&#8217;altare del sacrificio. Questo atteggiamento mentale nei confronti  di una divinità fittizia e sanguinaria non è tipico soltanto delle  società primitive, ma anche della contemporanea società umana, che  troppo spesso sacrifica, senza trarne alcun vantaggio, quanto di più  prezioso possiede nell&#8217;inseguire confusi ideali di perfezione e di  benessere. Il demonio della tradizione giudaico-cristiana, di solito,  non è così sbrigativo e brutale; è un essere civile, raffinato, dai modi  squisitamente urbani: sa rendersi desiderabile, conosce l&#8217;arte della  seduzione, i suoi argomenti sono suasivi e promette ricompense. In  questo caso, infatti, il peccato è sempre trasgressione, mai  sopraffazione o imposizione, ed ha in sé i caratteri dell&#8217;adesione  volontaria, del trasporto e della voluttà. È per questo motivo che,  entro determinati limiti e per ragioni non ancora ben chiare alla  scienza moderna, c&#8217;è qualcosa di desiderabile e di non condannabile  nell&#8217;antico concetto biblico di peccato. Esiste tuttavia un&#8217;altra  realtà, più ancestrale, che talvolta, con ogni ragione, avvertiamo come  estranea, ineluttabile, malefica, spietata ed inumana, o extraumana&#8230;</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hGaEkRryRkY"></a><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/hGaEkRryRkY" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/hGaEkRryRkY"></embed></object></p>
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		<title>IL PRESEPE, COME UN MANDALA</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 11:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato Questo presepe impegna una superficie inferiore a 1 metro quadro ed occupa un volume che non arriva a 1 metro cubo. Le sue dimensioni sono infatti 94 cm di larghezza, 74 cm di profondità, 77 &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10604">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<div id="attachment_10605" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/01_20171228.jpg"><img class="size-large wp-image-10605" title="Ciro A. R. Abilitato _ Presepe 2017" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/01_20171228-1024x768.jpg" alt="" width="640" height="480" /></a><p class="wp-caption-text">SrenusBloom _ Presepe 2017</p></div>
<p>Questo presepe impegna una superficie inferiore a 1 metro quadro ed occupa un volume che non arriva a 1 metro cubo. Le sue dimensioni sono infatti 94 cm di larghezza, 74 cm di profondità, 77 cm di altezza. Si può perciò ben dire che esso si racchiuda in un abbraccio.</p>
<p>L&#8217;intero diorama è stato allestito in 30 giorni di lavoro, utilizzando i materiali più semplici, quali carta da imballaggio, cartone, polistirolo, un po&#8217; di sughero, come la tradizione dell&#8217;arte presepiale napoletana richiede, stucchi e collanti, senza un disegno di progetto e senza l&#8217;ausilio di mezzi elettronici. Ogni elemento, dal più grande al più piccolo (esclusi i pastori, che comprai una quindicina d&#8217;anni fa a San Gregorio Armeno, a Napoli) è stato riprodotto con i semplici materiali grezzi di base.</p>
<p>Sebbene questo presepe non riproduca un luogo reale, esso rispecchia fedelmente una mia idea, ispiratami da una leggenda cristiana, dal consueto paesaggio e dalla tipica architettura della costa della Campania, nonché da un altorilievo che si trova nella storica Chiesa dell&#8217;Annunziata, nella città di Torre del Greco, allocato in una nicchia del primo altare laterale, entrando sulla destra, il quale riproduce uno scorcio dell&#8217;antica città corallina.</p>
<p>Chi visita il mio presepe, anche attraverso le immagini che di esso propongo, deve immaginarsi come un pellegrino che si accosta dal mare (il mare della vita), e che, trasportato dalle onde, supera l&#8217;imboccatura di un placido porticciolo, col fanale rosso a sinistra e il verde a destra, per approdare alla spiaggia di un pacifico villaggio di pescatori, dove il paesaggio invernale è ravvivato dai colori della rigogliosa vegetazione che fa capolino oltre i muri di recinzione dei giardini e degli orti sparsi tra le rustiche case. Giardini odorosi, orti traboccanti di frutti, boschi silenti e pinete assolate ammaliate dallo stridulo canto delle cicale. Ovunque alberi dai tronchi contorti che si inerpicano fin sulla collina, dove, come un faro, si erge la torre saracena. L&#8217;antica torre di vedetta, simile a quella dell&#8217;Uncino sul litorale della città di Torre del Greco, che unisce e non divide, e che con la sua lanterna traeva in salvo, un tempo, i marinai nelle notti di tempesta, intercettando i loro navigli squassati dalle raffiche degli austri e dai venti di settentrione. A quella stessa luce, lanciata nel vuoto e sconfinato nulla, privo di appigli e di speranza, si aggrappavano i naufraghi. Questo è il luogo in cui, nella mia rappresentazione, si ritrovano tutti coloro che non sono stati risucchiati dall&#8217;abisso del nulla. Tutti coloro che, oltre ogni mondana apparenza, conservarono e ancora conservano acceso il loro lume interiore.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/11_201712192.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10720" title="11_20171219" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/11_201712192-768x1024.jpg" alt="" width="640" height="853" /></a></p>
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<p>Narra una leggenda, riportata in lingua greca, in aramaico, in ebraico e in svariati idiomi cananaici su ammuffiti rotoli di carta pecudina dagli scontrosi eremiti di Cappadocia, che nel giorno della nascita di Gesù, tutta la vegetazione negli orti del villaggio di Natzrat, ossia di Nazareth, e nella campagna di Betlemme, inaspettatamente rinverdì, e che anche gli alberi che da anni non avevano più dato segni di vita si ricoprirono di gemme e di pomi gonfi di succo. Questo fenomeno, come riferiscono le antiche pergamene della regione delle fate, era iniziato sin dall&#8217;arrivo di Giuseppe e Maria a Betlemme, e andava aumentando a mano a mano che ci si avvicinava alla città del censimento, dove, si dice, perfino i ceppi da ardere, che i pastori avevano ammonticchiato e messi ad essiccare nelle legnaie per l&#8217;inverno, emettevano di ora in ora freschi germogli. In tali racconti, frutto probabilmente della fervida immaginazione degli inavvicinabili anacoreti della Cilicia, del Ponto e della Galazia, i quali separatamente tramandarono le storie che conoscevano, si dice che i magi provenienti dalla Caldèa, nell&#8217;ultimo tratto del loro viaggio al seguito della stella cometa, ebbero la sensazione, e con essa la conferma, di trovarsi sulla via giusta proprio a causa dei segni che la natura dei luoghi che attraversavano e il paesaggio via via loro mostravano.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/31_201801092.jpg"></a></p>
<p>Il <strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong>presèpe</strong> o <strong>presèpio</strong> è la rappresentazione plastica della natività di Gesù di Nazareth, visitato e adorato dai pastori e dai magi nel giorno dell&#8217;epifania come manifestazione visibile del Dio vivente rivelatosi in umana sembianza (teofania).</p>
<p>Il termine deriva dal lat. <em><strong>praesepe</strong></em> o <em><strong>praesepium</strong></em>, parola composta da <em><strong>prae-</strong></em> “innanzi” e <em><strong>saepes saepis</strong></em> (anche <strong><em>saeps</em></strong> <strong><em>saepis</em></strong> e <strong><em>sepes</em></strong> <strong><em>sepis</em></strong>) “siepe, barriera, chiuso, recinto, riparo, ricovero, rifugio”, e perciò “luogo riparato, protetto, riservato&#8221;, luogo raccchiuso da una recinzione, luogo recintato”. È lo “spazio chiuso, il luogo riparato, il ricovero, l&#8217;asilo e, per estensione, la tana, l&#8217;ovile, il nido, l&#8217;alveare, la stalla, la dimora, il luogo di vita domestica”. Per sineddoche è il tetto, il focolare, la mensa, la mangiatoia. In età medievale il presepe è anche chiamato <em>cripia</em>, termine mutuato dal francone <em>krippja</em>, indicante la mangiatoia, la rastrelliera per il fieno, da cui deriva l’italiano <em>greppia</em>, il tedesco <em>krippe</em>, l’inglese <em>crib</em> e il francese <em>crèche</em><em> (sostantivo femminile)</em>; termine quest’ultimo indicante, oltre che la mangiatoia e il presepe della tradizione cristiana, anche, per similitudine, il lettino per bambini munito di alte sponde e barriere lateali, nonché ogni luogo riservato ai bambini, ossia ai neonati e ai fanciullini in età prescolare. La greppia, infatti, è il vivaio, la nursery, il luogo dove si allevano e accudiscono i piccoli (non solo in ambito umano). È il luogo attrezzato riservato ai bambini (reparto maternità di un ospedale, asilo-nido, asilo infantile, scuola materna, camera di allattamento, stanza dei bambini, spazio giochi per bambini). &#8220;Greppia, Mangiatoia, Mensa&#8221; sono i nomi della Madre Terra e della Grande Madre. Il presepe è una rappresentazione del mondo. Non è infatti soltanto la capanna della Natività della rappresentazione cristiana, ma il mondo intero. Sia lo spazio intorno al sacro recinto (lo spazio profano, esterno al tempio e al bosco sacro), sia il mondo nel suo insieme, sono scenari di vita, e in quanto tali sono parte della grande rappresentazione che ha luogo nella casa comune di tutti i viventi. Di tale casa comune, il sacro recinto, la sacra mensa, il tempio, sono il cuore pulsante del nostro essere, ossia la parte più inviolabile della nostra natura, dove è conservata la memoria di quel che siamo e del mistero rappresentato dall&#8217;universo nella sua interezza. Ogni scenario che si dispieghi dinanzi al nostro sguardo, anche quando non è offerto nella forma della rappresentazione mistica, artistica, letteraria o poetica, è perciò un presepe, così come lo è ogni contesto di vita umana e di vita in generale. Presepe è lo spettacolo del mondo, uno squarcio di ciò che è e che accade intorno a noi, un ritaglio vivo della realtà in cui siamo calati e di cui molto poco sappiamo.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20180114_080329.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10657" title="20180114_080329" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20180114_080329-768x1024.jpg" alt="" width="640" height="853" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_072054.jpg"><img class="size-medium wp-image-10754 alignnone" style="margin: 5px;" title="20181216_072054" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_072054-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_082439.jpg"><img class="size-medium wp-image-10758 alignnone" style="margin: 5px;" title="20181216_082439" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_082439-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/31_201801092.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10737" style="margin: 5px;" title="31_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/31_201801092-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_072202.jpg"><img class="size-medium wp-image-10755 alignnone" style="margin: 5px;" title="20181216_072202" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181216_072202-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/30_201801092.jpg"><img class="size-medium wp-image-10736 alignnone" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="30_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/30_201801092-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/21_201801092.jpg"><img class="size-medium wp-image-10727 alignnone" style="margin: 5px;" title="21_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/21_201801092-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/24_201801092.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10730" title="24_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/24_201801092-768x1024.jpg" alt="" width="640" height="853" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/29_201801092.jpg"><img class="size-medium wp-image-10735 alignnone" style="margin: 5px;" title="29_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/29_201801092-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/27_201801092.jpg"><img class="size-medium wp-image-10733 alignnone" style="margin: 5px;" title="27_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/27_201801092-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/22_201801092.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10728" title="22_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/22_201801092-768x1024.jpg" alt="" width="640" height="853" /></a></p>
<p>È chiamato <strong>Ammasso del Presepe</strong> o <strong>Ammasso Alveare</strong>, ed è contrassegnato con la sigla <strong>M44</strong>, un ammasso stellare visibile ad occhio nudo, di età intorno ai 580 milioni di anni, situato a c. 500-600 anni-luce dalla Terra, tra le stelle γ e δ della costellazione del Cancro, chiamate rispettivamente Asellus Borealis (γ Cancri) e Asellus Australis (δ Cancri). L&#8217;ammasso fu indicato da Tolomeo come «la massa nebulosa nel seno del Cancro». È citato nel poema didascalico <em>Phaenomena</em> dal poeta greco Àrato di Soli, vissuto nel III secolo a.C., ed è menzionato da Ipparco di Nicea (190 – 120 a.C.) in un commentario ad un testo di Àrato. Nel 1609 venne studiato da Galileo, che con il suo cannocchiale vi annoverò 40 stelle, mentre con gli strumenti odierni se ne distinguono oltre 400, delle quali le più brillanti sono di classe spettrale A. La stella maggiore ha magnitudine 6,8. L&#8217;Ammasso del Presepe è formato da circa un migliaio di stelle tenute riunite per effetto della forza gravitazionale tra esse agente, per una massa totale pari a circa 500-600 masse solari.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/08_201712192.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10717" title="08_20171219" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/08_201712192-768x1024.jpg" alt="" width="640" height="853" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10726" style="margin: 5px;" title="20_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/19_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10725" style="margin: 5px;" title="19_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/19_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/18_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10724" style="margin: 5px;" title="18_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/18_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/13_201712192.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10722" style="margin: 5px;" title="13_20171219" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/13_201712192-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/17_201712242.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10723" style="margin: 5px;" title="17_20171224" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/17_201712242-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/10_201712192.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10719" style="margin: 5px;" title="10_20171219" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/10_201712192-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/09_201712192.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10718" style="margin: 5px;" title="09_20171219" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/09_201712192-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/07_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10716" style="margin: 5px;" title="07_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/07_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/06_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10715" style="margin: 5px;" title="06_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/06_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/05_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10714" style="margin: 5px;" title="05_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/05_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/04_201801092.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10713" style="margin: 5px;" title="04_20180109" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/04_201801092-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/03_201712283.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-10712" style="margin: 5px;" title="03_20171228" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/03_201712283-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_0725291.jpg"><img class="size-medium wp-image-10769 alignnone" style="margin: 5px;" title="20181221_072529" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_0725291-e1545376124797-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_075401.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10771" title="20181221_075401" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_075401-e1545376473850-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_072657.jpg"><img class="size-medium wp-image-10770 aligncenter" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="20181221_072657" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/20181221_072657-e1545376193224-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<div id="attachment_10650" class="wp-caption aligncenter" style="width: 672px"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/33_M44-Ammasso-del-Presepe.jpg"><img class="size-full wp-image-10650" title="33_m44-ammasso-del-presepe" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2018/01/33_M44-Ammasso-del-Presepe.jpg" alt="" width="662" height="548" /></a><p class="wp-caption-text">Ammasso Stellare M44 nella costellazione del Cancro, chiamato &quot;il Praesepe&quot; o &quot;l&#39;Alveare&quot;, o anche &quot;la Mangiatoia&quot; </p></div>
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		<title>ROSA VENTORUM 2/2 – TESTO LATINO DI RIFERIMENTO</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 13:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[DE VENTIS – SUI VENTI Traduz. Ciro A. R. Abilitato . Naturalis Historia Libri XXXVII Gaius Plinius Secundus &#8211; Plinius Senex Liber II [46] Veteres quattuor omnino servavere per totidem mundi partes – ideo nec Homerus plures nominat – hebeti, &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10565">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DE VENTIS – SUI VENTI</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Stau-Fohn-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10566" title="Stau-Fohn 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Stau-Fohn-01.jpg" alt="" width="659" height="494" /></a></p>
<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p>Naturalis Historia Libri XXXVII</p>
<p>Gaius Plinius Secundus &#8211; Plinius Senex</p>
<p>Liber II</p>
<p>[46] Veteres quattuor omnino servavere per totidem mundi partes – ideo nec Homerus plures nominat – hebeti, ut mox iudicatum est, ratione; secuta aetas octo addidit nimis subtili atque concisa. Proximis inter utramque media placuit, ad brevem ex numerosa additis quattuor. Sunt ergo bini in quattuor caeli partibus, ab oriente aequinoctiali subsolanus, ab oriente brumali vulturnus. Illum apelioten, hunc Graeci eurum appellant. A meridie auster et ab occasu brumali Africus; notum et Liba nominant. Ab occasu aequinoctiali favonius, ab occasu solstitiali corus; zephyrum et argesten vocant. A septentrionibus septentrio, interque eum et exortum solstitialem aquilo, aparctias et boreas dicti.</p>
<p>Numerosior ratio quattuor his interiecerat, thrascian media regione inter septentrionem et occasum solstitialem, itemque caecian media inter aquilonem et exortum aequinoctialem ab ortu solstitiali, Phoenica media regione inter ortum brumalem et meridiem, item inter Liba et notum conpositum ex utroque medium inter meridiem et hibernum occidentem Libonotum.</p>
<p>Nec finis. Alii quippe mesen nomine etiamnum addidere inter borean et caecian, et inter eurum notumque euronotum. Sunt etiam quidam peculiares quibusque gentibus venti, non ultra certum procedentes tractum, ut Atheniensibus sciron, paulo ab argeste deflexus, reliquae Graeciae ignotus. Aliubi flatus idem Olympias vocatur. Consuetudo omnibus his nominibus argesten intellegit. Caecian aliqui vocant Hellespontian, et eosdem alii aliter. Item in Narbonensi provincia clarissimus ventorum est circius nec ullo omnium violentia inferior. Ostiam plerumque secto Ligustico mari perferens. Idem non modo in reliquis partibus caeli ignotus est, sed ne Viennam quidem eiusdem provinciae urbem attingens: paucis ante milibus iugi modici occursu tantus ille ventorum coercitus! Et austros in Aegyptum penetrare negat Fabianus. Quo fit manifesta lex naturae, ventis etiam et tempore et fine dicto.</p>
<p>[47] Ver ergo aperit navigantibus maria, cuius in principio favonii hibernum molliunt caelum sole aquarii XXV obtinente partem. Is dies sextus Februarias ante idus. Conpetit ferme et hoc omnibus, quos deinde ponam, per singulas intercalationes uno die anticipantibus rursusque lustro sequenti ordinem servantibus. Favonium quidam a. d. VIII kalendas Martias chelidonian vocant ab hirundinis visu, nonnulli vero ornithian, uno et LXX die post brumam ab adventu avium flantem per dies VIIII. Favonio contrarius est quem subsolanum appellavimus.</p>
<p>Dat aestatem exortus vergiliarum in totidem partibus tauri VI diebus ante Maias idus, quod tempus austrinum est, huic vento septentrione contrario. Ardentissimo autem aestatis tempore exoritur caniculae sidus sole primam partem leonis ingrediente, qui dies XV ante Augustas kalendas est. Huius exortum diebus VIII ferme aquilones antecedunt, quos prodromos appellant. Post biduum autem exortus iidem aquilones constantius perflant diebus XL. Quos etesias appellant. Mollire eos creditur solis vapor geminatus ardore sideris, nec ulli ventorum magis stati sunt. Post eos rursus austri frequentes usque ad sidus arcturi, quod exoritur XI diebus ante aequinoctium autumni. Cum hoc carus incipit. Corus autumnat; huic est contrarius vulturnus.</p>
<p>Post id aequinoctium diebus fere IIII et XL vergiliarum occasus hiemem inchoat, quod tempus in III idus Novembres incidere consuevit; hoc est aquilonis hiberni multumque aestivo illi dissimilis, cuius ex adverso est Africus. Ante brumam autem VII diebus totidemque post eam sternitur mare alcyonum feturae, unde nomen ii dies traxere. Reliquum tempus hiemat. Nec tamen saevitia tempestatum concludit mare. Piratae primum coegere mortis periculo in mortem ruere et hiberna experiri maria; nunc idem avaritia cogit.</p>
<p>[48] Ventorum frigidissimi sunt quos a septentrione diximus spirare et vicinus iis corus. Hi et reliquos conpescunt et nubes abigunt. Umidi Africus et praecipue auster Italiae. Narrant et in Ponto caecian in se trahere nubes. Sicci corus et vulturnus, praeterquam desinentes. Nivales aquilo et septentrio. Grandines septentrio inportat et corus. Aestuosus auster, tepidi vulturnus et favonius. Iidem subsolano sicciores, et in totum omnes a septentrione et occidente sicciores quam a meridie et oriente. Saluberrimus autem omnium aquilo, noxius auster et magis siccus, fortassis quia umidus frigidior est. Minus esurire eo spirante creduntur animantes. Etesiae noctu desinunt fere et a tertia diei oriuntur. In Hispania et Asia ab oriente flatus est eorum, in Ponto ab aquilone, reliquis in partibus a meridie. Spirant autem et a bruma, cum vocantur ornithiae, sed leniores et paucis diebus. Permutant et duo naturam cum situ: auster Africae serenus, aquilo nubilus.</p>
<p>Omnes venti vicibus suis spirant, maiore ex parte autem ut contrarius desinenti incipit. Cum proximi cadentibus surgunt, a laevo latere in dextrum ut sol ambiunt. De ratione eorum menstrua quarta maxime luna decernit. Isdem autem ventis in contrarium navigatur prolatis pedibus, ut noctu plerumque adversa vela concurrant. Austro maiores fluctus eduntur quam aquilone, quoniam ille inferus ex imo mari spirat, hic summo. Ideoque post austros noxii praecipue terrae motus. Noctu auster, interdiu aquilo vehementior, et ab ortu flantes diuturniores sunt ab occasu flantibus. Septentriones inpari fere desinunt numero, quae observatio et in aliis multis rerum naturae partibus valet; mares itaque existimantur inpares numeri. Sol et auget et conprimit flatus: auget exoriens, occidens, conprimit meridianus aestivis temporibus. Itaque medio diei aut noctis plerumque sopiuntur, quia aut nimio frigore aut aestu solvuntur. Et imbribus venti sopiuntur. Expectantur autem maxime unde nubes discussae adaperuere caelum. Omnium quidem – si libeat observare minimos ambitus – redire easdem vices quadricennio exacto Eudoxus putat, non ventorum modo, verum et reliquarum tempestarum magna ex parte. Et est principium lustri eius semper intercalario anno caniculae ortu. De generalibus ventis haec.</p>
<p>[49] nunc de repentinis flatibus, qui exhalante terra, ut dictum est, coorti rursusque deiecti, interim obducta nubium cute, multiformes existunt. Vagi quippe et ruentes torrentium modo, ut aliquis placere ostendimus, tonitrua et fulgura edunt. Maiore vero inlati pondere incursuque, si late siccam rupere nubem, procellam gignunt, quae vocatur a Graecis ecnephias; sin vero depresso sinu artius rotati effregerunt, sine igni, hoc est sine fulmine, verticem faciunt, qui typhon vocatur, id est vibratus ecnephias. Defert hic secum aliquid abruptum e nube gelida, convolvens versansque et ruinam suam illo pondere adgravans ac locum ex loco mutans rapida vertigine, praecipua navigantium pestis, non antemnas modo, verum ipsa navigia contorta frangens, tenui remedio aceti in advenientem effusi, cui frigidissima est natura. Idem inlisu ipso repercussus correpta secum in caelum refert sorbetque in excelsum.</p>
<p>[50] quod si maiore depressae nubis eruperit specu, sed minus lato quam procella, nec sine fragore, turbinem vocant, proxima quaeque prosternentem. Idem ardentior accensusque, dum furit, prester vocatur, amburens contacta pariter et proterens. Non fit autem aquilonius typhon, nec nivalis aut nive iacente ecnephias. Quod si simul rupit nubem exarsitque et ignem habuit, non postea concepit, fulmen est. Distat a prestere quo flamma ab igni. Hic late funditur flatu, illud conglobatur impetu. Vertex autem remeando distat a turbine et quo stridor a fragore, procella latitudine ab utroque, disiecta nube verius quam rupta. Fit et caligo beluae similis in nube, dira navigantibus. Vocatur et columna, cum spissatus umor rigensque ipse se sustinet, ex eodem genere et aulon, cum veluti fistula nubes aquam trahit.</p>
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<p>DE VENTIS – SUI VENTI</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Tempesta-in-mare-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10567" title="Tempesta in mare 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Tempesta-in-mare-01.jpg" alt="" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Storia Naturale &#8211; Libri XXXVII</p>
<p>Gaio Plinio Secondo &#8211; Plinio il Vecchio</p>
<p>Libro II</p>
<p>[46] Gli antichi si attenevano a quattro venti in tutto, quanti sono i punti cardinali (per questo neanche Omero ne indica di più): un sistema troppo approssimativo, come poi si osservò. Nell&#8217;epoca seguente ne vennero aggiunti otto: sistema questo eccessivamente minuzioso quanto disorganico. Tra l&#8217;uno e l&#8217;altro sistema, piacque ai successori optare per una via intermedia, aggiungendo alla serie breve quattro venti tratti da quella più numerosa. Vengono così ad esserci due venti per ogni quarto di cielo: dall&#8217;alba equinoziale spira il <strong><em>subsolano</em></strong>; dall&#8217;alba solstiziale d&#8217;inverno il <strong><em>volturno</em></strong> [ESE]: i Greci chiamano il primo <strong><em>apeliote</em></strong>, il secondo <strong><em>euro</em></strong>. Dal mezzoggiorno viene l&#8217;<strong><em>austro</em></strong> [sud] e dal tramonto solstiziale d&#8217;inverno l&#8217;<strong><em>africo</em></strong> [OSO]: i nomi greci sono <strong><em>noto</em></strong> e <strong><em>libs</em></strong>. Dal tramonto equinoziale alita il <strong><em>favonio</em></strong> [ovest]; dal tramonto solstiziale d&#8217;estate soffia il <strong><em>coro</em></strong> [ONO]: i Greci li chiamano <strong><em>zefiro</em></strong> e <strong><em>argeste</em></strong>. Dal nord tira il <strong><em>settentrione</em></strong>, e tra questo e l&#8217;alba solstiziale estiva prende posto l&#8217;<strong><em>aquilone</em></strong> [NNE], rispettivamente chiamati <strong><em>apàrctias</em></strong> e <strong><em>bòrea</em></strong>.</p>
<p>La sistemazione più nutrita aveva fra questi intercalato altri quattro venti: il <strong><em>thrascias</em></strong> [NNO], a metà strada tra il vento di settentrione e il tramonto solstiziale estivo; il <strong><em>caecias</em></strong> [ENE], fra <em>aquilone</em> e l&#8217;alba equinoziale, ma più spostato verso l&#8217;alba solstiziale estiva; il <strong><em>phoenix</em></strong> [SSE], tra l&#8217;alba solstiziale d&#8217;inverno e il mezzogiorno; come pure, tra il <em>libs</em> e il <em>noto</em>, risultante dalla loro somma, il <strong><em>libonoto</em></strong> [SSO], intermedio fra mezzogiorno e tramonto invernale.</p>
<p>Ma ancora non è tutto, perché in realtà altri ne hanno aggiunto anche uno tra <em>borea</em> e <em>caecias</em>, chiamato <strong><em>meses</em></strong> [NE], e un altro tra <em>euro</em> e <em>noto</em>, l&#8217;<strong><em>euronoto</em></strong> [SSE]. Esistono inoltre venti che sono tipici soltanto di talune località, i quali non si spingono oltre determinate distanze, come lo <strong><em>sciron</em></strong> degli Ateniesi, che solo di poco diverge dall&#8217;<em>argeste</em> ed è sconosciuto al resto della Grecia. Altrove lo stesso vento è chiamato <strong><em>olympias</em></strong>. Di solito, sotto tutte queste denominazioni si intende l&#8217;<em>argeste</em>. Il <em>caecias</em> è chiamato da alcuni <strong><em>hellespontias</em></strong>, ma tanti altri usano nomi diversi per indicare sempre gli stessi venti. Parimenti, nella provincia Narbonense [Francia Meridionale o Gallia Transalpina], il vento più rinomato è il <strong><em>circio</em></strong>, non inferiore per furia a nessun altro, il quale, tagliando il mar Ligure, si fa sentire al massimo fino a Ostia. Questo vento non solo è sconosciuto in tutte le altre regioni climatiche, ma non arriva neppure a toccare Vienne [città capitale degli Allobrogi, sul fiume Rodano], che è una città appartenente alla medesima provincia, giacché, a poche miglia di distanza, questo stesso vento, che pure è tra i più impetuosi, si lascia arrestare da una modesta catena di monti. Lo stesso dicasi degli <em>austri</em>, in merito ai quali Fabiano esclude che riescano a penetrare in Egitto. Da ciò si evidenzia molto chiaramente come una legge di natura assegni ben precisi limiti di spazio e di tempo ai venti.</p>
<p>[47] La primavera spalanca dunque i mari ai naviganti. Al principio, con il sole posizionato in corrispondenza del 25° grado dell&#8217;Acquario, i <em>favoni</em> cominciano con l&#8217;intenerire il cielo invernale. Si è al sesto giorno prima delle idi di febbraio [8 febbraio]. Ora, a partire da questo momento dell&#8217;anno, ciò che verrò riferendo può essere fatto valere all&#8217;incirca per tutti i venti, dei quali, naturalmente, darò via via la posizione nello spazio geografico. L&#8217;unica particolarità da tener presente è che ad ogni anno bisestile tali venti si anticipano di un giorno, tornando poi ad osservare l&#8217;ordine consueto delle date nel successivo triennio.</p>
<p>Alcuni chiamano il <em>favonio</em>, nell&#8217;8° giorno prima delle calende di marzo [22 febbraio], con il nome di <strong><em>chelidonias</em></strong>, per via dell&#8217;apparire delle rondini. Altri, invece, chiamano lo stesso vento <strong><em>ornithias</em></strong>, in quanto, 70 giorni dopo il solstizio d&#8217;inverno, a partire dalla comparsa degli uccelli, soffia per 9 giorni. Dalla parte opposta al <em>favonio</em> spira quello che abbiamo chiamato <em>subsolano</em>.</p>
<p>L&#8217;estate è portata dal sorgere delle Pleiadi nel solito grado [25°] del Toro, 6 giorni prima delle idi di maggio [10 maggio], nel tempo dell&#8217;<em>austro</em>, cui è opposto il <em>vento di settentrione</em>. Invece, nel momento più infuocato dell&#8217;estate sorge la stella della Canicola, quando il sole entra nel 1° grado del Leone, cioè nel 15° giorno prima delle calende di agosto [18 luglio]. Circa 8 giorni prima, la sua levata è preceduta di dai venti <em>aquiloni</em>, detti <strong><em>precursori</em></strong>. Tuttavia, due giorni dopo questa levata, gli stessi <em>aquiloni</em> soffiano con maggiore continuità per 40 giorni: li chiamano <strong><em>etesie</em></strong>. Si crede che la vampa del sole, raddoppiata dall&#8217;ardore della stella, li addolcisca. E comunque, nessun altro vento è più regolare delle <em>etesie</em>. Dopo di questi abbiamo nuovamente gli <em>austri</em>, frequenti fino all&#8217;apparire di Arturo, stella che sorge 11 giorni prima dell&#8217;equinozio d&#8217;autunno. Quando questo astro comincia a vedersi, prende anche a spirare il <em>coro</em>. Il <em>coro</em> porta a sua volta l&#8217;autunno, ed ha come suo opposto il <em>volturno</em>.</p>
<p>44 giorni circa dopo questo equinozio, il tramonto delle Pleiadi inaugura l&#8217;inverno, momento che di solito coincide con il 3° giorno prima delle idi di novembre [11 novembre]. È l&#8217;epoca dell&#8217;<strong><em>aquilone d&#8217;inverno</em></strong>, assai diverso da quello estivo, e che ha come suo opposto l&#8217;<em>africo</em>. Ma per i sette giorni prima del solstizio invernale, e per altrettanti successivi, il mare si placa per la covata degli alcioni, dal che hanno preso nome quelle giornate. Per il tempo che resta, fa inverno. Eppure la ferocia delle tempeste non blocca il mare: per primi i pirati hanno forzato l&#8217;uomo, mettendolo in pericolo di morte, a gettarsi verso la morte tentando i mari invernali; ora è l&#8217;avidità che preme nello stesso senso.</p>
<p>[48] I più freddi tra i venti sono quelli che abbiamo detto spirare da nord, nonché il <em>coro</em> ad essi vicino. Questi fanno cadere tutti gli altri venti e scacciano le nubi. Umidi sono l&#8217;<em>africo</em> e soprattutto l&#8217;<em>austro</em> per l&#8217;Italia; si racconta che anche nel Ponto il <em>caecias</em> attiri a sé le nubi. Secchi sono il <em>coro</em> e il <em>volturno</em>, tranne quando vanno cadendo. Venti di neve sono <em>aquilone</em> e <em>settentrione</em>. Le grandini sono portate da <em>settentrione</em> e <em>coro</em>. L&#8217;<em>austro</em> è bollente, <em>volturno</em> e <em>favonio</em> tiepidi. Questi due poi sono più secchi del <em>subsolano</em> e, in generale, tutti i venti che vengono da nord e da ovest sono più secchi di quelli meridionali e orientali. Il più salubre di tutti è l&#8217;<em>aquilone</em>. Dannoso e più secco è l&#8217;<em>austro</em>, forse perché più umido e freddo. Si crede che quando spira quel vento le creature viventi sentano meno fame. Le <em>etesie</em> calano per lo più di notte e si levano a partire dalla terza ora diurna. In Spagna e in Asia il loro soffio è da est, nel Ponto coincide con l&#8217;<em>aquilone</em>, mentre altrove è da sud. Soffiano però anche a partire dal solstizio d&#8217;inverno, quando sono dette <em>ornithiae</em>, ma allora sono più lievi e durano pochi giorni. Ce ne sono anche due che cambiano natura a seconda del luogo: in Africa l&#8217;<em>austro</em> è sereno e l&#8217;<em>aquilone</em> nuvoloso.</p>
<p>Tutti i venti spirano secondo il proprio turno. Nella maggior parte dei casi, quello che cade dà inizio al suo opposto. Quando uno viene a cadere e gli subentra il più prossimo, il giro avviene da sinistra verso destra come fa il sole. La loro cadenza mensile viene stabilita in massima parte a partire dal quarto giorno di luna nuova. Con gli stessi venti, regolando le scotte, si può navigare in direzioni opposte, tanto che spesso di notte accade che dei velieri si scontrino viaggiando su rotte contrapposte. Con l&#8217;<em>austro</em> si producono ondate più grosse che con <em>aquilone</em>, perché il primo soffia bassissimo, dal fondo del mare, mentre il secondo piomba dall&#8217;alto. Ed è per questo che i terremoti sono particolarmente devastanti dopo il soffiare degli austri. Di notte è più violento l&#8217;<em>austro</em>, di giorno l&#8217;<em>aquilone</em>, mentre quelli che soffiano da est sono più duraturi di quelli provenienti da ovest. I settentrionali, di solito, cessano dopo un numero dispari di giorni, osservazione che vale anche per molti altri settori della realtà naturale (è per questo, fra l&#8217;altro, che i numeri dispari sono ritenuti maschili). Il Sole può tanto aumentare che reprimere i venti: li aumenta al sorgere e al tramontare, li reprime a metà del suo corso nei periodi estivi; e così essi, per lo più, si assopiscono a metà del giorno o della notte, in quanto l&#8217;eccesso di freddo o di caldo li infiacchisce. Anche le piogge li sedano. Li si prevede poi soprattutto dalle zone in cui le nubi, squarciate, aprono la vista del cielo. Tutti quanti – se si vuole porre attenzione alle minime variazioni cicliche – ritornano nello stesso ordine nel giro di un quadriennio, secondo una teoria di Eudosso; e non solo i venti, ma anche, in gran parte, tutte le altre manifestazioni atmosferiche. Questo periodo ha inizio sempre con un anno bisestile, al levarsi della Canicola. Sin qui abbiamo trattato dei venti in generale.</p>
<p>[49] Passiamo ora ai soffi improvvisi che, generati come si è detto dalle esalazioni terrestri e di nuovo scacciati, in forme variabili si manifestano, talora circondandosi di un rivestimento nuvoloso. Errabondi e rapinosi come torrenti, essi, secondo una certa ipotesi che già abbiamo segnalato, producono tuoni e folgori. Questi stessi, quando però più sferzanti e con maggior slancio irrompono, sconvolgendo per un largo tratto una nube asciutta, generano un <strong><em>uragano</em></strong>, dai Greci chiamato <strong><em>ecnephias</em></strong>; se invece, roteando in uno spazio ristretto, entro un incasso della nuvola, la spaccano, essi allora producono un vortice senza fuoco, cioè senza fulmine, detto <strong><em>tifone</em></strong>; sarebbe a dire un <strong><em>ecnephias vorticante</em></strong>. Esso porta giù con sé qualche frammento della nube gelida, facendolo ruotare e turbinare e, appesantendo in tal modo la sua caduta, si sposta da un luogo all&#8217;altro con rapido e vorticoso moto: sciagura particolarmente grave per i naviganti, schianta non solo l&#8217;attrezzatura, ma scardina le stesse navi, facendole volteggiare. Un modesto rimedio consiste nello spargere nella sua direzione d&#8217;arrivo (cioè sopravvento) dell&#8217;aceto, che per sua natura è un efficacissimo ghiacciante. Lo stesso turbine, movendosi rimbalzando da una parte e dall&#8217;altra a causa dei suoi urti con gli ostacoli naturali in cui si imbatte, rapisce con sé verso il cielo degli oggetti, che poi risucchia in altezza.</p>
<p>[50] Se però balza fuori da una cavità della nube schiacciata, che sia più grande, ma non larga come nel caso dell&#8217;uragano, e se produce frastuono, lo chiamano <strong><em>turbine</em></strong>: abbatte tutto ciò viene a trovarsi nelle sue vicinanze. Un turbine che mentre si scatena appaia più ardente e infiammato è chiamato <strong><em>prester</em></strong>. Questo, ciò che tocca brucia, e nello stesso tempo lo fa a pezzi. D&#8217;altra parte, non c&#8217;è <em>tifone</em> con l&#8217;<em>aquilone</em>, e non c&#8217;è <em>ecnephias</em> quando nevica o il suolo è nevoso. Se il soffio si incendia ed fiammeggia nello stesso momento in cui rompe la nube (invece di prendere fuoco successivamente), si ha il <strong>fulmine</strong>, che differisce dal <em>prester</em> come la fiammata dal fuoco. L&#8217;uno si dispiega diffusamente ad opera del soffio, l&#8217;altro si agglomera di slancio. Il <em>vortice</em> poi si distingue dal <em>turbine</em> nel modo in rotea nello spazio intorno, e dal suo rumore, che nel vortice è una specie di stridio, mentre nel turbine è una sorta di cupo frastuono. Diverso da ambedue in ampiezza è l&#8217;<em>uragano</em>, che scompagina la nube piuttosto che squarciarla. C&#8217;è anche una massa nebbiosa nelle nuvole, un qualcosa di mostruoso, triste apparizione per chi naviga. Si parla anche di <strong><em>colonna</em></strong>, quando l&#8217;umidità compatta e gelata si regge da sé sola. Dello stesso tipo è l&#8217;<strong><em>aulon</em></strong>, quando la nuvola aspira acqua come una pompa.</p>
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<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Uragano-katrina-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10568" title="Uragano katrina 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Uragano-katrina-01.jpg" alt="" width="640" height="480" /></a></p>
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<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Nubi-012.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10575" title="Nubi 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2016/12/Nubi-012.jpg" alt="" width="720" height="487" /></a></p>
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		<title>ROSA VENTORUM 1/2 – LA ROSA DEI VENTI</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 11:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/11/Ciro-A.-R.-Abilitato_Serenusbloom.it_Rosa-Ventorum.bmp"><img class="aligncenter size-full wp-image-10490" title="Ciro A. R. Abilitato_Serenusbloom.it_Rosa Ventorum" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/11/Ciro-A.-R.-Abilitato_Serenusbloom.it_Rosa-Ventorum.bmp" alt="" /></a></p>
<p>LA ROSA E LA BUSSOLA</p>
<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>Orientarsi significa, nel senso stretto della parola, trovare l&#8217;Oriente, cioè riconoscere, in un dato luogo, da quale punto dell&#8217;orizzonte sorge il Sole. L&#8217;individuazione di questo primo punto cardinale consente infatti di ritrovare tutti gli altri, in modo da poter definire, nel luogo in cui ci si trova, dei punti di riferimento e delle direzioni, e poter rappresentare, mediate la costruzione della rosa dei venti, la posizione relativa di un luogo rispetto ad un altro con posizione nota sul piano dell&#8217;orizzonte. Naturalmente, per fissare i punti cardinali di un luogo, si può iniziare da uno qualsiasi di essi, anche se il modo più intuitivo consiste nel fare riferimento al moto del Sole; un moto che, come si sa, è solo apparente, perché in realtà è la Terra a muoversi. Il pianeta su cui ci troviamo ruota infatti con moto uniforme intorno al proprio asse da Ovest a Est (cioè in senso inverso all&#8217;apparente moto diurno del Sole e della sfera celeste), compiendo un&#8217;intera rotazione in circa 24 ore, che è la durata del giorno solare, mentre in 365 giorni, che è la durata di un anno solare (detto anche anno tropico), descrive, in virtù del suo moto di rivoluzione, un&#8217;orbita ellittica intorno al Sole, muovendosi in senso antiorario (cioè sempre da Ovest a Est). Così, individuando i punti dove il Sole sorge e dove tramonta, si può stabilire empiricamente dove si trova l&#8217;Oriente e dove l&#8217;Occidente, e conseguentemente trovare il Settentrione e il Mezzogiorno. Poiché il sorgere del giorno è un evento di grande importanza sia nell&#8217;esperienza quotidiana di ciascuno di noi che nella cultura dell&#8217;intera civiltà umana, l&#8217;Oriente è stato, fin dalla remota antichità, il punto di riferimento per eccellenza. E proprio perché è il luogo da dove si vedono sorgere gli astri e il Sole, esso è stato da sempre considerato da tutti i popoli come la parte più nobile della Terra.</p>
<p>La Rosa dei Venti è la rappresentazione grafica in piano delle direzioni geografiche di un luogo, determinate a partire da punti di riferimento fissi individuati lungo il circolo dell&#8217;orizzonte e fatte passare per il suo centro geometrico. Alle direzioni così determinate vengono di consueto assegnati i nomi dei più noti venti che lungo di esse spirano all&#8217;interno di una determinata regione geografica. Tale rappresentazione è particolarmente utile ai fini della navigazione a vela, perché consente non solo di orientarsi nello spazio geografico, ma di riconoscere i venti che attraversano una certa zona della superficie terrestre e di utilizzarli come mezzo di propulsione negli spostamenti marittimi. A questa funzione se ne aggiunge però anche un&#8217;altra, che consiste nel poter ottenere dalla conoscenza della direzione di provenienza dei moti ventosi, utili informazioni circa le caratteristiche delle masse d&#8217;aria e delle perturbazioni che con essi si spostano, consentendo previsioni sulle condizioni atmosferiche e del mare che possono interessare un determinato luogo.<br />
A differenza della bussola, il cui ago indica il Nord magnetico terrestre, da cui poi si ricava, mediante opportune correzioni, il Nord geografico o vero (in asse con quello celeste), la rosa dei venti consente di determinare in modo semplice il Nord geografico e di orientarsi nello spazio terrestre con precisione, soprattutto se si ricorre a metodi geometrici, grafici e ottici. Ad ogni modo, qualunque sia il metodo impiegato, il diagramma delle direzioni che alla fine si ottiene e che poi si riporta sulla mappa di un luogo, rappresenta la rosa dei venti di quel preciso luogo, il quale risulta così geograficamente orientato. Per questo motivo gli antichi consideravano come punto cardinale primario di riferimento non il Nord ma l’Est, ossia il punto dell’orizzonte in corrispondenza del quale si vede sorgere il Sole. Tale punto può essere perfettamente determinato nei giorni degli equinozi, quando cioè il Sole si trova allo zenit sull’equatore e il circolo di illuminazione passa per i poli tagliando l’equatore e tutti i paralleli in due parti uguali, così che in tutti i punti della Terra il dì e la notte hanno uguale durata.</p>
<p>Se si tiene conto dell&#8217;importanza che gli antichi attribuivano all&#8217;Oriente, si comprenderà facilmente perché gli auguri, gli edili e gli agrimensori romani considerassero l&#8217;asse E-W come la linea di maggiore importanza, a cui davano il nome di decumanus, mentre chiamavano la linea meridiana cardo, in quanto essa veniva considerata come il cardine intorno al quale ruota la sfera celeste. I quattro punti cardinali hanno ricevuto dai popoli latini i nomi di Oriente (da oriens &#8216;nascente&#8217;), di Occidente (da occidens &#8216;calante&#8217;), di Mezzogiorno (da meridies) e di Settentrione (da septentriones, comp. di septem &#8216;sette&#8217; e triones &#8216;buoi&#8217;, vale a dire &#8216;i sette buoi&#8217;, rappresentati dalle sette stelle che compongono l&#8217;asterismo dell&#8217;Orsa Maggiore o Grande Carro). Ad essi corrispondono i nomi gotici di Ost, West, Nord, Süd, che hanno trovato larga diffusione nel Medioevo ad opera di Carlo Magno. Questi ultimi sono i nomi ancora oggi usati in campo internazionale, di solito abbreviati in E, W, N, S, dove però per l&#8217;Ovest si preferisce il monogramma W, dall&#8217;inglese West, per non confondere la sigla O col tedesco Ost, che invece significa Est.</p>
<p>Il diagramma delle direzioni si costruisce individuando prima di tutto, lungo il giro dell&#8217;orizzonte, l&#8217;Oriente, e in relazione a questo punto cardinale, l&#8217;Occidente, che si troverà nel punto diametralmente opposto dell&#8217;orizzonte. Quindi, un osservatore che veda sorgere il Sole alla sua destra, lo vedrà poi tramontare alla sua sinistra. Tracciando una circonferenza di qualsivoglia raggio e segnando su di essa questi due primi punti cardinali, se essi verrano congiunti con un segmento di retta, si otterrà l&#8217;asse Est-Ovest, chiamato anche linea direttrice del giorno o linea primaria di orientamento (con verso da Est a Ovest). Questa linea altro non è che la proiezione al suolo dell&#8217;arco descritto dal Sole durante il suo moto diurno nel cielo del luogo. Se queste osservazioni vengono fatte nei giorni degli equinozi, si avrà la posizione esatta del Nord geografico. Nei giorni degli equinozi la direttrice del giorno prende il nome di direttrice equinoziale del giorno o di linea fondamentale di orientamento. L&#8217;asse Est-Ovest divide il piano compreso nel circolo dell&#8217;orizzonte in due metà, delle quali quella situata davanti all&#8217;osservatore che ha visto sorgere il Sole alla sua destra, è la parte settentrionale del circolo, mentre quella che si trova alle sue spalle è la parte meridionale. Sebbene queste parti siano rappresentate nel piano, quando ci si riferisce ad esse si parla di emisferi. Difatti, lo spazio individuato dal circolo dell&#8217;orizzonte e dall&#8217;arco descritto dal Sole nel suo moto apparente diurno (il quale deve pensarsi completato da quello descritto dall&#8217;astro durante la notte dall&#8217;altra parte della Terra), può essere rappresentato come una sfera divisa in due metà dal piano individuato dal circolo del sole e passante per la direttrice equinoziale del giorno. Si hanno perciò due emisferi, uno settentrionale e l&#8217;altro meridionale.<br />
Tracciando poi, sul piano individuato dal circolo dell&#8217;orizzonte, un altro segmento di retta che interseca perpendicolarmente la linea fondamentale di orientamento a uguale distanza dai due punti cardinali prima ai suoi estremi individuati, si hanno quattro angoli retti che dividono in altrettanti quadranti o settori il piano compreso nel circolo dell&#8217;orizzonte. Il punto di intersezione tra i due diametri indica la posizione dell&#8217;osservatore, che coincide col centro geometrico dello spazio geografico delimitato dall&#8217;orizzonte. Il secondo diametro è l&#8217;asse Nord-Sud, detto anche linea meridiana, perché divide la linea del giorno in due parti di uguale lunghezza. L&#8217;estremità di questo diametro ricadente nell&#8217;emisfero settentrionale indica il Nord o Settentrione, detto anche Mezzanotte, mentre l&#8217;estremità ricadente nell&#8217;emisfero meridionale indica il Sud o Meridione, detto anche Mezzogiorno.</p>
<p>Il motivo per cui il Nord è chiamato anche Mezzanotte e il Sud è chiamato anche Mezzogiorno, si può facilmente comprendere se il punto di osservazione, e quindi il centro geometrico del luogo, viene spostato al Polo Nord. Se infatti un viaggiatore, spostandosi lungo la linea meridiana, sempre guardando davanti a sé, giungesse a mezzanotte al Polo Nord nel giorno del solstizio d&#8217;estate, vedrebbe il Sole davanti a sé appena al di sopra dell&#8217;orizzonte, mentre a mezzogiorno il Sole, dopo essersi spostato in senso orario intorno a lui, verrebbe a trovarsi alle sue spalle (cioè a Sud), un po&#8217; più alto sull&#8217;orizzonte, per poi riprendere ad abbassarsi nel suo movimento in senso orario.<br />
Se perciò, il centro di osservazione viene portato al Polo Nord, i punti cardinali primari di riferimento saranno Mezzanotte, di fronte all&#8217;osservatore (non avrebbe senso indicare quel punto come Nord, perché l&#8217;osservatore già si troverebbe al Nord) e Mezzogiorno o Sud, alle sue spalle; i secondari saranno Est, a destra, e Ovest, a sinistra. Contemporaneamente, invece, al Polo Sud, per un viaggiatore che si fosse spostato lungo la linea meridiana, sempre guardando davanti a sé, la situazione nello stesso giorno risulterebbe invertita: i punti cardinali primari di riferimento sarebbero Mezzogiorno, davanti all&#8217;osservatore (il quale però non vedrebbe altro che un chiarore crepuscolare al di sopra dell&#8217;orizzonte, perché il Sole si troverebbe al di sotto di esso) e Mezzanotte o Nord, alle sue spalle; i secondari sarebbero Est, a sinistra, e Ovest, a destra, mentre il Sole, nel suo moto apparente, si sposterebbe rispetto all&#8217;osservatore sempre in senso orario, quantunque non venisse mai visto, rimanendo nascosto al di sotto della linea dell&#8217;orizzonte per tutto il tempo del suo giro, cioè per tutte le 24 ore del giorno.</p>
<p>Quando dunque si usa la bussola, bisogna tener conto del fatto che il Nord magnetico non coincide perfettamente col Nord geografico (che è uno dei due punti della superficie terrestre per cui si fa idealmente passare l’asse di rotazione del nostro pianeta), ma forma con quest’ultimo un angolo (detto angolo di declinazione magnetica) che può essere orientale od occidentale, a seconda che il polo Nord magnetico venga a trovarsi a oriente o a occidente rispetto al meridiano geografico del luogo in cui ci si trova. Se il polo magnetico cade a Est del polo geografico, la declinazione è detta &#8220;orientale&#8221; ed è contrassegnata col segno algebrico +; se invece il polo magnetico viene a trovarsi ad Ovest del polo geografico, la declinazione è detta &#8220;occidentale&#8221; ed è contrassegnata col segno −. La declinazione varia però non solo da luogo a luogo, ma anche nel tempo, in quanto il Nord geomagnetico si sposta in modo irregolare, sebbene lentamente, nel corso degli anni, di modo che, per ottenere un orientamento preciso con la bussola magnetica, è necessario conoscere il valore corrente dell&#8217;angolo di declinazione magnetica nei diversi luoghi; cosa resa possibile con l&#8217;ausilio di apposite tabelle, le quali però devono venire periodicamente aggiornate. Per esempio, le carte nautiche italiane, edite dall&#8217;I.I.M. (Istituto Idrografico della Marina), riportano i dati relativi alla declinazione magnetica all&#8217;interno di rose graduate, dove si può leggere sovrimpresso il valore e il segno della declinazione magnetica (il segno + indica la posizione a Est del polo geografico, il segno −  la posizione a Ovest), nonché l&#8217;anno del rilevamento e l&#8217;entità della variazione annuale prevista, che ha lo stesso segno del valore della declinazione se questa aumenta, segno opposto se diminuisce; un dato, questo, valido però soltanto per un certo numero di anni. Sulle carte nautiche anglosassoni, la declinazione magnetica, chiamata &#8220;variation&#8221;, viene invece indicata sulle mappe di un luogo da una seconda rosa orientata secondo il Nord magnetico, disegnata all&#8217;interno di una rosa indicante il Nord geografico, mentre la variazione annuale del valore della declinazione magnetica è riportato sotto le dicitura &#8220;annual increase&#8221; o &#8220;annual decrease&#8221;.</p>
<p>Le mappe riportano i valori relativi alla declinazione in gradi d&#8217;angolo sessagesimali (°), minuti primi (&#8216;) e minuti secondi (&#8221;), oppure, come quelle militari, in gradi d&#8217;angolo convenzionali, vale a dire millesimali (°°), indicando sotto la sigla Z.A. anche le zone caratterizzate da anomalia magnetica, dove cioè, per caratteristiche geologiche locali, lo sfasamento tra Nord magnetico e Nord geografico non segue quello delle linee di forza del campo magnetico terrestre, bensì quelle di un campo magnetico locale. Bisogna inoltre tener presente che nei punti posti lungo il meridiano che passa sia per il polo magnetico che per quello geografico, la declinazione magnetica è nulla, quindi non è necessaria alcuna correzione, mentre lungo altri meridiani la declinazione assume un valore positivo o negativo a seconda che il Nord magnetico venga a trovarsi ad Est del nord geografico o ad Ovest. Fra il polo geografico e il polo magnetico, invece, la bussola, puntado verso quest&#8217;ultimo, segna addirittura la direzione opposta al Nord geografico, ossia il Sud. In Italia, la declinazione magnetica assume valori piuttosto bassi, per cui, entro una distanza di due chilometri, l&#8217;errore è solo di qualche decina di metri, ma comunque mai trascurabile durante la navigazione, soprattutto se questa avviene sotto costa o in presenza di ostacoli segnalati dalle mappe. Bisogna perciò sempre tenere conto della declinazione magnetica per poter apportare le necessarie correzioni alle indicazioni fornite dalla bussola. D&#8217;altra parte, il procedimento di correzione è semplice. Mettiamo, per esempio, che nell’aprile del 2012 ci si debba dirigere verso NE, e che la carta dell&#8217;I.G.M. (Istituto Geografico Militare) del 1 gennaio 2000 riporti i seguenti dati: d1,2000 =  −2°10’ (il segno meno sta a significare che la declinazione cade nel settore occidentale); variaz. annua −6’ (la variazione, avendo lo stesso segno del valore d, ci dice che la declinazione nel settore occidentale aumenta, e va quindi ad aggiungersi a d1,2000 anno per anno nell&#8217;esegure la somma algebrica). Sulla base di questi dati, operiamo nel modo seguente: 2012 – 2000 = 12 anni, ossia dal 2000 al 2012 sono trascorsi 12 anni, dei quali 11 completi, cui vanno aggiunti 4 mesi del 2012. La variazione in 11 anni di d sarà: 11 x −6’ = −66’; in 4 mesi la variazione sarà: -6&#8242; : 12 mesi = −0,5&#8242;; −0,5&#8242; x 4 mesi = −2’. La variazione totale in 11 anni e 4 mesi sarà perciò: (−66&#8242;) + (−02’) = −68&#8242;, cioè −1°08’. Ora, la declinazione al 4 aprile 2012 sarà: d4,2012 = (−2°10’) + (−1°08’) = −3°18’. Il valore della declinazione nel mese di aprile del 2012 è −3°18’. Quindi, il Nord geografico non si troverà a 0°, come indicato dalla bussola, ma spostato verso Ovest di 3°18’. Di conseguenza, anche la direzione NE data dalla bussola, così come ogni altra, dovrà slittare di 3°18’ in senso antiorario.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/bussola-magnetica-ad-ago1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3900" title="bussola magnetica ad ago" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/bussola-magnetica-ad-ago1.jpg" alt="" width="500" height="443" /></a></p>
<p>Così, mentre il Polo Nord geografico è un punto convenzionale fisso, che rimane stabilito una volta per tutte sulle mappe, quello geomagnetico è in continuo movimento, con spostamenti localizzati fra il Canada e la Siberia. Nel 1985 il Polo magnetico situato nell&#8217;emisfero boreale, convenzionalmente indicato con la lettera B, si trovava in una delle Isole Elisabetta dell&#8217;Arcipelago Artico Americano, alla latitudine di circa 75° N e longitudine intorno ai 100° W; il Polo geomagnetico situato nell&#8217;emisfero australe, indicato con la lettera A, era ubicato nella Terra di Adelia (Antartide) a latitudine 68° S e longitudine 140° E circa. La posizione del Polo Nord è misurata con precisione da circa due secoli, ed è in continuo spostamento. La cosa interessante è che la velocità di questo spostamento sta aumentando in maniera spettacolare, tanto da far temere una imminente inversione della polarità magnetica del nostro pianeta; un fenomeno casuale che provocherebbe scenari apocalittici, con terremoti lungo le faglie della crosta terrestre, uragani, maremoti, cambiamenti climatici e notevoli ripercussioni sulla vita degli animali e dell&#8217;uomo. Dal 1997 fino al 2007, il Polo Nord magnetico si è spostato di 55 chilometri all’anno, mentre nell&#8217; anno 2010 lo spostamento è stato di quasi 65 chilometri (circa 178 metri al giorno). Mantenendo questo andamento, nel 2040 il Polo magnetico boreale verrebbe a trovarsi in Siberia. Attualmente il polo magnetico Nord si trova nel Canada settentrionale a 74°30&#8242; di latitudine Nord e 100° di longitudine Ovest; il polo magnetico Sud è posizionato nell&#8217;Antartide a 69° di latitudine Sud e 143° di longitudine Est. Circa invece i timori per una prossima inversione del campo magnetico della Terra, i cui effetti potrebbero essere catastrofici sulla vita umana, l’allarme è stato dato nel 2002, quando il geofisico francese Gauthier Hulot rilevò un indebolimento del campo magnetico della Terra vicino ai poli, segnale che poteva essere interpretato come l’inizio di questo fenomeno. Un capovolgimento di 180 gradi dei poli è infatti preceduto da un indebolimento progressivo del campo magnetico terrestre, che diminuisce fino quasi ad annullarsi per poi risalire con orientamento opposto al precedente. Tuttavia, risulta da recenti ricerche che variazioni di intensità del campo geomagnetico sono frequenti e normali, mentre l&#8217;inversione magnetica terrestre è un evento piuttosto raro, che non si compirebbe in modo repentino, ma in un tempo che può variare dai 2000 ai 28.000 anni (una durata media quindi di 7500 anni), mentre l&#8217;intervallo tra due spostamenti varierebbe da un minimo di 20.000 anni ad un massimo 50 milioni di anni. L’ultima inversione dei poli magnetici si è avuta approssimativamente 780.000 anni fa.</p>
<p>Tenendo conto della deviazione magnetica, l&#8217;uso della bussola magnetica unitamente alla rosa dei venti, consente di trovare in modo preciso e pratico le direzioni geografiche e le posizioni relative di un luogo rispetto ad un altro, così come di riconoscere i venti che spirano lungo le direzioni seguite dalle rotte delle navi. Per questo motivo, le bussole per uso nautico non sono di solito ad ago, ma a disco magnetico mobile, il quale reca fissato sulla superficie inferiore, lungo l&#8217;asse nord-sud, una barretta magnetica che serve ad orientarlo. In questo modo, poiché il quadrante di tali bussole, oltre a riportare gli assi direzionali indicanti i punti cardinali, reca anche disegnata nel suo centro la rosa dei venti (con i suoi quattro quadranti e la raggiera delle direzioni), lo strumento consente sempre di sapere, apportando le dovute correzioni, quale vento spira lungo la direzione della rotta che si segue o che si progetta di seguire, e quindi anche con quale angolazione esso deve essere preso perché la rotta stessa possa venire mantenuta durante una traversata. Naturalmente, le bussole nautiche sono di solito anche provviste di sospensione cardanica, un tipo di sostegno che, contrastando le continue oscillazione della nave, consente ad esse di mantenere la posizione orizzontale necessaria al loro corretto funzionamento.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/bussola-nautica-011.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3898" title="bussola nautica 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/bussola-nautica-011.jpg" alt="" width="380" height="406" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/Bussola-marina-021.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3905" title="Bussola marina 02" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/Bussola-marina-021.jpg" alt="" width="386" height="497" /></a></p>
<p>Un tipo di bussola, invece, che punta sempre verso il Nord geografico, e che non è soggetta ad errori di deviazione né a quelli dovuti alla declinazione magnetica, è la girobussola o bussola giroscopica, un tipo di bussola più complessa e ingombrante di quella magnetica, il cui funzionamento è fondato sulle leggi che regolano il moto giroscopico, messe in evidenza nel 1852 dal fisico francese Jean Bernard Léon Foucault nell&#8217;ambito dei suoi studi sulla rotazione terrestre. Questo tipo di bussola mantiene senza risentire di alcun disturbo l&#8217;orientamento verso il Nord geografico, ma richiede che il suo motore venga stabilmente alimentato. Inoltre, poiché per effetto della precessione apparente (un fenomeno tipico degli apparecchi giroscopici), la bussola giroscopica può andare incontro a disallineamento, essa deve essere periodicamente controllata ed eventualmente riallineata ricorrendo ad una bussola magnetica.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/girobussola-SPERRY.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3896" title="girobussola SPERRY" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/girobussola-SPERRY.jpg" alt="" width="407" height="481" /></a></p>
<p>Il diagramma delle direzioni, comunemente chiamato Rosa dei Venti, rappresenta l’intero giro dell’orizzonte intorno ad un punto centrale che viene ad essere il centro geometrico del luogo, e che coincide col punto di stazionamento dell&#8217;osservatore o con la posizione della nave in mare. Il circolo dell&#8217;orizzonte sottende un angolo di 360° che viene inizialmente suddiviso in quattro parti di uguale ampiezza per mezzo di due assi ortogonali tirati ciascuno tra gli opposti punti cardinali individuati sull&#8217;orizzonte a partire da levante. L&#8217;asse Est-Ovest è chiamato anche direttrice del giorno o linea primaria di orientamento. Nei giorni degli equinozi questa linea prende il nome di direttrice equinoziale o di linea fondamentale di orientamento. L&#8217;asse Nord-Sud è invece chiamato linea meridiana, perché divide la linea del giorno in due metà (perciò la rosa dei venti può anche essere usata come orologio solare mediante un tracciaombra). Ciascuno dei 4 quadranti così ottenuti all&#8217;interno del circolo dell&#8217;orizzonte viene poi diviso in due settori circolari con angolo di 45° da un vento intercardinale coincidente con la bisettrice dell&#8217;angolo di 90°. Si hanno così nel complesso, entro il circolo dell&#8217;orizzonte, 4 venti cardinali e 4 venti intercardinali. Tirando un&#8217;altra bisettrice all&#8217;interno di ogni mezzo quadrante, questo può a sua volta venire diviso da un altro vento, detto vento di mezzo o mezzovento, in due settori con angolo di 22,5° (= 22° e 30&#8242;). Successivamente, ogni quarto di quadrante può venire diviso da un&#8217;altra bisettrice coincidente con un altro vento, detto vento di quarto o quarta, in due settori con angolo di 11°15&#8242;. In tal modo, il circolo dell&#8217;orizzonte risultà infine suddiviso in 32 parti di uguale ampiezza, corrispondenti ad altrettante direzioni contrassegnate da rombi affusolati e chiamate esse stesse rombi o venti.<br />
Per indicare la provenienza del vento sono sufficienti 16 rombi: 4 cardinali, 4 intercardinali e 8 intermedi o mezziventi. Gli altri 16 rombi, che corrispondono ai venti di quarto, indicano direzioni intermedie minime, con angolo di 11° e 15&#8242;, utili per piccole correzioni di rotta. Si ottiene così la rosa delle direzioni a 32 rombi. Per indicare più piccole angolazioni, necessarie per manovre più precise di direzione, si può ricorrere ad ulteriori divisioni, ottenendo così le mezze quarte, con angolo di 5°37&#8217;30&#8221; (rosa a 64 rombi), e le quartine, con angolo di 2°48&#8217;45&#8221; (rosa a 128 rombi). Naturalmente, il disco delle direzioni è anche graduato in senso orario, in modo da consentire di individuare una qualunque direzione per mezzo della misura dell&#8217;angolo al centro. La rotta da seguire viene fissata mediante il posizionamento al margine del quadrante della bussola di un traguardo, indicante la direzione che deve essere rispettata, e che forma con la linea meridiana o asse Nord-Sud un determinato angolo, detto angolo di direzione. Questo è l&#8217;angolo della rotta stabilita, il quale, naturalmente, può essere diverso da quello della prua-bussola, cioè dalla rotta reale presa dalla nave in un certo momento.</p>
<p>ARGOMENTI CORRELATI</p>
<p>L&#8217;eclittica è il circolo della sfera celeste situato sullo stesso piano dell&#8217;orbita terrestre. Tale circolo mostra, lungo tutta la sua estensione, a chi osservi il cielo dalla Terra, dodici caratteristiche configurazioni di stelle, dette costellazioni dello zodiaco, le quali sembrano venire attraversate in successione dal Sole nel corso dell&#8217;anno. A causa, infatti, del moto orbitale della Terra intorno al Sole, un osservatore che si trovi sulla superficie terrestre riceve l&#8217;impressione che la sfera celeste (chiamata un tempo cielo delle stelle fisse) ruoti in senso orario intorno alla Terra, e che sullo sfondo del cielo, al di là del Sole che fa da indice, transitino, nel volgere dell&#8217;anno, le 12 costellazioni dello zodiaco. In altre parole, nei diversi periodi dell&#8217;anno, sembra dalla Terra che il Sole venga a trovarsi proiettato, di volta in volta, in una delle 12 costellazioni dello zodiaco distribuite sullo sfondo del cielo lungo l&#8217;eclittica. In particolare, con l&#8217;equinozio di primavera (21 marzo) il Sole entra nel segno astronomico dei Pesci (ovvero nel segno astrologico dell&#8217;Ariete), mentre con l&#8217;equinozio d&#8217;autunno (23 settembre) il Sole entra nel segno astronomico della Vergine (ovvero nel segno astrologico della Bilancia). Invece, nel giorno del solstizio d&#8217;estate (21 giugno) il Sole entra nel segno astronomico dei Gemelli (ovvero nel segno astrologico del Cancro), e nel giorno del solstizio d&#8217;inverno (22 dicembre) il Sole entra nel segno astronomico del Sagittario (ossia nel segno astrologico del Capricorno).</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/Leclittica.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-3956" title="L'eclittica" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/12/Leclittica.bmp" alt="" /></a></p>
<p>L&#8217;equatore celeste è invece il circolo massimo della sfera celeste situato sullo stesso piano dell&#8217;equatore terrestre, di cui non è altro che una proiezione verso l&#8217;esterno. Ora, poiché l&#8217;asse terrestre è inclinato di 66°33&#8242; rispetto al piano dell&#8217;orbita (o piano dell&#8217;eclittica), ovvero di 23°27&#8242; rispetto alla normale a tale piano, la Terra, durante il suo movimento di rivoluzione intorno al Sole, si sposta da un emisfero celeste all&#8217;altro, mantenendosi, con l&#8217;asse sempre inclinato nello stesso verso, per sei mesi a Nord dell&#8217;equatore celeste, e per altri sei mesi a Sud di esso. I due punti in cui l&#8217;orbita terrestre interseca l&#8217;equatore celeste sono gli equinozi, le cui date cadono il 21 marzo (equinozio di primavera o punto gamma) e il 23 settembre (equinozio d&#8217;autunno o punto ω). Quando la Terra si posiziona in uno di questi punti, il Sole viene a trovarsi sul piano equatoriale, per cui culmina esattamente allo zenit dell&#8217;equatore terrestre, e di conseguenza il dì e la notte hanno la stessa durata in ogni luogo della Terra.</p>
<p>Se l&#8217;asse terrestre fosse perpendicolare al piano dell&#8217;orbita, il circolo d&#8217;illuminazione passerebbe sempre per i poli e coinciderebbe in qualsiasi momento con un circolo meridiano, tagliando in due parti uguali tutti i paralleli. Tale situazione comporterebbe che in ogni punto della superficie terrestre, per tutto l&#8217;anno, il dì e la notte avrebbero la stessa durata (12 ore ciascuno) e in nessun luogo si verificherebbe l&#8217;alternarsi delle stagioni. In realtà però, queste condizioni si verificano soltanto due volte l&#8217;anno, il 21 marzo e il 23 settembre. In tutti gli altri momenti solo i punti che si trovano sull&#8217;equatore presentano il dì e la notte sempre uguali tra loro, mentre nei luoghi situati a Nord e a Sud di esso, la durata del dì e della notte è diversa nello svolgersi dell&#8217;anno. Questa differenza, piccola in prossimità dell&#8217;equatore, diventa molto sensibile man mano che ci si avvicina ai poli, in corrispondenza dei quali si raggiunge addirittura una durata di sei mesi per il dì e di sei mesi per la notte.</p>
<p>Quando l&#8217;orbita terrestre interseca l&#8217;equatore celeste, si hanno gli equinozi. Agli equinozi il Sole permane sul piano dell&#8217;orizzonte un tempo uguale nei punti dei due emisferi equidistanti dall&#8217;equatore (fatta eccezione dei poli). Diversamente avviene nei solstizi. Così, ad esempio, se agli equinozi il Sole compare alle 6 del mattino sull&#8217;orizzonte, esso culminerà 6 ore dopo, a mezzodì, e tramonterà dopo altre 6 ore, rimanendo sul piano dell&#8217;orizzonte 12 ore. Nel solstizio d&#8217;estate dell&#8217;emisfero settentrionale (21 giugno), quando il Sole entra nella costellazione del Cancro, esso raggiunge la massima altezza sull&#8217;orizzonte, descrivendo nel cielo l&#8217;arco più lungo dell&#8217;anno, mentre nell&#8217;emisfero meridionale la sua culminazione è la più bassa di tutto l&#8217;anno, onde descrive nella volta celeste l&#8217;arco più breve di quanti ne segue nel suo percorso annuale. Nel solstizio d&#8217;inverno dell&#8217;emisfero settentrionale (22 dicembre), quando il Sole entra nella costellazione del Capricorno, esso raggiunge la minima altezza sull&#8217;orizzonte, descrivendo nel cielo l&#8217;arco più breve dell&#8217;anno, mentre nell&#8217;emisfero meridionale la sua culminazione è la più alta di tutto l&#8217;anno, per cui descrive nella volta celeste l&#8217;arco più lungo dell&#8217;anno.</p>
<p>Ai solstizi il Sole descrive nella volta celeste l&#8217;arco più lungo che in tutti gli altri giorni dell&#8217;anno, per cui a mezzodì esso raggiunge la massima elevazione sull&#8217;orizzonte non solo di tutta la giornata, ma di tutto l&#8217;anno, cioè raggiunge la massima culminazione rispetto agli altri periodi dell&#8217;anno. È evidente perciò che ai solstizi il Sole non può sorgere nello stesso punto dove sorge agli equinozi. E infatti, al solstizio d&#8217;estate il punto di levata risulta alquanto spostato verso Nord, come anche verso Nord risulta spostato il punto di tramonto. Quando invece, nel solstizio d&#8217;inverno, il Sole descrive nella volta celeste l&#8217;arco più corto, e la sua culminazione è minima rispetto a tutti gli altri periodi dell&#8217;anno, il punto di levata e il punto di tramonto risultano entrambi spostati verso Sud. L&#8217;arco di orizzonte che intercede fra il punto in cui il Sole sorge agli equinozi e quello in cui sorge ai solstizi si chiama amplitudine ortiva. A questa corrisponde, nella parte occidentale dell&#8217;orizzonte, l&#8217;amplitudine occidua. Naturalmente, l&#8217;amplitudine varia per i diversi luoghi della Terra a seconda della loro posizione sulla superficie sferica del pianeta, ed è compresa fra 0° all&#8217;equatore e 90° ai poli. L&#8217;Est e l&#8217;Ovest equinoziali segnano pertanto i punti intermedi lungo il giro dell&#8217;orizzonte fra i due massimi spostamenti solstiziali dei punti di levata e di tramonto del Sole.</p>
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		<item>
		<title>Prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito sulle circostanze della morte dello zio nell&#8217;eruzone del 79 d.C.</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 10:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORBIUS TERTIUS]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduz. di Ciro A. R. Abilitato già pubblicato il 17 dicembre 2010 Plinius Juvenis, Epistulae ad Familiares, 6,16. C. PLINIUS TACITO SVO S. [1] Petis, ut tibi avunculi mei exitum scribam, quo verius tradere posteris possis. gratias ago; nam video &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=451">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduz. di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato il 17 dicembre 2010</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Vesuvius-mons_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-897" title="Vesuvius mons_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Vesuvius-mons_1.jpg" alt="" width="412" height="266" /></a></p>
<p>Plinius Juvenis, Epistulae ad Familiares, 6,16.</p>
<p>C. PLINIUS TACITO SVO S.</p>
<p>[1] Petis, ut tibi avunculi mei exitum scribam, quo verius tradere posteris possis. gratias ago; nam video morti eius, si celebretur a te, immortalem gloriam esse propositam. [2] quamvis enim pulcherrimarum clade terrarum, ut populi, ut urbes, memorabili casu quasi semper victurus occiderit, quamvis ipse plurima opera et mansura condiderit, multum tamen perpetuitati eius scriptorum tuorum aeternitas addet. [3] equidem beatos puto, quibus deorum munere datum est aut facere scribenda aut scribere legenda, beatissimos vero, quibus utrumque. horum in numero avunculus meus et suis libris et tuis erit. quo libentius suscipio, deposco etiam, quod iniungis.</p>
<p>[4] Erat Miseni classemque imperio praesens regebat. nonum Kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie. [5] usus ille sole, mox frigida, gustaverat iacens studebatque; poscit soleas, ascendit locum, ex quo maxime miraculum illud conspici poterat. nubes, incertum procul intuentibus, ex quo monte (Vesuvium fuisse postea cognitum est), oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit. [6] nam longissimo velut trunco elata in altum quibusdam ramis diffundebatur, credo, quia recenti spiritu evecta, dein senescente eo destituta aut etiam pondere suo victa in latitudinem vanescebat, candida interdum, interdum sordida et maculosa, prout terram cineremve sustulerat.</p>
<p>[7] Magnum propiusque noscendum, ut eruditissimo viro, visum. iubet liburnicam aptari: mihi, si venire una vellem, facit copiam; respondi studere me malle, et forte ipse, quod scriberem, dederat. [8] egrediebatur domo: accipit codicillos Rectinae Casci imminenti periculo exterritae (nam villa eius subiacebat, nec ulla nisi navibus fuga); ut se tanto discrimini eriperet, orabat. [9] vertit ille consiIium et, quod studioso animo incohaverat, obit maximo. deducit quadriremes, ascendit ipse non Rectinae modo, sed multis (erat enim frequens amoenitas orae) laturus auxilium. [10] properat illuc, unde alii fugiunt, rectumque cursum, recta gubernacula in periculum tenet adeo solutus metu, ut omnis illius mali motus, omnis figuras, ut deprenderat oculis, dictaret enotaretque. [11] Iam navibus cinis incidebat, quo propius accederent, calidior et densior, iam pumices etiam nigrique et ambusti et fracti igne lapides, iam vadum subitum ruinaque montis litora obstantia. cunctatus paulum, an retro flecteret, mox gubernatori, ut ita faceret, monenti &#8220;fortes – inquit − Fortuna iuvat; Pomponianum pete!&#8221;. [12] Stabiis erat, diremptus sinu medio (nam sensim circumactis curvatisque litoribus mare infunditur); ibi, quamquam nondum periculo appropinquante, conspicuo tamen et, cum cresceret, proximo, sarcinas contulerat in naves certus fugae, si contrarius ventus resedisset. quo tunc avunculus meus secundissimo invectus; complectitur trepidantem, consolatur, hortatur, utque timorem eius sua securitate leniret, deferri in balineum iubet: lotus accubat, cenat aut hilaris aut, quod aeque magnum, similis hilari. [13] Interim e Vesuvio monte pluribus locis latissimae flammae altaque incendia relucebant, quorum fulgor et claritas tenebris noctis excitabatur. ille agrestium trepidatione ignes relictos desertasque villas per solitudinem ardere in remedium formidinis dictitabat. tum se quieti dedit et quievit verissimo quidem somno. nam meatus animae, qui illi propter amplitudinem corporis gravior et sonantior erat, ab iis, qui limini obversabantur, audiebatur. [14] sed area, ex qua diaeta adibatur, ita iam cinere mixtisque pumicibus oppleta surrexerat, ut, si longior in cubiculo mora, exitus negaretur. excitatus procedit seque Pomponiano ceterisque, qui pervigilaverant, reddit. [15] in commune consultant, intra tecta subsistant an in aperto vagentur. nam crebis vastisque tremoribus tecta nutabant et quasi emota sedibus suis nunc huc, nunc illuc abire aut referri videbantur. [16] sub dio rursus quamquam levium exesorumque pumicum casus metuebatur; quod tamen periculorum collatio elegit. et apud illum quidem ratio rationem, apud alios timorem timor vicit. cervicalia capitibus imposita linteis constringunt; id munimentum adversus incidentia fuit. [17] Iam dies alibi, illic nox omnibus noctibus nigrior densiorque, quam tamen faces multae variaque lumina solabantur. placuit egredi in litus et ex proximo adspicere, ecquid iam mare admitteret, quod adhuc vastum et adversum permanebat. [18] ibi super abiectum linteum recubans semel atque iterum frigidam poposcit hausitque. deinde flammae flammarumque praenuntius odor sulpuris alios in fugam vertunt, excitant Illum. [19] innitens servolis duobus adsurrexit et statim concidit, ut ego colligo, crassiore caligine spiritu obstructo clausoque stomacho, qui illi natura invalidus et angustus et frequenter interaestuans erat. [20] Ubi dies redditus (is ab eo, quem novissime viderat, tertius), corpus inventum integrum, inlaesum opertumque, ut fuerat indutus: habitus corporis quiescenti quam defuncto similior. [21] Interim Miseni ego et mater − sed nihil ad historiam, nec tu aliud quam de exitu eius scire voluisti. finem ergo faciam. [22] Unum adiciam: omnia me, quibus interfueram, quaeque statim, cum maxime vera memorantur, audieram, persecutum. tu potissima, excerpes: aliud est enim epistulam, aliud historian, aliud amico, aliud omnibus scribere. vale.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_114.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-941" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_114.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/fungo-eruttivo-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10499" title="fungo eruttivo 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/fungo-eruttivo-01.jpg" alt="" width="830" height="480" /></a></p>
<p>Plinio il Giovane, Lettere ai Familiari, 6,16.</p>
<p>.</p>
<p>Caio Plinio al suo Tacito, salute</p>
<p>[1] Mi chiedi di narrarti della fine di mio zio, acciocché possa essa venire con maggiore esattezza tramandata ai posteri. Te ne sono grato, giacché prevedo che la sua morte sarà destinata a gloria imperitura, se da te narrata. [2] Quantunque egli sia infatti perito in mezzo alla devastazione di amenissime contrade, assieme a intere popolazioni e città, e in una memorabile circostanza, quasi a voler essere la sua fine così per sempre ricordata, e benché egli stesso abbia composto numerose e durevoli opere, molto tuttavia aggiungerà alla durata della sua fama l’immortalità dei tuoi scritti. [3] Ben io stimo fortunati, invero, coloro ai quali per divino dono è dato di fare cose degne di essere narrate, o di scriverne di così meritevoli da esser lette, giudicando poi immensamente fortunati coloro ai quali l’una e l’altra cosa è stata concessa. E fra costoro di certo sarà mio zio, in grazia delle sue e delle tue opere. Perciò, volentieri imprendo a compiere quanto tu mi chiedi, poiché è quasi come se io stesso, a titolo di favore, te lo avessi chiesto.</p>
<p>[4] Era dunque egli a Miseno, alla reggenza della flotta che di persona comandava. Il nono giorno prima delle calende di settembre, verso l’ora settima, mia madre lo avverte dell’apparire di una nube piuttosto insolita per vastità ed aspetto. [5] Dopo aver preso un bagno di sole e aver fatto un bagno freddo, come era solito, giacendo disteso aveva delibato con piccoli assaggi di cibi, e in quel momento stava studiando. Udito del portentoso evento, chiede le calzature e si porta in un luogo più elevato, da cui potesse avere la più ampia veduta della circostante estensione, e da lì, il fenomeno che stava producendosi, in tutta la sua vastità poter seguire.</p>
<p>Levandosi nel cielo, una nube si formava, ma per quelli che come noi da così lontano la osservavano, non appariva ben chiaro da qual monte (si seppe poi dal Vesuvio). Per forma ed aspetto a nessun altro albero avrebbe potuto meglio assomigliare che ad un pino. [6] Come un enorme tronco, la nube si protendeva verso l’alto, dilatandosi ed emettendo rami tutt&#8217;intorno. E poiché, come credo, era stata essa sul nascere sollevata da una forte corrente d’aria, dapprima salì in alto intatta, poi, abbandonata a se stessa per il venir meno di quella, o anche perché vinta dal suo stesso peso, pigramente si allargava e diradava a formare un ampio ombrello ricadente. A tratti riluceva di immacolato biancore, altre volte appariva invece sporca e chiazzata, e ciò secondo il prevalere in essa della cenere o della massa terrosa che con sé veniva sollevando.</p>
<p>[7] Da persona di estese cognizioni quale era, parve a mio zio che quel fenomeno dovesse essere meglio e più da vicino esaminato. Ordinò dunque che venisse approntata una liburna, concedendomi, se lo volessi, di seguirlo. Trovandomi io però preso da un compito che egli stesso mi aveva poco prima assegnato da scrivere, forte di ciò, gli rispondo che preferisco restarmene a studiare. [8] Stava uscendo di casa, quando riceve una missiva di Rettìna, moglie di Cascio, la quale si diceva atterrita per l’imminente pericolo di cui avvertiva la minaccia (era infatti la sua villa ai piedi del monte e non v’era altra possibilità di scampo che per nave): ella lo supplicava di venire strappata da un così terribile frangente. [9] Senza indugio allora, lo zio mutò i propri piani, e ciò che prima aveva avuto in animo di compiere per amore di conoscenza, si affrettò ad adempiere con spirito di dovere. Vengono calate in mare le quadriremi, e lui stesso vi si imbarca, intenzionato a soccorrere non soltanto Rettìna, ma molti altri (per la sua amenità, il litorale era infatti punteggiato di numerose località abitate). [10] Rivolto il timone verso il luogo del pericolo, vi si dirige dunque dritto, ansioso di metter capo là dove altri fuggono; ed è sì privo di paura da dettare e annotare tutto ciò che nel corso dello spaventoso flagello accade, ogni aspetto dell&#8217;intero fenomeno cogliendo, così come esso dinanzi ai suoi occhi via via procede.</p>
<p>[11] Già la cenere cadeva sulle navi, tanto più calda e densa quanto più si approssimavano. Già cadevano anche frammenti di pomice, e ciottoli, anneriti, e arsi, e dal fuoco spezzati e ridotti in frantumi. Poi, ecco d&#8217;un tratto un inatteso bassofondo, e la spiaggia resa impervia e inadatta all&#8217;approdo per il rovinare del monte. Esita un poco, meditando se non fosse il caso di rientrare. Ma poi, volgendosi risoluto al pilota che lo esorta a far questo, dà di voce: “<em>Fortes Fortuna iuvat</em> [La fortuna aiuta gli audaci]!&#8221; e comanda &#8220;Punta in direzione di Pomponiano”. [12] Questi era a Stabia, dall’altra parte del golfo (giacché ivi il mare si addentra e disegna una curva seguendo la costa). Quivi Pomponiano, sebbene il pericolo non fosse prossimo, quandanche già in vista, temendo che col crescere potesse farsi imminente, aveva trasportato le sue cose su alcune navi, deciso a fuggire non appena il vento contrario si fosse placato. Nello stesso momento era invece questo favorevolissimo a mio zio, che molto presto arriva, abbraccia l’amico trepidante, lo rincuora, lo conforta, e per allentare l&#8217;ansia di quello col suo temperamento fermo, gli chiede con tutta calma di venire condotto al bagno. Lavatosi, cena poi tutto allegro, o fingendosi allegro.</p>
<p>[13] Intanto, dal monte Vesuvio, in parecchi punti, splendevano vaste fiamme e alti incendi, il cui fulgore e le cui vampate erano resi ancora più spettacolari dall&#8217;infittirsi delle notturne tenebre. Al fine di sedare le paure, lo zio andava dicendo che quelle che tra i roghi si vedevano bruciare erano masserie disabitate, ormai già abbandonate dai coloni, i quali avevano avuto tutto il tempo di allontanarsi da esse per darsi alla fuga. Andò poi a riposare, e dormì di un autentico sonno, giacché la sua respirazione, resa più grave e rumorosa dalla grossa corporatura, fu udita da coloro che stavano lì attorno e che dinanzi alla soglia della stanza passavano. [14] Ma il livello del cortile che dava accesso a quell’appartamento, nel ricoprirsi di cenere mista a pomici, s’era già talmente innalzato, che se egli si fosse più a lungo in quel locale trattenuto, non avrebbe di certo potuto più uscirne. Svegliato dunque, ne viene fuori, e in fretta raggiunge Pomponiano e gli altri, i quali, per tutto quel tempo, non avevano potuto fare altro che vegliare. [15] Si consultano quindi l’un l’altro su quanto può esser fatto, se meglio starsene al chiuso o portarsi all&#8217;aperto. Frattanto, continui e prolungati fremiti scuotevano l’abitazione che, quasi venisse strappata dalle fondamenta, ondeggiava ora da una parte ora dall’altra, per poi brevemente tornare in uno stato di transitoria quiete. [16] D’altro canto, si temeva all’esterno la caduta dei lapilli, per quanto leggeri e porosi. Soppesati i pericoli, egli stabilì infine che era meglio uscire all’aperto. Se però in lui prevalse ragione su ragione, negli altri un timore inseguiva l&#8217;altro. Ad ogni modo, messisi dei guanciali sulla testa, se li assicurano con dei lenzuoli prima di uscire allo scoperto. E fu questo il loro riparo contro quella pioggia.</p>
<p>[17] Già ovunque faceva giorno, ma colà una notte, ancorché inframmezzata da molti fuochi e svariate luci, regnava più scura e più cupa d’ogni altra. Ritenne egli opportuno raggiungere la spiaggia, a vedere da vicino se fosse possibile riprendere il mare, ma questo continuava a mostrarsi agitato e impraticabile. [18] Quivi, standosene riposato sopra un lenzuolo disteso, chiese e richiese della fresca acqua da bere, che avidamente ingurgitava. Ma poi, le fiamme, e il sentore di zolfo che le annunciava, mettono alcuni in fuga e riscuotono lo zio. [19] Sostenuto da due giovani servi, si alza in piedi, ma subito ricade, perché, suppongo, ispessita dalla caligine, l’aria aveva ostacolato la respirazione e ostruita la trachea, che per natura egli aveva delicata e stretta, e di frequente congestionata. [20]</p>
<p>Quando poi il chiarore diurno fece ritorno (e ciò fu al terzo dì dopo quello che per ultimo egli aveva visto), il suo corpo fu ritrovato integro, illeso, e con ancora intatte le vesti che da lui furono indossate, l’aspetto più simile a un uomo che dorme che a un morto.</p>
<p>[21] Nello stesso tempo, a Miseno, io e la mamma&#8230; Ma, oh, già questa è una diversa vicenda, la quale nessuna importanza può di certo avere per la storia, in quanto tu altro non desideravi che di venire informato della morte di mio zio. Qui perciò mi fermo. Una cosa soltanto desidero tuttavia ancora precisare, e cioè che i fatti di cui qui ti ho dato contezza sono quanto di più veritiero possa trovarsi nei miei ricordi, giacché essi non sono altro che ciò a cui o potei personalmente assistere, o di cui venni immediatamente a sapere. Tu ricavane quel che più importa per i tuoi scritti. [22] Un conto, infatti, è una lettera, un altro la storia; una cosa, senz&#8217;altro, è scrivere ad un amico, altra invece per tutti. Stammi bene</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/eruzione-vesuvius-03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10500" title="eruzione vesuvius 03" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/eruzione-vesuvius-03.jpg" alt="" width="400" height="615" /></a></p>
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		<title>Seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito sui fatti dell’eruzione del 79 d.C.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2016 09:36:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORBIUS TERTIUS]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduz. Ciro A. R. Abilitato già pubblicato il 16 dicembre 2010 Plinius Juvenis, Epistulae ad Familiares, 6,20. C. PLINIUS TACITO SVO S. [1] Ais te adductum litteris, quas exigenti tibi de morte avunculi mei scripsi, cupere cognoscere, quos ego Miseni &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=459">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato il 16 dicembre 2010</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Eruz-02_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-899" title="Eruz 02_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Eruz-02_1.jpg" alt="" width="555" height="358" /></a></p>
<p>Plinius Juvenis, Epistulae ad Familiares, 6,20.</p>
<p>C. PLINIUS TACITO SVO S.</p>
<p>[1] Ais te adductum litteris, quas exigenti tibi de morte avunculi mei scripsi, cupere cognoscere, quos ego Miseni relictus (id enim ingressus abruperam) non solum metus, verum etiam casus pertulerim. &#8220;quamquam animus meminisse horret&#8230;, incipiam&#8221;<a href="file:///F:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/008F_Studi%201/09_Letteratura/Plinio.doc#_ftn1">[1]</a>. [2] Profecto avunculo ipse reliquum tempus studiis (ideo enim remanseram) impendi; mox balineum, cena, somnus inquietus et brevis. [3] praecesserat per multos dies tremor terrae minus formidolosus, quia Campaniae solitus; illa vero nocte ita invaluit, ut non moveri omnia, sed verti crederentur. [4] inrumpit cubiculum meum mater: surgebam invicem, si quiesceret, excitaturus. resedimus in area domus, quae mare a tectis modico spatio dividebat. [5] dubito, constantiam vocare an imprudentiam debeam (agebam enim duodevicensimum annum): posco librum Titi Livi et quasi per otium lego atque etiam, ut coeperam, excerpo. ecce amicus avunculi, qui nuper ad eum ex Hispania venerat; ut me et matrem sedentes, me vero etiam legentem videt, illius patientiam, securitatem meam corripit. nihilo segnius ego intentus in librum. [6] Iam hora diei prima, et adhuc dubius et quasi languidus dies. iam quassatis circumiacentibus tectis, quamquam in aperto loco, angusto tamen, magnus et certus ruinae metus, tum demum excedere oppido visum; [7] sequitur vulgus attonitum, quodque in pavore simile prudentiae, alienum consilium suo praefert ingentique agmine abeuntis premit et impellit. [8] egressi tecta consistimus. multa ibi miranda, multas formidines patimur. nam vehicula, quae produci iusseramus, quamquam in planissimo campo, in contrarias partes agebantur ac ne lapidibus quidem fulta in eodem vestigio quiescebant. [9] praeterea mare in se resorberi et tremore terrae quasi repelli videbamus. certe processerat litus multaque animalia maris siccis harenis detinebat. ab altero latere nubes atra et horrenda ignei spiritus tortis vibratisque discursibus rupta in longas flammarum figuras dehiscebat: fulguribus illae et similes et maiores erant. [10] Tum vero idem ille ex Hispania amicus acrius et instantius &#8216;si frater&#8217;, inquit, &#8216;tuus, tuus avunculus vivit, vult esse vos salvos; si periit, superstites voluit. proinde quid cessatis evadere?&#8217; respondimus non commissuros nos, ut de salute illius incerti nostrae consuleremus. [11] non moratus ultra proripit se effusoque cursu periculo aufertur. Nec multo post illa nubes descendere in terras, operire maria: cinxerat Capreas et absconderat, Miseni quod procurrit, abstulerat. [12] tum mater orare, hortari, iubere, quoquo modo fugerem; posse enim iuvenem, se et annis et corpore gravem bene morituram, si mihi causa mortis non fuisset. ego contra: salvum me nisi una non futurum; dein manum eius amplexus addere gradum cogo. [13] paret aegre incusatque se, quod me moretur. Iam cinis, adhuc tamen rarus. respicio: densa caligo tergis imminebat, quae nos torrentis modo infusa terrae sequebatur. &#8220;deflectamus&#8217;, inquam, &#8216;dum videmus, ne in via strati comitantium turba in tenebris obteramur&#8221;. [14] vix consideramus, et nox, non qualis inlunis aut nubila, sed qualis in locis clausis lumine exstincto, audires ululatus feminarum, infantum quiritatus, clamores virorum: alii parentes, alii liberos, alii coniuges vocibus requirebant, vocibus noscitabant; [15] hi suum casum, illi suorum miserabantur; erant, qui metu mortis mortem precarentur; multi ad deos manus tollere, plures nusquam iam deos ullos aeternamque illam et novissimam noctem mundo interpretabantur. nec defuerunt, qui fictis mentitisque terroribus vera pericula augerent. aderant, qui Miseni illud ruisse, illud ardere falso, sed credentibus nuntiabant. [16] paulum reluxit, quod non dies nobis, sed adventatis ignis indicium videbatur. et ignis quidem longius substitit, tenebrae rursus, cinis rursus multus et gravis. hunc identidem adsurgentes excutiebamus; operti alioqui atque etiam oblisi pondere essemus. [17] possem gloriari non gemitum mihi, non vocem parum fortem in tantis periculis excidisse, nisi me cum omnibus, omnia mecum perire misero, magno tamen mortalitatis solacio credidissem. [18] Tandem illa caligo tenuata quasi in fumum nebulamve discessit; mox dies verus, sol etiam effulsit, luridus tamen, qualis esse, cum deficit, solet. occursabant trepidantibus adhuc oculis mutata omnia altoque cinere tamquam nive obducta. [19] regressi Misenum curatis utcumque corporibus suspensam dubiamque noctem spe ac metu exegimus, metus praevalebat; nam et tremor terrae perseverabat, et plerique lymphati terrificis vaticinationibus et sua aliena mala ludificabantur. [20] nobis tamen ne tunc quidem, quamquam et expertis periculum et exspectantibus, abeundi consilium, donec de avunculo nuntius. Haec nequaquam historia digna non scripturus leges et tibi, scilicet qui requisisti, imputabis, si digna neepistula quidem vibebuntur. vale.</p>
<hr size="1" /><a href="file:///F:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/008F_Studi%201/09_Letteratura/Plinio.doc#_ftnref1">[1]</a> <em>Quamquam &#8230; incipiam</em> (Vergilius, Aeneis, II, 12-13)</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_115.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-943" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_115.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/05_Pierre-Jacques-Volaire-View-of-the-Eruption-of-Mount-Vesuvius.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10494" title="05_Pierre Jacques Volaire - View of the Eruption of Mount Vesuvius" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/05_Pierre-Jacques-Volaire-View-of-the-Eruption-of-Mount-Vesuvius.jpg" alt="" width="900" height="648" /></a></p>
<p>Plinio il Giovane, Lettere ai Familiari, 6,20.</p>
<p>.</p>
<p>Caio Plinio al suo Tacito, salute</p>
<p>[1] Mi dici che, pungolato dalla curiosità per via della lettera che su tua richiesta ti scrissi in merito alla morte di mio zio, rimani adesso desideroso di sapere non solo quali inquietudini, ma anche quali pericoli abbia io affrontato allorché fui lasciato a Miseno (ero invero sul punto di dirtelo, ma mi interruppi). Dunque, «per quanto l’animo ancora inorridisca al ricordo &#8230; comincerò»<a href="file:///F:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/008F_Studi%201/09_Letteratura/Plinio.doc#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>[2] Partito lo zio, consacrai tutto il mio tempo allo studio (proprio per questo ero infatti rimasto). Seguirono poi il bagno, la cena e un sonno inquieto e breve. [3] Per molti giorni, in precedenza, si erano avvertiti scotimenti tellurici, senza che però nessuno vi facesse gran caso, essendo tali eventi consueti in Campania. Nonpertanto, quella notte essi crebbero talmente in intensità da far credere che ogni cosa, più che scrollarsi, addirittura si rovesciasse. [4] Proprio mentre stavo alzandomi per andare a svegliarla, preoccupato che ancora stesse dormendo, mia madre, assalita dal medesimo timore per me, irrompe nel mio appartamento. Per un certo tempo ambedue sostiamo nel cortile della casa, un modesto spazio che separa gli edifici della residenza dal lido. [5] Ancora non so se dirlo coraggio o piuttosto incoscienza (non avevo ancora diciotto anni), comunque sia, mi faccio portare un volume di Tito Livio e, come per impegnare il tempo, mi metto a leggerlo, riportandone perfino degli estratti, come già sin dal principio avevo preso a fare, quand’ecco un amico dello zio, che da poco era venuto dalla Spagna per incontrarlo. Come vede me e la madre mia seduti nel cortile, e più ancora, accorgendosi che io me ne stavo lì tutto assorto a leggere, rimprovera lei per la troppa indulgenza nei miei riguardi, e me per l’eccessiva noncuranza del pericolo. Non per questo, tuttavia, sospesi la lettura.</p>
<p>[6] Si era fatta intanto la prima ora del mattino, e il giorno quasi ancora non si mostrava, se non con luce incerta e languida. Tutt’intorno gli edifici apparivano sconquassati, e sebbene fossimo in luogo aperto, lo spazio non era sufficientemente ampio, sicché grande e reale era il timore di crolli imminenti. Avvedendoci perciò dei rischi ai quali rimanevamo esposti, ci decidiamo ad uscire dall’abitato. [7] Sennonché, nel far ciò, una folla attonita prende a venirci dietro, sembrando in essa ciascuno prediligere alla propria l’altrui valutazione, cosa questa che, nel grande terrore generale, può anche venire scambiata per prudenza. Così, al nostro avviarci, questa folla in gran massa ci incalza e preme. [8] Subito fuori dall’abitato, sostiamo. Quivi rimaniamo fortemente impressionati dal prodursi di molteplici fenomeni, di per sé stupefacenti e insieme oltremodo spaventosi. I veicoli, infatti, che avevamo dato disposizione di trascinare fuori e di approntare, e che man mano venivano portati in quel luogo e lì lasciati in attesa [non vincolati agli animali per il traino], benché il campo fosse dei più pianeggianti, or da soli per considerevoli tratti avanzavano, ora invece da soli retrocedevano, e nemmeno puntellandoli con dei grossi massi si riusciva a farli restare fermi, a trattenerli in un sol posto, o a farli procedere dritti lungo un tracciato. [9] Vedevamo inoltre che il mare, quasicché respinto dal tremore della terra, andava ripiegando su se stesso e arretrava. La spiaggia s’era allargata, e molti animali marini giacevano ora in secco sulle sabbie venute all&#8217;asciutto. Dall’opposto versante, una nube orrenda, di nero aspetto, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, precipitosamente avanzava, aprendosi in vasti bagliori d&#8217;incendio: erano questi simili a folgori, ma indicibilmente più estesi.</p>
<p>[10] Allora, quello stesso amico venuto dalla Spagna, con più impeto e maggiore insistenza, prima rivolto a mia madre e poi a me, proruppe: «Se tuo fratello, e se… se tuo zio ancora vive, sicuramente, in questo stesso momento, starà sperando che stiate mettendovi in salvo; e se invece già è perito, di certo avrà voluto che gli sopravviveste: perché mai, dunque, ancora indugiate a fuggire?». Rispondemmo che, nell’incertezza della sua sorte, non ce la sentivamo di pensare alla nostra salvezza. [11] Egli, allora, arrendendosi alla nostra ostinazione, senza attendere altro, immediatamente si allontanò per sottrarsi in tutta fretta al pericolo.</p>
<p>Di lì a non molto quella nube si abbassò verso terra e, coprendo il mare, avvolse Capri e la nascose. Poi avanzò alla volta del promontorio di Miseno, che ben presto fu escluso alla vista. [12] Mia madre, allora, si mise a pregarmi, a scongiurarmi, e perfino a ordinarmi che io almeno trovassi una qualsiasi via di scampo: io lo potevo perché giovane, ella invece no, a motivo degli anni e dell&#8217;insuperabile impedimento del corpo; ed era ella fortemente intenzionata a morire pur di non essere cagione di mia morte. Mi opposi a tali sue esortazioni, perciocché giammai mi sarei portato in salvo senza di lei. Così, prendendola per mano, la costringo delicatamente ad affrettare il passo. [13] Ella con fatica vi riesce, accusandosi d’essermi troppo di peso e di ritardare il mio passo col suo lento incedere, e asserendo che mai avrebbe potuto darsi pace qualora per sua causa non fossi riuscito a salvarmi.</p>
<p>Già cadeva della cenere, anche se ancora non fitta. Mi volgo, e a breve distanza, incalzando, simile a un torrente che precipiti al suolo, una densa caligine vedo sovrastarci alle spalle. «Tiriamoci di lato» dissi «finché ci si vede, di modo che se per via cadiamo, non finiamo schiacciati nell’oscurità dalla folla che ci insegue».</p>
<p>[14] C’eravamo appena seduti, che si abbassò la notte. Ma non come quando regna l’interlunio o il cielo è nemboso, bensì come quando ci si trova rinchiusi all&#8217;interno di un luogo da ogni parte sprangato, privo di spiragli, e ogni lume è spento. Udivi gli urli delle donne, le grida dei fanciulli, il clamore degli uomini. Chi cercava a gran voce i genitori, chi i figli, chi il coniuge, gli uni e gli altri dalle voci riconoscendosi. [15] C’era chi andava commiserando la propria sorte, chi quella dei propri cari, e perfino chi per timore della morte invocava la morte. Molti alzavano le braccia agli dèi; altri, più numerosi, asserivano non esservi più dio alcuno nei cieli, e che doveva esser quella l’ultima ed eterna notte del mondo. Né mancavano coloro che andavano accrescendo i pericoli veri con fallaci e menzogneri terrori: arrivavano ingannevolmente annunciando, ma erano creduti, che una certa casa a Miseno era crollata e che una cert&#8217;altra, altrove, era divorata dalle fiamme.</p>
<p>[16] Riapparve poi un tenue lucore, nel quale non vedevamo tuttavia il profilarsi del giorno, bensì un indizio dell’approssimarsi del fuoco. Sennonché, questo fuoco si arrestò e, persistendo per qualche tempo, a distanza ristette. Dipoi, nuovamente calarono le tenebre, e con esse si ripresentò la cenere, in gran copia e più spessa. Di quando in quando ci alzavamo per scrollarcela di dosso, altrimenti ne saremmo stati in breve totalmente ricoperti e sopraffatti, se non addirittura seppelliti e dal suo peso oppressi. [17] Potrei vantarmi, ripensando all&#8217;età che avevo, di non essermi lasciato sfuggire, in tali perigliosi frangenti, né un lamento, né un’espressione che potesse dirsi da meno d&#8217;un uomo ben avveduto e di solida tempra, ma sono sicuro che così non sarebbe stato qualora, al pensiero della morte, non avessi io trovato un disperato quanto grande conforto nel credere che se fossi lì perito, inevitabilmente sarei perito insieme a tutti quanti gli altri, e con me, nella sua somma sventura, il mondo intero sarebbe perito.</p>
<p>[18] Quella caligine, infine, si assottigliò, attenuandosi e gradatamente dissolvendosi in una specie di rado fumo o di nebbia. Quindi, fece questa volta davvero giorno. Ed anche il sole riapparve, benché livido, come quando è in eclisse. Agli sguardi ancora trepidanti, il paesaggio appariva ora ovunque mutato, ricoperto d’una spessa coltre di cenere, come se avesse appena nevicato.</p>
<p>[19] Rientrati a Miseno e ristorate alla meglio le forze, trascorremmo una notte affannosa e incerta, costantemente in animo divisi fra la speranza che rincuora e il timore che atterrisce. Prevaleva comunque il timore, giacché le scosse di terremoto si ripresentavano l&#8217;una dietro l&#8217;altra senza fine, e molti, fuor di senno, quasi per gioco, la propria e le altrui sventure con raccapriccianti pronostici andavano accrescendo. [20] Ciò nondimeno, noi, sebbene fossimo scampati a numerose insidie, e di nuove ancora ne paventassimo, neppure allora pensavamo di partire; e non lo avremmo di certo fatto sino a quando non ci fossero pervenute notizie dello zio.</p>
<p>Questi particolari, non certo degni della storia, li leggerai, naturalmente, per te soltanto, abbandonando ogni aspettativa di potertene valere per i tuoi scritti; imputando semmai la colpa a te stesso, che me ne hai fatto richiesta, qualora dovesse apparirti che essi, oltre la ragionevole misura, si discostino da quanto si addice alla semplicità d&#8217;una modesta lettera. Saluti, e conservati in forze.</p>
<hr size="1" /><a href="file:///F:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/008F_Studi%201/09_Letteratura/Plinio.doc#_ftnref1">[1]</a> <em>Quantunque &#8230; comincerò </em>(Virgilio, Eneide, II, 12-13) – Plinio evoca nel proemio della lettera le parole che Enea rivolge a Didone, fondatrice e prima regina di Cartagine, avendogli questa chiesto di narrare fin dalla loro prima origine, le insidie e le tribolazioni dei Danai.</p>
<p>.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/04_Joseph-Wright-of-Derby-An-Eruption-of-Mount-Vesuvius-with-the-Procession-of-St.-Januarius-s-Head.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10495" title="04_Joseph Wright of Derby An Eruption of Mount Vesuvius with the Procession of St.-Januarius " src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/04_Joseph-Wright-of-Derby-An-Eruption-of-Mount-Vesuvius-with-the-Procession-of-St.-Januarius-s-Head.jpg" alt="" width="750" height="562" /></a></p>
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		<title>1_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / Il mito di PAN</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2016 21:22:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 IL MITO DI PAN All’epoca della colonizzazione greca dell’Italia, tra l’XI e l’VIII secolo a.C., esistevano nel Peloponneso regioni, come la proverbiale Arcadia e la Tracia, in cui &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2377">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>IL MITO DI PAN</p>
<p>All’epoca della colonizzazione greca dell’Italia, tra l’XI e l’VIII secolo a.C., esistevano nel Peloponneso regioni, come la proverbiale Arcadia e la Tracia, in cui vivevano comunità rurali caratterizzate da un grado di civiltà molto primitivo. Presso tali popolazioni venivano adorati Ermete e Pan ed erano praticati culti orribili, in cui spesso un semplice tronco o un pilastro appena dirozzato o la stessa pietra sacrificale, grossolanamente foggiata in una forma pressoché umana, costituiva l’immagine del dio. Presso queste popolazioni la capra era divenuta simbolo di fertilità perché i tori erano pregiati, e quando il cibo scarseggiava o si verificavano morie d’animali, la statua di Pan veniva percossa, come ancora avviene con divinità affini in alcuni villaggi della Cina e dell’India, e come fino a qualche tempo fa i contadini dell’agro campano usavano fare con gli alberi che da più anni non davano frutti, battendone il tronco alla base con un bastone. Un clan di licantropi praticava sacrifici umani e conservava usanze legate ad antiche consuetudini antropofagiche. Si pensava che chiunque assaggiasse la carne di una vittima umana sacrificata divenisse un lupo mannaro. C’era una caverna dedicata a Zeus Lŷkaios (Zeus-Licèo o Zeus-Lupo), dove gli uomini non facevano ombra e chiunque vi entrasse veniva colpito da maleficio e posseduto da demoni, sicché entro l’anno si ammalava e moriva o era colpito da morte violenta. Tutte queste superstizioni erano ancora vive nel periodo classico, vale a dire nei secc. VI-V a.C. Il culto di Pan, il Dio-Tutto, il cui nome originale sarebbe stato Pàoni, fu ingentilito e ridotto a rituali puramente simbolici quando cominciò ad essere messo in rapporto con le altre divinità dell’Olimpo, soprattutto con Apollo, il quale, si narrava, fu istruito dal rozzo dio nell’arte di predire il futuro. Pan, che in origine non era un dio olimpico, fu adottato da Atene nel V secolo, alla fine della guerra persiana. Tale passaggio al culto ufficiale può essere còlto nella leggenda quando essa narra del ritrovamento da parte di Ermes del piccolo Pan abbandonato dalla madre, e della sua presentazione a Zeus e agli altri dèi dell’Olimpo, i quali lo accolsero con gioia tra di loro affidandolo a Diòniso. Questo aneddoto della leggenda sancisce la fusione dei caratteri tipici del dio Pan d’Arcadia con quelli del trace Dioniso.</p>
<p>Quale nume dei boschi, dei pascoli e del bestiame, Pane era il dio greco dei pastori, dei cacciatori e di tutti gli abitanti delle campagne. Il suo culto, sorto originariamente in Arcadia, si diffuse in tutta la Grecia ed anche al di fuori del mondo ellenico. Sebbene la sua genealogia presenti numerose varianti, era ritenuto per lo più figlio di Èrmes e della ninfa Penèlope, figlia di Drìope, eroe eponimo del popolo che per primo occupò la penisola ellenica; ma non mancano leggende in cui il nome della ninfa Penelope viene confuso con quello della sposa di Ulisse. Appena nato, Pan fu abbandonato dalla madre, inorridita dal suo aspetto mostruoso, ma Èrmes lo raccolse, e avvoltolo in pelli di lepre lo portò con sé sull’Olimpo per presentarlo a Zeus, il quale lo accolse festosamente insieme a tutti gli altri dèi e lo affidò a Diòniso, che fu felice di averlo al suo seguito. I Greci gli tributarono un culto particolare, specialmente dopo la vittoria di Maratona, che attribuivano al suo favore. Ad Atene gli fu consacrata una grotta che si apriva sul fianco dell’Acropoli.</p>
<p>Le più antiche rappresentazioni ci presentano il dio dei boschi come un demone di aspetto bestiale, mezzo uomo e mezzo capro e con un’espressione non meno arcigna che astuta. Corna ircine gli sovrastano la fronte, incurvandosi al di sopra dell’incolta capigliatura o del cranio spelacchiato; orecchie d’asino, mobili e ricoperte di fine calugine, sporgono ai lati della testa; occhi di pantera fiammeggiano al di sotto dei curvi sopraccigli. Tra gli alti zigomi sporgenti il naso è grinzoso e adunco, con larghe volute intorno alle narici dilatate; la bocca è larga, le labbra cascanti, il mento prominente al di sotto della barbetta appuntita. Dal collo alla vita, se si eccettua la coda, le fattezze sono quelle di un uomo con larghe spalle irsute e braccia vigorose, ma la parte inferiore del corpo è vellosa, le membra in tutto simili a quelle di un caprone, con le zampe sottili e nervose e i piedi provvisti di uno zoccolo spaccato. Stando a questo identikit, non è perciò difficile capire la povera Penèlope, che abbandonò il piccolo Pan appena nato perché spaventata dal suo aspetto orripilante. La tradizione ce lo presenta come un essere selvaggio e sgraziato, ma scaltro. Dotato di prodigiosa agilità, è veloce nella corsa, si arrampica con destrezza sulle rocce, risale senza fatica i dirupi e le ripide pendici dei monti, dai quali, col suo urlo agghiacciante, diffonde il terrore per le convalli. Percorre così l’aspro territorio della boscosa Arcadia, spesso seguito da un corteo di ninfe festanti che danzano e intonano cori al suono discordante della rustica zampogna. L’improvviso bisogno di solitudine lo spinge a rintanarsi nella segreta ombra dei boschi, dove rimane acquattato tra gli alberi e i pruneti per fare la posta alle ninfe e atterrire i passanti. Era noto per il suo ardore virile, che lo portava ad inseguire con uguale passione ninfe e giovinetti (i racconti di Pan venivano anche usati per mettere in guardia i fanciulli dalla pederastia), ma quando la ricerca amorosa rimaneva senza frutto, il suo incontenibile impulso lo spingeva a desiderare gli animali dei greggi . Pan è anche il dio del riposo meridiano; soleva infatti trascorrere le ore più calde del giorno in prossimità di fresche sorgenti, dove amava lasciarsi trasportare dal fruscio della foresta e dal sommesso gorgoglio delle acque. Naturalmente, quando se ne stava così raccolto non era consigliabile disturbarlo. D’altra parte, Pan possedeva capacità divinatorie e conosceva le pratiche della guarigione. Si narrava anzi che avesse istruito Apollo nell’arte di predire il futuro. Ciò nondimeno, per ottenere presagi o cure da questo essere diffidente e scontroso, era necessario tendergli agguati, catturarlo e costringerlo con ricatti meschini.</p>
<p>In origine il nome del dio sarebbe stato Pàoni, che significa “ogni cosa”, ma non nel senso di totalità cosmica, bensì in quello di “Tutto-Natura” o “Universo-Natura”<br />
Il culto di Pan fu ingentilito e ridotto a rituali puramente simbolici quando cominciò ad essere messo in rapporto con le altre divinità dell’Olimpo. Nella Grecia prearcaica, la cui economia è in massima parte fondata sulla pastorizia e dove le divinità non sono che allegorie dei diversi aspetti della realtà umana e naturale, il mito di Pan si ricollega alla domesticazione degli animali, e di conseguenza al controllo della riproduzione e alla selezione di nuove varietà utili all’uomo. Come riferisce Strabone nella Geografia, «L’Arcadia è ricca di ampi pascoli per il bestiame, e vi si trovano razze così eccellenti di cavalli e asini che questi animali sono usati come stalloni». Come dio dall’impeto selvaggio e propiziatore di fertilità, Pan incarna in forma idealizzata l’intero mondo pastorale, richiamando alla nostra memoria un’epoca in cui l’affinità dell’uomo con la natura era più stretta e la sua comunanza con ogni cosa vivente più intima e sentita. Non a caso Pan è anche il pastore Egìcoro, che alla lettera è “colui che tiene riunite le capre in un recinto”. Un altro nome del dio è Egìpane  (“Tutto-capra” e anche “Tutto-turbine”), nome col quale vengono indicate anche le divinità latine Fàuno e Silvano, mentre furono chiamati Egìpani i numerosi figli del dio, e in seguito tutti gli altri dèi silvestri appartenenti al suo seguito, compresi i Sàtiri e i Silèni.<br />
Non è difficile constatare come in Pan coesistano due nature in apparenza contrastanti: una selvaggia, istintiva, caratterizzata da una esuberante vitalità, espressione della potenza generativa del Tutto-natura, e una intelligente e spiccatamente sensitiva, per mezzo della quale questo essere rimane in stretto rapporto col segreto mondo ultrafenomenico. Il panciuto strumento silvano con cui Pane suole accompagnare le allegre sarabande degli spiriti dei boschi sembra sottolineare l’armonia di questo Tutto che con ogni evidenza incarna la vita animale e la realtà pastorale della Grecia prearcaica. Un suo analogo fra le antiche popolazioni europee è il dio Pooka della tradizione celtica.</p>
<p>Numerose rappresentazioni raffigurano Pan con un bastone da pastore e il capo cinto da una corona di pino, oppure con un ramoscello di pino in una mano; ma il suo attributo fondamentale rimane la fistola pastorale o zampogna, strumento a più canne di ineguale lunghezza intonate secondo la serie diatonica, vero e proprio organo portativo che il dio stesso ha foggiato col giunco in cui è stata tramutata la ninfa Sirìnga. Nota è la leggenda dell’invenzione di questo strumento antichissimo: Sirìnga è un’amadriade arcade, figlia del dio fluviale Ladóne. Un giorno Pan, di ritorno dal monte Licèo, la vede aggirarsi per i boschi munita di arco di corno e di faretra, e decide di inseguirla. La ragazza, insensibile alle sue lusinghe, fugge attraverso luoghi impervi, ma è costretta ad arrestare la sua corsa presso le acque del Ladone, che le sbarrano la strada. Siringa, che ha votato la sua verginità alla dea della caccia Artemide (la Diana dei Romani), supplica allora le sorelle fluviali di mutare il suo aspetto, sicché Pan, raggiuntala, si ritrova a stringere, invece che il corpo di lei, un fascio di canne palustri. Mentre il dio rimane sconcertato a contemplarle, il vento soffia fra di esse producendo un suono delicato, simile a un lamento. Colpito dall’inusitato fenomeno e dalla dolcezza della voce, Pan decide allora di unire con cera sette giunchi di diversa lunghezza e di soffiarvi lui stesso dentro. Fu così che ottenne lo strumento che gli è caro, da lui chiamato siringa  in ricordo della ninfa desiderata.<br />
Si raccontava altresì che nelle campagne di Efeso si trovava una grotta nella quale Pan aveva deposto la sua prima siringa, e in cui venivano rinchiuse, per essere messe alla prova, le ragazze che sostenevano di essere vergini. Se le giovani erano realmente pure, si udivano uscire dalla grotta i suoni melodiosi della siringa, poi la porta si spalancava da sola e la ragazza riappariva coronata di pino. In caso contrario, si udivano strida e lamenti funerei, e quando dopo giorni finalmente si riusciva a forzare il pesante masso che chiudeva la grotta, la ragazza risultava sparita.</p>
<p>Ignorato dai poemi omerici, il mito di Pan è stato tramandato attraverso rare leggende, per lo più frutto tardivo dell’immaginazione di poeti alessandrini, che attingendo ad antichissime tradizioni, lo hanno spesso evocato nei loro racconti, facendo di questo demone selvaggio il personaggio più pittoresco dell’idillio rusticano. A conferma del valore simbolico del mito di Pan, senz’altro legato al controllo esercitato dall’uomo sulla riproduzione degli animali, le leggende in apparenza più antiche riguardano la sua nascita. Tra queste è l’inno detto “omerico”, che narra della nascita del dio campestre dalla ninfa Penelope, figlia dell’eroe eponimo del popolo dei Drìopi, il quale, nella versione arcade della leggenda, sarebbe un discendente del re Licaone, figlio a sua volta di Pelasgo. Esistono tuttavia altre filiazioni per Pan. Una delle più curiose lo mette in rapporto col ciclo odissiaco, identificando Penelope con la sposa di Ulisse e dandone un’immagine affatto diversa da quella più comune che la vuole moglie fedele dell’eroe itacese. Difatti, secondo questa versione, Penelope, avendo ceduto, in assenza di Ulisse, alle profferte amorose dei centoventinove pretendenti, al ritorno del marito è da questi scacciata e rimandata a Sparta dal padre Icario, da cui ella però si allontana per recarsi a Mantinea, dove prima di morire si sarebbe unita a Ermes ed avrebbe dato alla luce Pan. Altre tradizioni narrano che in assenza del Laerziade, tutti i proci fossero stati a turno gli amanti di Penelope, e che da tutte queste unioni fosse nato Pan, quale frutto di amori peccaminosi. Così, stando a queste leggende, allorché Ulisse fece ritorno in patria, amareggiato dalle numerose prove di infedeltà della sposa, la rimandò da Icario e ripartì per nuove imprese.<br />
Pan passava anche per essere un figlio di Zeus e di Ibris, personificazione quest’ultima della Tracotanza, oppure di Zeus e della ninfa cacciatrice Callistò, appartenente alla schiera delle compagne di Artemide. In quest’ultima versione era il fratello gemello di Àrcade, l’eroe eponimo della nota regione montuosa del Peloponneso centrale, dove si stende la pianura Tegèa. Talvolta se ne faceva anche il figlio di divinità della prima generazione, come di Ètere, personificazione del Cielo superiore, e della ninfa Ènoe, o di Urano e di Gea, ovvero un figlio di Crono e di Rea, e quindi un fratello di Zeus. Altre volte, più modestamente, è il figlio del pastore Crati e di una capra. Numerosissime sono le avventure amorose di Pan, che amò in modo particolare la ninfa Eco, la quale però non lo corrispose, e la dèa Selène, che egli ricompensò dei favori ricevuti facendole dono di una mandria di candidi buoi. Dagli amori con Eufème, la nutrice delle Muse, ebbe un figlio di nome Cròto (lo Strepito), un abile cacciatore che fu allevato e visse sull’Elicona insieme alle sue sorelle di latte, in lode delle quali inventò l’applauso. Le Muse, a loro volta, in segno di riconoscenza, ottennero da Zeus che Croto fosse trasformato in una costellazione, che secondo alcuni sarebbe quella del Sagittario.</p>
<p>Pan, che in origine non era un dio olimpico, fu adottato da Atene nel V secolo, alla fine della guerra persiana. Tale passaggio al culto ufficiale trova traccia nel racconto del suo ritrovamento da parte di Ermers dopo che la madre lo ebbe abbandonato, e della sua presentazione agli dèi dell’Olimpo. Questo aneddoto sancisce la fusione dei caratteri tipici del dio Pan d’Arcadia con quelli del trace Dioniso, il dio nato due volte. Fino al V secolo a. C. Pane fu dunque rappresentato con sembianze ferine, ma successivamente acquistò lineamenti meno rozzi e aggressivi e un’apparenza più decisamente umana, con un’espressione mite e spensierata. Più tardi, nel mondo romano, questo demone silvestre divenne via via il colonus, l’agricoltore, il contadino, il mite e allegro campagnolo, che a sua volta, messo a confronto con gli abitanti della città, diventa il rozzo villano, il villico dai modi grossolani, il semplicione del contado, da cui il sostantivo inglese “clown”, che appunto deriva dal lat. colonus.<br />
A Roma, nel ciclo delle leggende palatine, Pan è ora identificato col dio Fàuno, ora con Silvano, mentre col nome di Panìsco (Paniscus), che significa “piccolo Pan”, veniva indicata una piccola divinità, spesso raffigurata come un vispo demonietto di aspetto sgraziato che scherza e gioca con Cupìdo. Una leggenda riferita da Plutarco vuole che all’epoca di Augusto un navigatore che si trovava in mare abbia sentito voci misteriose annunciare la morte del grande Pan. Naturalmente, nessuno oserebbe pensare che proprio i culti di Pan e Diòniso siano stati all’origine del misticismo delle epoche successive e che fossero destinati ad avere una parte importante nel processo di formazione di simbolismi religiosi più evoluti.</p>
<p>1_Pan incarna la natura animale, e in quanto tale è forza vitale e istinto. Come forza vitale è la vita stessa in una sua particolare determinazione, mentre come istinto non solo rappresenta l’impulso riproduttivo che garantisce la conservazione della vita animale, ma più in generale è l’intelligenza che guida il comportamento di ogni specie animale in natura.</p>
<p>2_Egìpane, gr. Αighipan -anos, lat. Aegĭpan -ānis, comp. di aics aigòs ‘capra, capro’ e pan ‘tutto’; dove aics è anche radice di aikòs, che significa ‘turbine, impeto’.</p>
<p>3_Siryngs = zampogna, siringa, calamo pastorale.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
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		<title>2_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / IACCO E ZAGREO</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2016 20:22:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 IACCO E ZAGREO Nella mitologia greca Iàcco è un dio piuttosto enigmatico, così come misteriosi appaiono non pochi personaggi che entrano nel suo mito. È rappresentato come un &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2228">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>IACCO E ZAGREO</p>
<p>Nella mitologia greca Iàcco è un dio piuttosto enigmatico, così come misteriosi appaiono non pochi personaggi che entrano nel suo mito.<br />
È rappresentato come un fanciullo appena adolescente che reca una fiaccola, e che con passo di danza e strepitando conduce la rituale processione degli iniziati ai Misteri Eleusini. Si tratta infatti del dio che guidava il corteo misterico, e il suo nome indicherebbe che sia stato in origine una personificazione del saluto, in quanto &#8220;Iacche!&#8221; era il grido rituale col quale i fedeli usavano salutare le Dee di Elèusi, cioè Demètra (Cèrere per i Romani) e la figlia Persèfone (Prosèrpina). La tradizione è molto varia: lo si riteneva di volta in volta il figlio dell’una o dell’altra delle “Due dee”, o il marito di Demètra, oppure un figlio che Diòniso aveva generato in Frigia con la ninfa Aura.</p>
<p>Come figlio di Demetra (la dea della terra coltivata e delle messi), Iàcco avrebbe accompagnato la madre alla ricerca di Persefone rapita da Ade. Secondo la tradizione, infatti, Persefone, unica figlia di sua madre, mentre se ne stava nella pinura di Enna, in Sicilia, in compagnia delle ninfe e delle altre sue sorelle Atena e Artemide, figlie anch’esse di suo padre Zeus, poco preoccupandosi del matrimonio, fu rapita da suo zio Ade col beneplacito dello stesso genitore. Così, mentre la giovane si chinava per raccogliere un narciso (o un giglio), improvvisamente la terra si dischiuse dinanzi a lei, e Ade, apparsole, la trascinò con sé nel mondo degli inferi, inghiottendo anche un guardiano di porci di nome Eubùleo che si trovava lì accanto, e con lui una parte del suo branco. Prima di sparire nell’abisso, la ragazza aveva però lanciato un grido di spavento, che udito dalla madre, fece sì che questa si mettesse subito alla sua ricerca.<br />
La leggenda dà così inizio alle lunghe peregrinazioni di Demetra, che in compagnia del piccolo Iàcco cerca la figlia in lungo e in largo per tutto il mondo conosciuto. Stando ad un episodio tramandatoci dalle leggende, le ricerche portarono Demetra ad Elèusi, dove venne cordialmente accolta da Bàubo e da suo marito Disàule, genitori di quattro figli, due maschi, Trittòlemo ed Eubùleo, e due femmine, Protònoe e Nisa. Bàubo invitò la dèa nella sua casa e le offrì per rifocillarla una minestra, che però Demetra non si sentì di accettare, in quanto le sue preoccupazioni le toglievano l’appetito. Si narra che allora Baubo, per sdrammatizzare la situazione e ridestare la dea dai suoi tormentosi pensieri, si voltò, e piegandosi come per fare un inchino nell’opposta direzione rispetto ai suoi ospiti, si sollevò le vesti e mostrò ad essi il suo tondo sedere. Al che Iacco scoppiò in fragorose risa e si mise ad applaudire festosamente, mentre la madre, vedendo il figlio così divertito, si rasserenò e cominciò anch’essa a ridere, finendo così con l’accettare la minestra. In segno di riconoscenza verso Bàubo e Disàule per l’ospitalità ricevuta, Demetra premiò il loro figlio Trittòlemo affidandogli il compito di seminare ovunque il grano con un carro trainato da draghi, che il giovane ricevette in dono dalla dea.</p>
<p>Come figlio di Persefone (dea dell’oltretomba e simbolo dell’immortalità dell’anima), Iàcco sarebbe da identificarsi con Zagrèo, che a sua volta è considerato una specie di “Zeus sotterraneo”, e quindi da assimilare ad Ade, mentre nell’ambito della religione orfica è ritenuto il “primo Diònisio”.<br />
Secondo la leggenda, Zeus lo avrebbe procreato unendosi a Persèfone sotto forma di serpente. Una volta venuto al mondo, il piccolo Zagreo fu oggetto di un fortissimo affetto da parte del padre, il quale lo aveva destinato a succedergli nel dominio supremo del mondo. Tuttavia i destini avevano stabilito per lui diversamente, a causa della folle gelosia suscitata in Èra dagli amori adulterini del marito. Per sottrarlo quindi alla gelosia di Èra, Zeus affidò il piccolo Zagrèo ad Apollo e ai Curèti, i quali l’allevarono tenendolo nascosto nelle foreste del Parnàso. Èra però, non potendo vendicarsi direttamente su Zeus, cercò il piccolo ovunque, e riuscita a scovarlo, incaricò i Titàni di rapirlo. Zagrèo aveva la capacità di trasformarsi, ma a nulla gli valsero le numerose metamorfosi a cui ricorse per sfuggire ai suoi persecutori. Si era mutato in toro e giocava nei boschi del Parnaso quando i Titàni lo avvistarono. Essi allora si misero ad inseguirlo finché non lo catturarono, dopodiché lo fecero a pezzi. Le sue menbra furono da loro in parte mangiate subito crude e in parte messe a cuocere in un grande paiolo. Frattanto Apollo, avvertito dai Cureti del rapimento di Zagreo, corse a dirlo al re degli dèi, che immediatamente si recò sul luogo del misfatto. Guintovi però troppo tardi, non gli restò che uccidere con un colpo di fulmine i Titàni criminali, incaricando Apollo di raccattare per il Parnaso ciò che era rimasto del figlio. Apollo riuscì a rimediare ben poco, e poiché non se ne poteva far nulla, seppellì presso il suo tripode a Delfi i resti che aveva potuto recuperare. Pàllade riuscì invece a mettere in salvo il cuore ancora palpitante di Zagreo. Poiché Zeus non si rassegnava all’idea della perdita del figlio, Demètra radunò tutto ciò che restava di Zagrèo e lo consegnò al re degli dèi, mentre Atena gli portò il cuore, che Zeus inghiottì o assorbì, restituendo in vita tutt’intero il bambino. Si dice anche che, assorbito il cuore vivo di Zagreo, Zeus generò Dioniso con Sèmele, ovvero che fece assorbire il cuore del figlio a Sèmele, la quale poi, fecondata, poté generare Dioniso quale reincarnazione di Zagrèo. Questa leggenda, il cui protagonista si identifica con Iacco, appartenne alla teologia dei misteri orfici.</p>
<p>Riguardo alla leggenda che vuole Iacco figlio della ninfa frigia Aura (la Bellezza), si narra che questa era la più veloce di tutte le compagne di Artemide, e che Dioniso, invaghitosi di lei, la inseguì senza mai poterla raggiungere, finché Afrodite non la fece impazzire, sicché Aura finì col concedersi al suo inseguitore. Messa incinta da Dioniso, Aura partorì due gemelli, uno dei quali, il cui nome era Ìnaco, fu subito divorato dalla madre ormai priva di senno, mentre Iacco riuscì ad essere salvato da un’altra ninfa, pure amata da Dioniso, la quale lo affidò alle Baccanti di Eleusi, che lo tennero con loro e lo allevarono. La stessa Atena, si dice, lo allattò, mentre Aura si gettò nel fiume Sangario trasformandosi in fontana.</p>
<p>In definitiva, Iàcco può essere considerato un intermediario fra le dee eleusine e Dioniso, e quindi una specie di messaggero celeste, e si può forse pensare che dal suo nome si sia originato l’altro nome attribuito a Dioniso, quello di Bacco. Tuttavia, si è spesso riconosciuto che se ciò fosse stato vero, questo dualismo del dio sarebbe stato di per se stresso un mistero.<br />
Nei culti dionisiaci le Baccanti, dilaniando le membra di un animale selvatico, che era ritenuto un’incarnazione del dio, e mangiando la sua carne cruda, celebravano in pratica lo sbranamento del corpo del primo Dioniso (cioè di Dioniso-Zagreo) da parte dei Titàni. Inoltre, così come i Titàni, che erano nati dalla terra, dopo aver mangiato il dio avevano acquistato una scintilla di divinità, similmente l’uomo era considerato in parte terreno e in parte divino, e scopo dei riti bacchici era quello di esaltarne la parte divina.</p>
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		<title>3_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / IL MITO DI DIONISO</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2016 19:22:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 IL MITO DI DIONISO Diòniso, dio greco della forza vitale, del vino e del delirio mistico, è una divinità complessa a causa degli elementi traci ed orientali confluiti nella &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2231">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>IL MITO DI DIONISO</p>
<p>Diòniso, dio greco della forza vitale, del vino e del delirio mistico, è una divinità complessa a causa degli elementi traci ed orientali confluiti nella sua figura. Identificato dai Romani col vecchio dio italico Liber Pater, fu anche chiamato Bacco, ma solo in parte corrisponde al dio Bacco dei Romani.<br />
Lo si diceva figlio di Zeus e di Sèmele, la quale era una delle figlie di Cadmo e Armonìa. Diòniso appartiene perciò alla seconda generazione degli Olimpici, come Ermes, Apollo, Artemide e così via.<br />
Si narra che Èra, stanca degli amori adulterini di Zeus, assunse le sembianze di Bèroe, la vecchia nutrice di Sèmele, e così camuffata si presentasse alla giovane, consigliandole di chiedere al suo amante di mostrarsi a lei in tutto il suo fulgore. L’incauta fanciulla seguì il consiglio della falsa Bèroe, e così Zeus, avendo imprudentemente promesso alla donna che avrebbe accondisceso a qualsiasi sua richiesta, si vide costretto ad esaudirla. Le conseguenze furono fatali, perché Sèmele, alla vista del re degli dèi in tutta la sua tremenda potenza, stramazzò al suolo, folgorata dai dardi infuocati che da lui si sprigionarono. Poiché la giovane era incinta, Zeus si affrettò a strapparle il bimbo dal grembo, che era soltanto al sesto mese, e se lo cucì subito in una coscia, tenendovelo fino al compimento dei nove mesi, allo scadere dei quali Dioniso venne fuori dalla coscia del padre vivo e perfettamente formato. Così, secondo la leggenda, Dioniso era il dio nato due volte, il figlio due-volte-nato di Zeus. Orfano della madre, Zeus lo affidò ad Ermes, che lo consegnò al re di Orcòmeno, Atamànte, e alla sua seconda moglie Ino, affinché lo allevassero, prescrivendo loro di travestirlo da fanciulla per sottrarlo alla vendetta di Èra. Questa infatti, volendo a tutti i costi la morte del frutto della relazione axtraconiugale del marito, non si lasciò ingannare dai depistaggi di Zeus e fece impazzire sia la nutrice di Dioniso, Ino, che il coniuge, Atamànte.<br />
Zeus trasportò allora il fanciullo lontano dalla Grecia, su un monte all’interno di un misterioso paese chiamato Nisa, che alcuni situano in Asia ed altri in Etiopia o in Africa (e che forse è l’Arabia), affidandolo alle cure delle ninfe del luogo. Questa volta, per evitare che Èra lo riconoscesse, trasformò il fanciullo in capretto. L’episodio spiega sia l’epiteto di Èrifo, cioè di “capretto”, attribuito a Dioniso nelle cerimonie sacre, sia, secondo alcuni, l’etimologia del nome come dio di Nisa. Ad ogni modo Dioniso venne allevato dalle ninfe nei boschi del monte Nisa, dove crebbe sano e spensierato, e quando fu cresciuto, le sue tutrici, per gratitudine di Zeus, furono mutate nelle stelle della costellazione del Toro note col nome di Ìadi.</p>
<p>Il mito di Dioniso è ricchissimo di interpretazioni e di sviluppi, con aneddoti spesso contraddittori, anche per le sue interferenze col dio egiziano Osiride, con cui fu identificato in epoca tolemaica. Si narra che divenuto adulto, Dioniso scoprì la vite e l’uso dell’uva. A lui è perciò attribuita la diffusione tra i popoli della viticoltura, della vendemmia e delle tecniche di produzione del vino.<br />
Stando alla tradizione, dopo essere stato allevato dalle ninfe del monte Nisa, Èra, che sempre lo cercava, lo scovò e lo fece uscire di senno. In preda alla follia il dio errò attraverso l’Egitto e la Siria, e con un folto seguito di fedeli risalì le coste dell’Asia fino a giungere in Frigia, dove fu accolto affettuosamente dalla dea Cibèle, che lo purificò e lo fece rinsavire, iniziandolo ai riti del suo culto.<br />
Liberato dunque dalla pazzia, e in virtù tanto di questa guarigione quanto degli insegnamenti di Cibele divenuto più potente, Dioniso raggiunse la Tracia, dove fu ricevuto assai male dal re Licurgo, che regnava sulle rive dello Strimòne. Il re cercò infatti di imprigionare il dio, ma non vi riuscì, poiché Dioniso si era messo in salvo presso la nereide Tèti (o Tètide), che gli dette asilo in mare. Le Mènadi, che erano al suo seguito, furono invece catturate, ma Dioniso fece sì che fossero miracolosamente liberate, e per vendicarsi privò Licurgo della vista e lo fece impazzire.<br />
Perso il lume della ragione, un giorno il re si scagliò con rabbia contro la vite, e credendo di abbattere la pianta sacra a Dioniso, si tagliò una gamba, troncando anche le estremità del figlio che lo aiutava. Ritornato in sé, si accorse che non solo la vite era rinsecchita, ma che il suo paese era colpito dalla siccità. L’oracolo, interrogato, rivelò che la collera di Dioniso si sarebbe placata solo con la morte di Licurgo. I sudditi, allora, attaccarono il loro re a quattro cavalli, che spronati in opposte direzioni lo squartarono.<br />
Si dice che Diòniso fosse stato avvertito in principio delle cattive intenzioni di Licurgo da un trace di nome Càrope, il quale, come ricompensa, fu messo al posto dell’inospitale re sul trono della Tracia e iniziato dal dio ai suoi misteri. Càrope è padre di Eàgro, e perciò nonno di Orfèo. Fu lui a trasmettere ai discendenti la religione dionisiaca.</p>
<p>Dioniso si pose poi alla testa di un esercito ben agguerrito, e sempre seguito da un folto stulo di seguaci, dalla Tracia marciò verso l’India, che conquistò alla sua fede con le virtù magiche, la potenza mistica e la forza delle armi. Quando in quella terra fu ovunque diffuso il suo culto, egli ne ritornò alla testa di una folla sterminata di seguaci e di un corteo trionfale detto tìaso.<br />
Ritornato in Grecia, Dioniso raggiunse la Beozia, paese d’origine della madre, e si diresse a Tebe, dove suo nonno Cadmo, il fondatore della città, ormai avanti negli anni, aveva ceduto il regno al nipote Pentèo, nato dal matrimonio della figlia Àgave con Echióne. Qui Dioniso introdusse i Misteri dionisiaci istituendo i Baccanali, feste orgiastiche durante le quali l’intero popolo, preso da sacro furore, si abbandonava a danze frenetiche e percorreva le campagne in preda a un delirio mistico. Nel corso delle cerimonie i devoti si mettevano all’inseguimento di animali selvatici che poi facevano a pezzi, dividendosi fra loro le carni crude per cibarsene e vestendosi con le pelli ancora fresche strappate alle loro prede.<br />
L’opposizione di Pentèo all’introduzione di riti così orribili e pericolosi offrì a Dioniso l’occasione non solo di punirlo in modo esemplare, ma anche di vendicarsi di una vecchia offesa ricevuta da sua zia Àgave prima ancora che egli venisse al mondo. Infatti, quando sua madre Sèmele morì fulminata per aver visto il re degli dèi in tutta la sua gloria, Agave si era messa a dire che Zeus aveva voluto punire la sua amante perché ella gli aveva detto di portare in grembo un figlio generato con lui, mentre quel figlio era certamente il frutto degli amori di lei con un mortale qualsiasi. Pertanto, a dire di Àgave, Dioniso non era il figlio di Zeus. Memore di questa calunnia, Dioniso comandò a tutte le donne tebane di recarsi sul Citeróne e di celebrare lì i suoi misteri. Suo cugino Pentéo, preso da premura per la madre, si avventurò anch’egli di nascosto sulle boscose pendici del monte, intenzionato a spiare le cerimonie delle Baccanti. Fu però scoperto e inseguito dalle donne invasate. Sua madre, che si trovava fra di loro, e a cui il dio aveva offuscato la mente gettandola in preda ad un vero e proprio delirio, scambiandolo per un animale feroce o un cinghiale, lo squartò con le sue stesse mani e lo sbranò senza misericordia. Quando ritornò in sé, Agave, spaventata, fuggì da Tebe fino in Illiria, dove fu accolta dal re del paese Licotèrse, che poi la sposò. Qualche tempo dopo Agave uccise però anche lui con l’intenzione di dare il regno al proprio padre Cadmo.</p>
<p>Successivamente Dioniso si recò ad Argo (detta anche Tirìnto), dove manifestò la sua potenza in modo analogo, in quanto le figlie del re Prèto non volevano accettare il suo culto. Egli allora fece impazzire le Prètidi e le donne del paese, che credendo di essere giovenche, percorsero la campagna emettendo muggiti e giungendo a un tal grado di esaltazione da divorare i loro stessi poppanti.<br />
Volendo poi raggiungere l’isola di Nasso, Dioniso noleggiò i servigi di alcuni pirati tirreni, pregandoli di prenderlo sulla loro nave per passare in quell’isola.<br />
I pirati accettarono e lo presero a bordo, ma invece di dirigersi alla volta di Nasso, fecero rotta per l’Asia Minore, intenzionati a venderlo come schiavo. Fatto scalo per rifornimenti a Chio, colsero l’occasione per mettere in pratica il loro piano, e prima di rimettersi in viaggio, catturarono Dioniso, che nel frattempo li aspettava sulla spiaggia dell’isola e dormiva. Quando Dioniso si svegliò e si accorse di essere stato legato, rivelò ai pirati la sua natura divina compiendo grandi prodigi: i loro remi si trasformarono in serpenti, tutta la nave fu invasa dall’edera, dappertutto risuonò la musica assordante di flauti invisibili, la nave stessa venne paralizzata con ghirlande di vite e si fermò in mezzo al mare con gli stralli, le sàrtie, le vele e gli alberi tutti trasformati in viti, mentre il dio appariva ai suoi sequestratori in tutto il suo fulgore e in tutta la sua tremenda potenza, incoronato d’edra e circondato da tigri e pantere. I pirati allora ebbero terrore e impazzirono, e per sottrarsi a quei prodigi si gettarono in mare, ma al contatto con l’acqua si trasformarono in delfini. Ciò spiega come i delfini, essendo i pirati pentiti della leggenda di Dioniso, siano amici degli uomini ed accorrano a salvarli nei naufragi. Si diceva che solo Acèste, il pilota della nave, poté sfuggire alla punizione, in quanto era stato l’unico a proteggere il giovane dio dai maltrattamenti dei compagni.</p>
<p>La potenza di Dioniso fu in tal modo riconosciuta e accettata presso tutti i popoli del mondo antico, sicché il dio, avendo stabilito dappertutto il suo culto, poté ritenere compiuta la sua missione sulla terra. Tuttavia, prima di salirsene in Cielo, volle scendere agli Inferi a cercare l’ombra della madre Sèmele, per restituirla alla vita. Si diresse così in Argolide, dove si trovava un’immensa palude senza fondo chiamata lago di Lerna, che si diceva essere l’accesso più diretto al mondo infernale. Ma dato che non conosceva la strada, Dioniso dovette informarsi presso un tizio chiamato Prosìnno (o Pòlinno). Questi, interrogato, gli dette le indicazioni richieste, ma desiderò una certa ricompensa, che Dioniso promise di rendergli al ritorno dal suo viaggio. Giunto nel regno dei morti, Dioniso chiese ad Ade di rilasciare sua madre. La richiesta fu accolta, a patto che egli avesse lasciato in cambio qualcosa che gli fosse molto caro. Dioniso cercò fra le sue piante favorite e offrì al dio degli Inferi il mirto. Da ciò ebbe origine l’usanza degli iniziati ai misteri dionisiaci di coronarsi la fronte con tralci di mortella. Sèmele, ritrovata da Diòniso, fu resuscitata e condotta in cielo, dove le fu dato il nome di Tióne. Quando Dioniso risalì dagli Inferi, cercò Pròsinno per adempiere alla sua promessa e ricompensarlo come egli aveva desiderato, ma non poté farlo, perché frattanto Prosìnno era morto. Cercò tuttavia di mantenere la parola data servendosi di un bastone di legno di fico che intagliò a forma di fallo e che piantò sulla tomba di Prosìnno; poi, dando corso ad un rito, si concesse sulla stessa sepoltura ad un simulacro che impersonava il defunto. Questa leggenda oscena spiega la parte avuta dal fallo nella religione di Dioniso.<br />
Salito al cielo per occupare il posto che gli spettava fra gli altri dèi dell’Olimpo, Dioniso prese parte alla Gigantomachìa, uccidendo Eurìto con un colpo di tirso. In quanto all’incontro e al matrimonio con Arianna, la versione più comune colloca l’episodio nel corso del viaggio di ritorno dall’India, mentre un’altra lo situa posteriormente all’ascesa del dio al Cielo. Ad ogni modo, Dioniso rapì Arianna a Nasso, la quale era stata lì abbandonata da Tesèo durante la fuga da Creta. Il dio portò la giovane con sé sull’Olimpo e si unì in matrimonio con lei, ottenendo da Zeus che la sua sposa fosse resa immortale.<br />
Una variante làcone della leggenda della nascita di Dioniso vuole che Sèmele abbia partorito normalmente il dio a Tèbe, in Beòzia, e che il re Cadmo, per liberarsi di entrambi, avesse rinchiuso il bambino e la madre in un cofano, che poi gettò in mare. Il cofano, trasportato dalle correnti, sarebbe stato depositato dai flutti su una spiaggia della Lacònia, dove Sèmele, che nel frattempo era morta, fu sepolta, mentre gli abitanti della regione si presero cura del dio e lo allevarono.</p>
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<p>ASPETTI PARTICOLARI DEL CULTO DI DIONISO</p>
<p>Diònisos, dio greco della forza vitale, del vino e del delirio mistico, detto più tardi Bakchos o Iakchos, è una divinità molto complessa che riunisce in sé i caratteri di Pan, di Ermes e i suoi propri, i quali ultimi sembra si siano originati non già in Grecia, ma a Creta, prima dell’età micenea. Divenne poi un dio della Tracia, regione ancora più primitiva dell’Arcadia, tanto che i suoi abitanti venivano considerati barbari dagli altri Greci. Veniva rappresentato sotto forma di erma, cioè di un pilastro quadrato terminante superiormente con una testa o una maschera barbuta. Di lui si diceva che era nato due volte, da Sèmele e dalla coscia di Zeus, e che postosi alla testa di un esercito aveva condotto una crociata in India, la quale fu da lui conquistata con le armi e la fede. In quella terra venne così diffuso il suo culto ed egli ne ritornò alla testa di una folla sterminata di seguaci e di un corteo trionfale, il tìaso, nel quale appariva assiso su un carro trainato da buoi giganteschi e da pantere, incoronato di edera e di pampini. Il carro era preceduto e seguito da Mènadi, Sàtiri, Silèni, Egìpani, Centàuri ed altre divinità minori, tra le quali una piuttosto sui generis a causa di una indicibile deformità: un certo Priàpo, preso a Làmpsaco, un’antica città fondata dai Focesi sulla riva asiatica dell’Ellesponto.<br />
Il culto di Dioniso, con i suoi misteri di natura estatica e orgiastica, conservava forti elementi orientali ed era caratterizzato da rituali in parte cruenti, come quello di sbranare gli animali selvatici ancora vivi, di farli a pezzi e di mangiarli crudi, nonché di coprirsi con le loro pelli ancora fresche. Si credeva che mangiare la vittima senza prima ucciderla consentisse il passaggio del suo elemento vitale nel corpo del devoto, mentre la divisione rituale delle carni doveva essere un’allusione al carattere magnanimo del dio quale dispensatore di vita. Nelle Baccanti, Euripide descrive quale dovesse essere il senso dei rituali praticati dalle Mènadi, il cui coro, invocando Bròmio in un’atmosfera di poesia e di esaltazione, magnifica il supremo piacere di smembrare un animale selvatico e di mangiarlo subito crudo:</p>
<p>Dolce tra i monti correr nel Tìaso<br />
cinte del sacro vello di daino,<br />
e al suol cadere, correndo sulla traccia<br />
del capro, e ucciderlo, e fumante berne<br />
il sangue; ai monti lidi lanciandosi<br />
ed ai frigi, da Bromio guidate,<br />
che per primo il grido leva: Evoè!</p>
<p>Bròmio, “il rumoroso”, era un altro dei molti nomi di Diòniso, così chiamato a causa del baccano che caratterizzava le feste orgiastiche del suo culto.<br />
La danza delle Mènadi sul brullo crinale d’una montagna non era però solo la ripetizione meccanica di un primitivo rituale sacro. Essa, infatti, doveva avere un carattere eminentemente partecipativo e liberatorio, e configurarsi come un’occasione senza pari di momentanea evasione dai legami e dalle incombenze della vita ordinaria, come una fuga dagli aspetti oppressivi della civiltà e un rifugio nel mondo dell’emozione, della bellezza extraumana, della libertà del vento e delle stelle. Non a caso, in Euripide, in tono molto meno esaltato, le stesse Menadi cantano:</p>
<p>Torneranno mai più a me<br />
le lunghe, lunghe danze<br />
durante la notte, fino allo svanire delle stelle?<br />
Sentirò ancora la rugiada sulla gola e lo scorrere<br />
del vento nei miei capelli? E i miei piedi riluceranno<br />
ancora nelle buie distese?<br />
O piedi del cerbiatto fuggito nel verde bosco,<br />
che solo corri nell’erba e nell’incanto;<br />
o balzo del fuggiasco non più impaurito,<br />
che al di là delle trappole e del premere mortale ti spingi,<br />
una voce ancora risuona in distanza:<br />
Una voce, una paura, e una fretta di cani.<br />
O ferocemente rapidi, pazzamente sfiancanti,<br />
in avanti correte attraversando fiumi e radure.<br />
È gioia o terrore, o piedi svelti come la tempesta?<br />
Correte, correte verso le care terre solitarie,<br />
dall’uomo indisturbate, ove voce alcuna<br />
non suona, e fra l’ombroso verde<br />
dove i piccoli esseri del bosco vivono non visti.</p>
<p>I culti dionisiaci ebbero sempre un carattere popolare e popolareggiante con forti connotazioni di femminismo. La personalità femminile permeava infatti ogni aspetto del culto; la partecipazione delle donne alle funzioni religiose ne era un aspetto importante: certi uffici erano riservati esclusivamente ad esse, così come certe pratiche rituali. Rispettabili matrone, ragazze, popolane, e perciò donne senza distinzione di età e di ceto, si riunivano su brulle colline e vi trascorrevano in folte schiere notti intere in danze che stimolavano l’estasi e in un’ebbrezza mistica indotta, almeno in parte, dall’alcol. Gli uomini, in particolare i mariti, trovavano talvolta queste pratiche moleste e ne erano irritati perché vi erano totalmente esclusi, ma non osavano contrastarle, giacché opporvisi avrebbe significato mettersi contro le usanze e la religione. Le baccanti procedevano in disordinato corteo abbandonandosi a danze frenetiche, agitando i tirsi, suonando cembali, timpani e lanciando grida rituali. Spesso, all’urlo &#8220;Peana!&#8221; o &#8220;Evoè!&#8221;, simulavano l’inseguimento del dio-preda, che una volta raggiunto veniva simbolicamente fatto a pezzi e mangiato.<br />
Il femminismo religioso si accompagnava ad altri aspetti del culto che erano di pura virilità maschile, come ad esempio le cerimonie itifalliche delle falloforie. L’elemento femminino aveva anch’esso un’importanza notevole, in quanto il dio, nella sua perfezione, non era un essere asessuato, e nemmeno bisessuato, ma un essere di sesso ben definito, cioè maschio, in quanto dio fecondatore. Bacco era anche chiamato Fallène o Fallèno, e tuttavia la sua natura si delineava come polierotica, a significare che la distinzione dei sessi non esclude il carattere universale e polivalente dell’amore e del trasporto erotico. Il dio, infatti, come generatore di vita, era anche la forza vitale che produce l’attrazione e l’unione dei sessi. Per questo motivo le falloforie erano caratterizzate da una numerosa partecipazione di thēleìai (effeminati), di panàbroi (“tuttimolli”), travestiti e sardanapali  (omaccioni effeminati). I phallophòroi o phallogòghi non erano solo coloro che avevano il compito di portare a spalla il fallòbate, ma anche gli uomini e le donne che lo seguivano e lo precedevano recando un fallo di legno di fico o di cuoio. Costoro formavano insieme al resto del popolo la phallagòghia, ossia la processione al seguito dell’itifallo. Un altro elemento dionisiaco era la processione con i serpenti, che conosciamo dalle raffigurazioni su alcuni vasi greci, oltre che dalla tradizione; essa era un altro dei pezzi forti che i dionisiasti  amavano presentare in occasione delle festività religiose. La liturgia ripercorreva l’intera vita del dio con rappresentazioni drammatiche che via via assunsero la forma della commedia, della tragedia e della satira. Tutto avveniva come in un tipico carnevale tradizionale italiano, con maschere e processioni di carri, ma non era un semplice spettacolo.</p>
<p>Bakcheìa era la festa di Bacco, e anche il furore bacchico, la frenesia, la divina follia provocata dal vino nel corso dell’òrghia, ossia del culto misterioso, della cerimonia misterica: un vero e proprio sacramento per i fedeli, in quanto si credeva che il rituale fosse capace sia di purificare l’anima del credente, mettendola nella condizione di sfuggire al meccanismo oppressivo della vita, sia di far circolare l’energia vitale e sacra che è alla base della ciclicità naturale. Il dio, del quale non si è mai potuto sapere se avesse le sembianze di un uomo, di un capro o di un toro, provocava la fertilità, e questa era a sua volta associata non solo alla vita animale, ma anche alla vita delle piante e soprattutto alla coltivazione della vite, insegnata dal dio stesso ancora prima che Demetra introducesse fra i popoli la coltivazione del grano e l’agricoltura.<br />
La religione di Dioniso aveva significati reconditi ed era connessa con la fertilità della terra. Dall’uva si otteneva la prima bevanda fermentata che il dio aveva fatto conoscere agli uomini. Dioniso avrebbe anche scoperto l’uso del miele, il quale sarebbe stato per la prima volta da lui impiegato come catalizzatore della fermentazione nel processo di vinificazione dei mosti. Le cerimonie avevano un elevato carattere liberatorio, perché gli adoratori entravano in uno stato di eccitazione e di esaltazione cui seguiva un trasporto verso il dio e un rapimento estatico. La coscienza appariva dilatata, e in questo stato si giungeva fino alla trance, caratterizzata dal manifestarsi di capacità medianiche in virtù dell’entusìa, cioè dell’ispirazione divina. La normale assennatezza era messa in scacco nell’adoratore dalla forte passione che in lui si generava, sicché egli ritrovava nell’ebbrezza fisica e spirituale un’intensità di sensazioni e di emozioni impossibile nella vita normale: la forza lo riempiva, i dolori sparivano, il mondo era sentito come pieno di piacere e di bellezza, e la mente si liberava di colpo dalla prigione dei divieti e delle preoccupazioni. La Bakcheìa, il rituale bacchico, produceva il cosiddetto entusiasmós, che etimologicamente significa “sono preso da entus”, cioè “sono tratto da divina ispirazione”, “sono pieno di divino impeto”: è la condizione dell’essere invaso dalla divinità, del venire ad essere in completo possesso del dio. Si ha così l’ingresso del dio nel suo adoratore, il quale diviene una sola cosa con lui. In questa fase l’invasato è preso dall’estro, che lo conduce fino all’orgasmós, parola che potrebbe essere resa con “risucchio estatico nel sacro vortice della vita” e anche “accoglimento mistico del sacro turbine della vita”. Il culmine dell’unione si aveva quando nell’adoratore avveniva la fusione delle due nature maschile e femminile catalizzata dalla presenza in lui del dio: il devoto diveniva allora per breve tempo partecipe del Tutto, e in questo stato era contemporaneamente maschio e femmina, androgynos, ermafrodito, realtà doppia: era l&#8217;essere completo, indiviso. Ma si andava oltre, giacché questo non era ancora lo stadio perfetto, il quale consisteva nella percezione dell’unità indistinta dell’essere e del sacro Arcano Cosmico. All’unione mistica seguiva poi uno stato di spossatezza e quindi il sonno. Così infatti finivano le cerimonie bacchiche, sicché l’alba coglieva tutti sprofondati in un sonno profondo e nell’indicibile confusione lasciata dallo zigurnale; insomma, qualcosa di molto simile a ciò che accade oggi dopo una notte passata in discoteca.</p>
<p>In epoca romana, e fin dal II secolo prima della nostra era, i Misteri di Dioniso, con la loro licenziosità e il loro carattere orgiastico, penetrarono in Italia, dove trovarono una terra d’elezione fra le popolazioni montane, ancora poco incivilite, delle regioni centromeridionali della penisola e in Sicilia. Qui, infatti, si diffusero rapidamente, dando luogo alla formazione di associazioni religiose e di confraternite che praticavano cerimonie segrete; associazioni che assunsero una caratteristica nuova rispetto alla tradizione ellenica, configurandosi come delle vere e proprie chiese o parrocchie, cioè come comunità religiose a cui chiunque, senza distinzione di razza, ceto e sesso, poteva essere ammesso per iniziazione. Vi si praticavano i culti misterici della fecondità, che non erano orge sessuali come noi le intendiamo, ma cerimonie religiose durante le quali venivano praticati rituali catartici per la purificazione dalle passioni. Nell’ambito di queste dottrine misteriosofiche, la rivelazione cominciò ad essere considerata come l’origine e il fondamento dell’autorità religiosa. Poiché queste pratiche si discostavano dalla religione di Stato, non furono più tollerate dal Senato romano, che nel 186 a.C., sostenendo che esse venivano sempre più degenerando in licenziose manifestazioni, proibì la celebrazione dei Baccanali con un apposito provvedimento, il Senatusconsultum de Bacchanalibus, il cui testo è pervenuto a noi attraverso una delle più antiche iscrizioni in lingua latina. Tuttavia le sette mistiche, anche dopo la riforma orfica, conservarono molti aspetti della tradizione dionisiaca. Il culto dionisiaco fu riammesso a Roma da Cesare, che dedicò a Bacco un tempio sull’isola Tiberina, ed ebbe ancora larga diffusione in epoca imperiale.<br />
La festa di Piedigrotta, a Napoli, era particolarmente ricca di connotazioni dionisiache, opportunamente mascherate sotto il complesso delle forme e dei simboli della tradizione cristiana. Ciò accade ancora in molte parti dell’Italia centro-meridionale, in occasione di feste religiose e cerimonie nel corso delle quali i devoti, in particolare quelli appartenenti ad associazioni e congregazioni storiche, manifestano comportamenti singolari, ma chiarissimi nel loro significato recondito. Ne sono esempio certi rituali propiziatori e apotropaici praticati in Puglia, sul Gargano, e in Abruzzo. In quest’ultima regione è nota in particolare Cocullo, cittadina adagiata su un dosso del monte Luparo (Lykeios), dove il primo giovedì di maggio, in occasione della festa di S. Domenico, i serpari procedono in processione portando rettili attorcigliati alle braccia e al collo. Comportamenti molto particolari si possono ancora osservare a Montevergine (l’antico Partènio), in provincia di Avellino, o, spostandoci nella provincia di Napoli, a Sant’Anastasìa, dove in occasione della Pasqua un’importante festa tradizionale si svolge presso il santuario della Madonna dell’Arco; e così fino ad arrivare a Nola e a Barra con la loro festa dei Gigli. Ma non si dimentichi la stessa festa di S. Gennaro, a Napoli, il 19 settembre. In tutte queste manifestazioni di folklore, dove il sacro si mescola ad aspetti non meno sacri della religiosità popolare, ma più remoti, nemmeno gli stessi devoti sono coscienti del significato delle loro azioni e dei loro comportamenti rituali, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il procedere carponi per lunghi tratti o il procedere a piedi nudi, o sulle ginocchia con le braccia alzate, o recando grossi pesi, o correndo senza mai fermarsi, così come lo strapparsi i capelli delle donne e l’agitarsi frenetico dei cosiddetti indemoniati e dei tarantolati, non sono semplici comportamenti di devozione cristiana, ma rituali antichissimi che si sono perpetuati nel tempo, anche dopo che l’orfismo ebbe riformato la religione di Dioniso inglobando tutto il suo simbolismo per portarlo su di un piano più astratto con l’elaborazione di una vera e propria teologia.</p>
<p>Antichi riti della fecondità si svolgevano ancora nell’Italia meridionale fino alla prima metà del XX secolo. Le cerimonie erano segrete e riservate ai soli affiliati. Una di queste è citata nel romanzo La pelle (1950) di Curzio Suckert, più noto con lo pseudonimo di Curzio Malaparte, che fu portato in pellicola da Liliana Cavani nel 1981. Il rito è quello della Figliata de’ femminielle a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Durante la cerimonia, tra suoni di tamburi saraceni e danze, un femminello disteso su un lettino simula in tutti i particolari un parto. Il travaglio, lungo e doloroso, è accompagnato dalle grida e dai piagnistei delle comari, dette “le parenti”, che si portano le mani alle guance prendendosi a schiaffi, come una volta facevano le prefiche alle veglie funebri, e intonando un antico lamento rituale rotto dal pianto e dagli improperi. Alla fine il partoriente dà alla luce una bambola, che è il simbolo del doppio o rebis, ovvero dell’ermafrodito. Allora le parenti smettono improvvisamente di lamentarsi, e alzandosi dalle sedie, si agitano, gridano, danzano e cantano alla maniera del noto attore napoletano Beppe Barra nella Gatta Cenerentola, dando così inizio ai festeggiamenti. Con il rito iniziatico della Figliata, il femminello veniva accolto nella comunità degli omosessuali e dei transessuali. Roberto de Simone ripropose negli anni ottanta, in un suo lavoro teatrale, la Tarantella cumplicata, un rito orgiastico che si fa risalire alla tarda romanità e che viene associato ad antichissime cerimonie praticate nella Grotta di Pozzuoli, nei pressi della quale un tempo esisteva, forse proprio sotto l’attuale chiesa, un’antica edicola dedicata a Priàpo. Bisogna comunque precisare che tutte queste eclatanti manifestazioni del paganesimo precristiano non costituivano che l’aspetto popolare della religiosità antica, proprio come oggi si può osservare durante una qualsiasi festa di piazza in occasione di una festività religiosa o, se vogliamo rendere meglio l’idea, in occasione di concerti di cantanti famosi. Difatti, alle manifestazioni connesse con i culti dionisiaci ed orfici, faceva riscontro una teologia misterica ed esoterica a cui solo pochi erano ammessi.</p>
<p>4_Sardanapalo &#8211; figura leggendaria di re assiro, prototipo presso gli autori greci del principe che vive nel lusso e nella mollezza e dell’uomo effeminato e lussurioso dalle abitudini scandalose. A lui veniva attribuita un’iscrizione ove si invitano gli uomini a mangiare, a bere e a fare l’amore. Il personaggio storico adombrato nella leggenda è Assurbanipal (Ashshūr-bān-apli, gr. Sardan£paloj), l’ultimo dei re assiri (668-626 a. C.), confuso peraltro, riguardo alla morte, col fratello Saossuchino.</p>
<p>5_Erano chiamati dionisiàsti non solo coloro che facevano parte del tìaso, cioè gli entusiasti al seguito di Diòniso e quelli che prendevano parte alle processioni, ma anche, in senso più ampio, tutti gli adepti della religione di Dioniso, così come, in senso lato, andava sotto il nome di tìaso tanto una singola congregazione quanto l’intera comunità dei fedeli.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
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		<title>4_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / L&#8217;ORFISMO</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2016 18:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 IL MITO DI ORFEO E LA RELIGIONE ORFICA Il mito di Orfèo è uno dei più oscuri e carichi di simbolismo della mitologia ellenica. È attestato in epoca antichissima &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2233">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>IL MITO DI ORFEO E LA RELIGIONE ORFICA</p>
<p>Il mito di Orfèo è uno dei più oscuri e carichi di simbolismo della mitologia ellenica. È attestato in epoca antichissima in Tracia, dove si originarono movimenti religiosi che poterono svilupparsi fino a costituire una vera e propria teologia, attorno alla quale si costituì una letteratura abbondantissima e in larga misura esoterica. Lo stesso Orfèo è un personaggio fra i più importanti e complessi della mitologia greca, ma rimane una figura confusa: alcuni sostengono che sia stato un dio, altri che sia stato un eroe, altri ancora un cantore provenente dalla Tracia, ma sembra più probabile che tanto lui quanto l’intero movimento associato al suo nome provenissero da Creta. Le dottrine orfiche contenevano infatti elementi che appaiono originari dell’Egitto, la cui cultura influenzò la Grecia proprio attraverso questa importante isola del Mediterraneo antico. Esistono tuttavia sorprendenti analogie tra le credenze orfiche e quelle dominanti in India più o meno nella stessa epoca. Nelle più antiche forme della leggenda, l’elemento musicale sembra non avere il rilievo che acquistò successivamente, e forse in principio Orfèo fu solo un sacerdote o un teosofo. Ad ogni modo egli fu un riformatore della religione di Dioniso. Anche il mito di Orfèo si fondava sulla credenza che Dioniso fosse nato due volte, una da sua madre Sèmele e un’altra dalla coscia di suo padre Zeus.</p>
<p>Il poeta, musico e cantore tracio Orfèo è ritenuto figlio di Apollo e di Clìo, musa della poesia epica e della storia; oppure figlio del re della Tracia Eàgro  e di Callìope, musa quest’ultima della poesia elegiaca, della lirica e dell’eloquenza. Ma talvolta gli si attribuisce come madre anche Polìnnia, musa degli inni sacri ed eroici , nonché della danza; oppure, ma più raramente, era ritenuto figlio della nereide Menìppe, che a sua volta era figlia del poeta e musico Tàmiri. I mitografi ne fanno anche un re della Tracia che governò sui Bìstoni, sugli Odrìsi, sui Macèdoni e così via. Ad ogni modo, la tradizione ci presenta Orfèo come il musico cantore per antonomasia: così soave erano la sua musica e il suo canto che i fiumi e i venti si arrestavano, le pietre si animavano, gli alberi e le piante si protendevano per ascoltarlo, le bestie feroci si ammansivano e lo seguivano, e gli animi degli uomini più feroci erano mitigati. La tradizione gli attribuisce anche l’invenzione della lira o della cetra o, perlomeno, l’aumento delle corde di questi strumenti, che da sette egli portò a nove per equipararne il numero a quello delle Muse.<br />
Orfeo partecipò alla spedizione degli Argonauti, ma più debole degli altri eroi, assunse il compito di capovoga, dando la cadenza ai rematori. Durante un violento fortunale riuscì a riportare la calma tra i membri dell’equipaggio e placò i flutti col canto. Nell’isola di Samotràcia supplicò gli dèi Cabìri, ritenuti protettori della navigazione, di iniziare ai loro culti misterici i suoi compagni di avventura, i quali dovettero a loro volta impegnarsi a farsi iniziare. Durante il viaggio di ritorno, mentre le Sirene cercavano di sedurre i suoi compagni, egli seppe ancora trattenerli col suo canto, che superò in dolcezza gli accenti delle maghe, i cui richiami furono ascoltati soltanto da Bute. Nel poema delle Argonautiche orfiche gli si attribuivano anche altri meriti, come quello di aver scongiurato i pericoli nel corso del viaggio per mezzo delle sue virtù magiche; cosa questa che fa pensare che egli esercitasse tra gli Argonauti le stesse funzioni di un sacerdote.</p>
<p>La leggenda più famosa concernente Orfèo è quella che ci narra del suo immenso affetto per la moglie Euridìce, morta in seguito al morso di un serpente, e del viaggio che egli fece nel mondo infernale, nel tentativo di riportarla in vita. Questo mito, trattato anche da Ovidio nelle Metamorfosi, e di cui il IV libro delle Georgiche di Virgilio ci offre la versione più ricca e compiuta, sembra essersi sviluppato soprattutto come tema letterario in età alessandrina.<br />
Stando alla leggenda, Euridìce, che era una Drìade trace (o una figlia d’Apollo), un giorno in cui passeggiava lungo un fiume della Tracia con le Nàiadi sue compagne, fu morsa da un serpente e poco dopo morì. La versione che ne dà Virgilio è quella secondo cui l’incidente sarebbe accaduto mentre Euridìce fuggiva da Aristèo, il quale la inseguiva per violentarla; ma fra l’erba ella calpestò un serpente che la morse e la uccise. Quando Orfèo la ritrovò, rimase straziato e la pianse inconsolabilmente, ma il suo amore per lei era così forte che egli non esitò a mettersi in viaggio e a discendere negli Inferi col proposito di riportarla alla vita.<br />
Così grande era il suo desiderio di rivedere l’amata che con gli accenti della lira e con i suoi canti melodiosi non solo impietosì le anime dei trapassati ed ammaliò i mostri dell’oltretomba, ma seppe commuovere perfino gli stessi dèi infernali, dai quali fu ascoltato con trasporto e ammirazione.<br />
I poeti rivaleggiano in immaginazione nell’intento di dipingere gli effetti di quella musica divina, raccontando che l’infuocata ruota d’Issìone, interrompendo il suo perenne turbinio, smise di girare; che la pietra di Sìsifo restò in equilibrio da sé; che Tàntalo dimenticò d’aver fame e sete; e perfino che le Danàidi non si preoccuparono più di riempire le loro anfore forate. Infine, Àde e Persèfone, estasiati dal fascino di quella musica e pienamente soddisfatti di quest’uomo che aveva saputo fornire loro una prova così convincente del suo affetto per l’amata, gli concessero di cercare la moglie e di riportarla alla luce del sole. Posero però una condizione, e cioè che il cantore, risalendo alla luce, non avrebbe dovuto voltarsi a guardare la sposa prima di aver lasciato il loro regno. Orfèo accettò, e si mise alla ricerca di Euridice. Quando la trovò, la prese con sé e insieme intrapresero il cammino verso l’uscita dal regno dei morti. Euridice lo seguiva in silenzio e senza fare il minimo rumore sulla strada del ritorno, e così procedettero, l’una dietro l’altro. Stavano per riemergere dal mondo infernale ed erano quasi giunti a rivedere la luce del giorno, quando Orfèo fu attanagliato da un terribile sospetto: &#8220;Ma Persèfone&#8221; si chiese &#8220;non si sarà per caso presa gioco di me? Euridìce mi starà davvero seguendo, oppure le sarà stato impedito di farlo?&#8221; E così, non potendo più resistere alla curiosità generata dal dubbio né al desiderio di rivedere sua moglie, non poté fare a meno di voltarsi. Appena lo fece, però, in quello stesso istante, Euridice si fermò, trattenuta da una forza misteriosa, e risucchiata nelle tenebre, svanì per sempre, morendo una seconda volta.<br />
L’angosciato marito tentò di ritornare sui propri passi, e avrebbe voluto cercarla più a lungo e in profondità, ma questa volta Carònte fu inflessibile, e rifiutandosi di traghettarlo sull’altra riva dell’Acheronte, gli impedì di rientrare nel mondo infernale. Così, l’infelice dovette ritornarsene alla luce del sole e fra gli umani senza la sua Euridice.</p>
<p>Il mito della morte di Orfèo ci è stato tramandato attraverso numerose versioni, una delle quali narra che egli morì ucciso dalle Menadi della Tracia. Ma i motivi per i quali il cantore sarebbe incorso nell’odio delle donne tracie variano anch’essi. Talvolta si narrava che l’infelice, ormai senza speranze né sorrisi per la perdita della moglie, provocò lo sdegno delle donne del suo seguito, le quali si sentirono offese a causa dell’indifferenza da lui mostrata verso di loro. Si diceva altresì che Orfèo, non volendo avere più alcun rapporto con le donne, si circondasse di giovani e avesse perfino inventato la pederastia. Suo amico sarebbe stato il figlio di Borèa (lat. Bòrea), Càlai (o Calàide). Oppure, si diceva che Orfèo, al ritorno dagli Inferi, aveva istituito i suoi Misteri fondandosi sull’esperienza fatta nel regno di Ade, ma non aveva voluto ammettervi le donne. Gli uomini si riunivano con lui in una casa sprangata, lasciando le armi davanti alla porta. Una notte, però, le Mènadi si impadronirono delle armi, e quando gli uomini uscirono, uccisero Orfèo con tutti i suoi seguaci. Il fatto veniva anche spiegato con una maledizione di Afrodite. Infatti, durante la disputa con Persèfone riguardo ad Adone, Afrodite aveva dovuto sottomettersi all’arbitrato di Cassìope ordinato da Zeus. E Cassìope aveva deciso che le due dee avrebbero potuto avere con sé Adone solo per una parte dell’anno, alternativamente. Afrodìte si era molto adirata per questa decisione e, non potendo vendicarsi su Callìope, aveva ispirato nelle donne tracie un fortissimo amore per Orfèo. Pertanto, poiché esse non volevano lasciarlo libero, lo fecero a pezzi e ne mangiarono parte del corpo.</p>
<p>Un’altra tradizione, completamente diversa, sosteneva che era stato Zeus ad uccidere Orfèo con un colpo di fulmine, perché adirato contro di lui per aver fatto rivelazioni a dei non iniziati intorno alle verità misteriche.<br />
Ad ogni modo, secondo la versione più comune della morte di Orfèo, le Mènadi, dopo che ne ebbero dilaniato il corpo, ne gettarono i pezzi rimasti nel fiume Ebro (l’odierna Marìzza), che li trascinò in mare. La testa e le labbra, e forse anche la sua lira, furono sospinte dai flutti fino a Lesbo, e qui adagiate sulle spiagge lungo la costa, dove poi furono ritrovate dagli abitanti dell’isola, che tributarono al divino citaredo solenni onori funebri, erigendogli una tomba. Si sosteneva che dal sepolcro si diffondeva talvolta per l’aria il melodioso suono di una lira. Per questo Lesbo fu considerata il luogo per eccellenza della poesia lirica. Sembra che l’isola fosse anche divenuta la sede di una comunità di sole donne che, rimaste devote al cantore-poeta, ne onoravano la memoria dedicandosi all’arte del canto e della poesia. Queste ascete divennero poi il simbolo di quelle donne che rifiutano ogni contatto con altri uomini per amore di un solo uomo, perduto o irrangiungibile. Anche altrove, comunque, si mostrava la tomba di Orfèo: per esempio in Asia Minore, alla foce del fiume Mèle. Si raccontava a tal proposito che, dopo l’uccisione di Orfèo, in Tracia era scoppiata una pestilenza. L’oracolo, consultato, aveva risposto che era un castigo per la morte del poeta, e che, per liberarne il paese, occorreva trovare la testa di Orfèo e renderle i dovuti onori funebri. Dopo molte ricerche, alcuni pescatori sostennero di aver ritrovato la testa del musico sotto la sabbia alla foce del Mèle. Essa, come riferirono, era ancora sanguinante quando la trovarono, e ancora cantava. In Tessaglia esisteva peraltro un’altra curiosa leggenda riguardo alla tomba d’Orfeo. Si diceva infatti che il mausoleo del poeta si trovava un tempo a Lebètra, e che un oracolo del Diòniso tracio aveva predetto che, qualora le ceneri di Orfèo avessero visto il sole, la città sarebbe stata devastata da un porco. Gli abitanti di Lebètra non considerarono seriamente la profezia, ritenendola uno scherzo dell’oracolo, giacché era impossibile che un porco potesse devastare la loro città. Ora, un giorno d’estate, successe che un pastore si sistemò per la siesta proprio sulla tomba di Orfèo, e lì si addormentò. Durante il sonno, compenetrato dello spirito di Orfèo, il pastore si mise a cantare inni orfici con voce melodiosa. Gli operai dei campi, udendo questa musica, interruppero il loro lavoro e accorsero in gran folla attorno alla tomba dove l’uomo cantava. Ne seguì un tale accalcamento che nel pigia pigia le colonne del monumento si spezzarono, sventrando il sarcofago contenente le ceneri del poeta. La notte seguente si scatenò un violento temporale che ingrossò le acque del fiume Sus, sicché la città, che era costruita proprio sulle sue rive, subì l’inondazione di quel fiume, rimanendone in gran parte danneggiata. E così si avverò l’oracolo misterioso: infatti, sus in greco significa “porco”.</p>
<p>Dopo la morte di Orfèo, gli dèi trasformarono la sua lira nell’omonima costellazione del cielo boreale, mentre l’anima del cantore fu trasportata nei Campi Elisi dove, rivestita di una lunga veste bianca, continua a intonare canti per i Beati.<br />
Orfèo passava talvolta per aver fondato, con Dioniso, i Misteri di Eleusi. Una tradizione riferita diversamente voleva che il poeta fosse l’antenato di Omèro e di Esìodo. Ciò che a noi soprattutto interessa è il duplice simbolismo del suo mito, che si esprime attraverso due eterne verità, e cioè da una parte, che la poesia e la musica hanno il potere di ridestare a nuova vita gli esseri insensibili, gli indifferenti e gli oppressi; e dall’altra la constatazione che molti modi di pensare da noi perseguiti si dissolvono nel nulla allorché ci si mostrano nei loro contenuti reali.<br />
Attorno al mito di Orfèo si formò la religione orfica con i suoi misteri, la quale fondava il suo credo sull’immortalità dell’anima, cosa questa spiegata con la discesa agli Inferi di Orfèo. Si diceva che, disceso agli Inferi alla ricerca di Euridìce, Orfeo ne avesse riportato molte conoscenze, tra le quali quella sul modo di giungere al paese dei Beati evitando tutti gli ostacoli e le trappole che attendono l’anima dopo la morte. Anche la morte del dio ha un riscontro nel racconto orfico dello sbranamento da parte dei Titàni del fanciullo divino Dioniso-Zagrèo. La mitologia presenta altresì Apollo come padre di Orfèo, in quanto Apollo era il dio della lira, sicché il culto per l’uno spesso veniva unito al culto per l’altro, come per esempio a Delfi, dove Orfèo e Apollo erano venerati insieme. Esiste tutta una tradizione letteraria che si fa risalire a Orfèo, e che va da semplici formulette popolari scritte su piastre e sepolte con i morti a Inni sacri. Si attribuiva al poeta una Teogonia e il lungo poema epico delle Argonautiche.<br />
Tra le tavolette rinvenute nelle tombe, in gran parte ridotte in frantumi e incomplete, ce ne sono alcune che recano interessanti istruzioni per l’anima del defunto sul modo di trovare la strada della salvezza nell’aldilà, e su come doveva rispondere quando veniva interrogata. Una di queste, tra quelle meglio conservate, è la tavoletta Petelia, su cui si legge:</p>
<p>Tu troverai sulla sinistra della casa di Ade una sorgente<br />
in un pozzo, e al suo fianco un bianco cipresso.<br />
Non avvicinarti a questa sorgente.<br />
Ne troverai un’altra presso il Lago della Memoria:<br />
acqua fredda che sgorga, e davanti guardiani.<br />
Dì’: «Io sono un figlio della terra e del cielo stellato,<br />
ma la mia razza è del Cielo soltanto: questo voi già lo sapete.<br />
E guardate, sono arso dalla sete e perisco. Datemi, presto,<br />
la fredda acqua che sgorga dal Lago della Memoria».<br />
Così da se stessi essi ti daranno da bere dal sacro fonte,<br />
sicché da allora tu avrai accoglienza fra gli altri eroi…</p>
<p>Giunta nell’aldilà, l’anima del defunto, se vuole salvarsi, non deve dimenticare, ma ricordare, e dissetandosi alla fonte del ricordo acquistare capacità di memoria superiori a quelle che possedeva durante la sua vita terrena. Pertanto l’anima è messa sull’avviso di non abbeverarsi al Lète, che porta l’oblio, ma alle acque di Mnemòsine, che è la sorgente della memoria. Solo in questo modo essa potrà trovare accoglienza fra i Beati.</p>
<p>Il culto di Dioniso, nella sua forma originaria, era piuttosto rozzo, e per molti aspetti anche ripugnante, ma non fu così che trovò diffusione nel mondo ellenico e al di fuori di esso, bensì nella forma spirituale della religione di Orfèo, che aveva un carattere spiccatamente ascetico. Per gli orfici il vino era un simbolo molto più significativo del sangue, ed era usato costantemente nei rituali, ma l’ebbrezza doveva essere soprattutto mentale, non l’effetto di una ubriacatura, perché la conoscenza mistica era concepita come qualcosa che non poteva ottenersi con mezzi ordinari, bensì solo col puro entusiasmo della fede, di per sé stesso sufficiente a garantire l’unione col dio. Questo elemento mistico entrò nella filosofia greca con Pitagora, che fu un riformatore dell’orfismo, così come Orfeo era stato un riformatore della religione di Dioniso. Attraverso Pitagora elementi orfici penetrarono nella filosofia di Platone, e attraverso Platone in gran parte della filosofia posteriore, influenzando nei modi più diversi tutti i movimenti religiosi dell’antichità. Ciò nondimeno alcuni elementi decisamente bacchici sopravvissero nell’orfismo. Nelle Baccanti, Euripide fa pronunciare a un sacerdote orfico un’interessante professione di fede:</p>
<p>Signore del linguaggio tirio d’Europa,<br />
da Zeus generato; tu che reggi ai tuoi piedi<br />
le cento cittadelle di Creta,<br />
io ti cerco da quell’oscuro sacrario</p>
<p>coperto di svelti travi formati<br />
dall’acciaio di Chalyb e col sangue del toro selvaggio,<br />
che dal legno di cipresso unito in connessioni perfette<br />
è reso solidissimo, e nel quale c’è un corso d’ acqua purissima.</p>
<p>Le mie giornate sono giunte al loro termine.  Ed io, servo,<br />
iniziato del Giove di Ida ,<br />
vago dove vaga Zagrèus  a mezzanotte;<br />
io, che ho sopportato il suo ululo di tuono;</p>
<p>che ho adempiuto i suoi festini lunghi e sanguinosi;<br />
che ho mantenuto la fiamma sul monte della Grande Madre;<br />
io, sono liberato e chiamato per nome<br />
un Bacco dai sacerdoti con la corazza.</p>
<p>Abbigliato di puro bianco, io mi sono purificato<br />
dalla vile nascita umana e dalla vita chiusa in una bara,<br />
ed ho esiliato per sempre dal mio labbro<br />
ogni contatto di carne che abbia conosciuto la vita.</p>
<p>Il femminismo era uno degli elementi del culto di Dioniso tra quelli che furono fatti propri dall’orfismo. Di esso esisteva una forte traccia anche in Pitagora, il quale aveva affermato che «Le donne come sesso sono per loro natura più vicine alla pietà». Questo elemento fu accolto anche da Platone che proclamò la completa eguaglianza politica tra i due sessi. Un altro elemento bacchico era l’importanza che si dava all’emozione violenta, la quale caratterizzò tutta la tragedia greca. Euripide, che onorava in modo particolare le due principali divinità dell’orfismo, Dioniso ed Eros, nelle sue tragedie fa dell’uomo freddamente giusto e di buona condotta uno sciagurato, il quale, in punizione della sua empietà, facilmente esce di senno o è perseguitato dalla sventura per volere degli dèi. L’hybris, ossia l’orgoglio di fronte al dio, era considerata la colpa principale dell’uomo, e portava con sé necessariamente cattive conseguenze. Queste idee facevano molta presa sui Greci, perché per essi il vero esempio di personalità divina non era Zeus Olimpio, bensì suo cugino Promèteo, il quale era considerato il benefattore dell’umanità, perché ingannando Zeus, aveva riportato agli uomini il fuoco dal cielo, ottenendo in compenso un’eterna punizione. Un altro esempio di comportamento autentico era quello offerto da uno dei fratelli di Promèteo, Epimèteo, che nei racconti mitologici appare come il maldestro per eccellenza. Queste divinità introducono un elemento nuovo nella storia fisica del cosmo, che è quello di un parteggiare dei principi regolatori dell’ordine naturale per l’uomo. In pratica, nella Grecia antica, Zeus è un esempio di Deus otiosus, vale a dire di divinità distante dall’uomo, la cui condotta sembra risentire delle stesse passioni e degli stessi difetti umani soltanto perché gli uomini non conoscono la logica profonda delle cose, e giudicano in base alle apparenze e alla loro ignoranza. Zeus è onnisciente, perché vede tutto quel che avviene sulla terra, e per questo è innanzitutto il legislatore dalla voce di tuono, il cui governo si estende a tutto l’universo. Egli, però, pure essendo onnipotente, non è né il creatore dell’universo e nemmeno il creatore degli uomini, i quali sono il prodotto di una complessa trama di vicende che interessano le forze primordiali della natura e i loro princìpi ordinatori, che sono appunto gli dèi. L’apatia della divinità suprema, troppo distante dall’uomo per soddisfare le sue innumerevoli necessità di protezione, economiche, sociali e vitali costituisce un aspetto significativo della sua trascendenza. Per Zeus le vicende umane sono troppo piccola cosa rispetto a alle incombenze assegnate alla sua funzione di monarca dell’universo. Interviene nella vita dei mortali, ma solo quando i suoi interessi lo portano ad interferire con essa o quando sembra che gli uomini esagerino nelle loro sregolatezze. In sostanza, le divinità olimpiche sembrano possedere gli stessi difetti degli uomini perché sono le stesse forze naturali di cui la fibra umana è fatta, ma nello stesso tempo sono forze che hanno in sé il loro principio regolatore. L’uomo non può sottrarsi alla legge di natura, per cui, quando si discosta dall’armonia, dall’equilibrio dovuto alle sue qualità razionali, cade vittima di forze che hanno scopi diversi da quelli della sua ragione, sicché egli è di volta in volta un animale selvaggio o un semplice corpo in balia di tali forze.</p>
<p>I misteri rappresentarono un aspetto particolare della religione greca e molti elementi bacchici di antica tradizione fatti propri dall’orfismo penetrarono anche nella religione di Stato. È noto infatti che i misteri eleusini erano impregnati di orfismo, e che nelle cerimonie religiose che si celebravano nel santuario di Eleusi spesso si cantava un inno che diceva:</p>
<p>Con la tua coppa che si libra in alto<br />
con le tue folli orge<br />
alla valle fiorita d’Eleusi<br />
tu vieni Bacco. Peana! Evoè!</p>
<p>Non è dato sapere quale sia stato l’insegnamento di Orfèo, ma l’insegnamento degli orfici ci è in parte noto. Credevano nell’immortalità dell’anima e nella metempsýchosis; termine questo usato da Diodoro, da Gallo e nell’Ecclesiaste, che significa “il passare in altro individuo dell’anima”, ma che potrebbe anche essere sostituito da metensomátosis, usato da Plotino, che significa “il passare in altro corpo”: i due termini possono quindi essere usati indifferentemente, con la differenza che il primo ha un significato più concettuale, il secondo più letterale. Credevano quindi in un elemento vitale dotato di propria personalità e nella sua reincarnazione in corpi diversi. Insegnavano altresì che nella vita ultraterrena l’anima poteva essere ricompensata con l’eterna felicità nell’isola dei Beati, oppure con una eterna sofferenza nel Tàrtaro, o anche con un temporaneo tormento o una gratificazione beatifica nell’uno o nell’altro luogo, a seconda della condotta terrena. Nella religione ufficiale dei Greci permaneva l’antichissima credenza che i morti dimorassero nei loro sepolcri e che talvolta riapparissero sulla terra, nonché quella relativa ad un regno sotterraneo in cui le “ombre” dei defunti seguitavano a vegetare e a rimpiangere di non vivere più sulla terra, mentre solo pochissimi eletti giungevano nell’Eliso o all’Isola dei Beati. Con l’orfismo si diffuse invece la concezione dell’anima immortale che continua a vivere in modo autonomo dopo lo sfacelo del corpo, conservando una personalità propria. Le religioni misteriche soddisfacevano un importantissimo bisogno dei Greci, in quanto offrivano una più concreta immagine dell’aldilà. Esse predicavano la punizione degli empi e dei sacrileghi nell’inferno e la ricompensa dei buoni in un mondo divino o nell’Isola dei Beati. Gli orfici, nella loro pessimistica visione del mondo, definivano il corpo la tomba dell’anima (soma-sema, corpo-tomba) e vedevano nella metempsicosi un mezzo di purificazione dopo la morte. Come si è detto, molti filosofi, soprattutto Pitagora, Empedocle e Platone credevano nella trasmigrazione delle anime e in una teodicea ultraterrena, e anzi si può dire che la concezione degli atomisti, e in particolare quella di Epicuro, venisse in tutti i modi osteggiata dalle religioni e dalle filosofie a forte orientamento metafisico, proprio perché essi sostenevano che l’anima, al pari del corpo, è soggetta al disfacimento e alla morte.</p>
<p>Pitagora (vissuto tra il VI e il V secolo a.C.) , sosteneva che tutti gli esseri animati condividono una stessa natura e che perciò sono congeneri; che l’anima è immortale, e che migra in animali di specie diverse per purificarsi. Secondo la sua concezione, al termine di certi periodi il mondo ricomincia d’accapo ad esistere, e con esso tutti gli esseri. Le stesse leggende sulla figura di questo Maestro sono emblematiche. Il filosofo di Samo  che doveva avere all’incirca quarant’anni quando, per ragioni poco note, venne in Italia, dove si stabilì prima a Crotone e poi a Siracusa  affermava di essere la quinta reincarnazione di un figlio di Ermes, e che aveva la facoltà di ricordarsi tutta la serie delle sue esistenze anteriori e dei soggiorni fatti nell’Ade tra un’incarnazione e l’altra. In virtù di tale prodigiosa memoria egli poteva perfino ricordare per quali piante ed animali la sua anima era passata. Mezzo secolo dopo la sua morte, era già ricordato da Empedocle come un essere sovrumano, ed Erodoto, la cui vita si concluse negli ambienti pitagorici della Magna Grecia e in Sicilia, associava il nome di Pitagora agli insegnamenti e ai miracoli del dio getico Zamolxis e la sua dottrina alle pratiche religiose e magiche degli Egiziani. Si diceva inoltre che, prima di venire in Italia, era stato in Persia, dove avrebbe incontrato il mago Zaratas (Zarathustra), e anche tra i Driudi delle Gallie. Del grande Maestro si diceva che era disceso agli inferi e che ne era risalito, che aveva una coscia d’oro, che possedeva il dono dell’ubiquità e capacità profetiche. Il carattere mistico del Pitagorismo e la sua vicinanza all’orfismo è posto in risalto anche da altri indizi, come il fatto che il Maestro parlava ai novizi nascosto da una tenda, e che nessuno poteva pronunciare invano il suo nome, fatto questo attestato dalla formula aytos èfa (in latino, Ipse dixit), “egli lo ha detto”, che stabiliva la necessità di crederne ciecamente la parola. Il sentimento dei seguaci nei confronti del Maestro è espresso chiaramente in una formula riferita da Aristotele, che così recita: «C’è una specie di animale ragionevole che è il dio, e un’altra specie che è l’uomo; Pitagora è un esempio della terza». In altre parole, si voleva dire con ciò che il Maestro era di quegli uomini ispirati e demoniaci che sono gli intermediari tra l’ordine divino e umano. Per i Pitagorici, anche in mancanza di condanne infernali, l’incarnazione significava sempre che l’anima non aveva compiuto per intero il ciclo delle proprie purificazioni. È noto come Senofane deridesse Pitagora rappresentandolo nell’atto di trattenere il braccio di un tizio che bastonava il suo cane, facendogli dire: «Smetti subito di picchiarlo, di certo deve essere l’anima di un mio amico: udendone la voce l’ho riconosciuto!».</p>
<p>Secondo queste credenze qualsiasi anima poteva entrare in qualsiasi corpo in virtù di un’affinità che univa fra loro tutti i viventi. Per questo fra i molti divieti osservati dai Pitagorici c’era quello di astenersi dalle fave, perché il fusto della pianta, si diceva, privo di nodi, è un passaggio naturale per le anime che risalgono verso la luce. Ma presumibilmente sotto tali divieti, spesso inspiegabili, si nascondevano ragioni molto più comprensibili, come per esempio il divieto per le fave, che poteva essere legato a quella grave anemia emolitica conosciuta come favismo, molto diffusa nelle regioni costiere dell’Italia meridionale. I Pitagorici credevano altresì che ogni offesa arrecata al corpo si ripercuotesse sull’anima, sicché giudicavano l’attentare alla vita di un uomo (ma anche di un animale, se fatto senza necessità) un peccato gravissimo, e ciò in quanto consideravano ogni vivente una proprietà degli dèi.<br />
Empedocle di Agrigento (attivo nel sec. V a.C.), il cui pensiero fu fortemente influenzato dalle dottrine degli Eleati, di Eràclito e dal Pitagorismo, riteneva, come gli Orfici, che l’anima immortale conservasse la sua individualità anche nell’altro mondo, e che per purificarsi essa fosse costretta per “tre volte diecimila anni a errare qua e là lontano dai Beati” e a passare in successione attraverso tutte le forme mortali. Diceva inoltre che egli stesso era un vagabondo su questa terra, perché per prestare fede alla furente Discordia era stato esiliato dalla divina dimora. Sosteneva anche di non aver perduto il ricordo delle sue precedenti migrazioni, e che la sua attività di profeta, di guaritore, di poeta e di indagatore della verità era resa possibile dal fatto che si trovava ormai all’ultimo stadio dell’espiazione, e che presto sarebbe stato tratto da questa “Valle di lacrime” per essere accolto nell’antica dimora, fuori dalla “caverna”, lontano dal male e dalla sofferenza.</p>
<p>Anche la teoria platonica della reminiscenza, dell’immortalità dell’anima e della trasmigrazione attraverso i corpi, corrisponde in larghe linee alla concezione orfica. Nel Menone Platone (V-IV secolo a.C.)  affronta il problema della reminiscenza (anàmnesis), sostenendo che l’anima ha già in sé la conoscenza acquisita nelle vite precedenti, solo che nella sua vita terrena tale conoscenza è offuscata dall’oblio, per cui per un uomo imparare significa sostanzialmente ricordare. Nel Fedone, invece, Platone elenca diverse prove dell’immortalità dell’anima che si aggiungono all’argomento della reminiscenza, una delle quali è quella secondo cui l’anima è immortale perché è un principio vitale diverso sia dalla materia di cui sono fatti i corpi sia dalla forma di cui essi si rivestono (è una diversa “idea”); l’elemento vitale è indistruttibile, in quanto non può contenere in sé alcun principio che gli sia contrario; se infatti così fosse la vita non sarebbe possibile. In pratica, secondo questa teoria, la morte non esiste, giacché essa consisterebbe solo in un cambiamento di stato dei corpi materiali, senza nessuna compromissione dell’elemento vitale che li pervade e li anima. Ma la teoria più esaustiva sulla concezione della vita e dell’anima ci è data da Platone nel celebre mito di Er, in chiusura della Repubblica, col quale espone una cosmologia, a dire il vero piuttosto oscura, e una teoria in cui è contenuta un’interessante concezione sulla predestinazione delle anime e la reincarnazione, la quale trova riscontro in analoghi miti escatologici riportati nel Fedone, nel Gorgia e nel Fedro.</p>
<p>Er, figlio di Armenio della Panfilia, è un guerriero morto in battaglia che ha passato dodici giorni nell’Ade, e che non avendo bevuto l’acqua del fiume Incurio (Àmeles) nella pianura dell’Oblio (Lete), può raccontare agli uomini cosa ha visto durante il suo breve viaggio nell’aldilà. Non era infatti ancora giunto il suo momento quando era morto, sicché la sua anima viene rimandata sulla terra a riprendere il suo posto nel corpo che occupava, il quale, nel frattempo, era stato riportato a casa e posto sulla pira per essere arso. Nell’aldilà i giudici dissero a Er che era stato fatto venire lì acciò assistesse a tutto quanto vi accadeva, in modo da poterlo raccontare agli uomini una volta ritornato in vita. A tal proposito bisogna considerare che i casi di resurrezione non erano infrequenti nel mondo greco, ed interessavano personaggi che poi rimanevano fissati nelle leggende, come per esempio Aristèa di Proconnéso, Epimènide di Creta e Zamòlxis il Trace. La parte più importante del racconto di Er riguarda la scelta del destino alla quale le anime sono invitate al momento della loro reincarnazione. Infatti, per effetto del codice penale ad esse applicato, in virtù del quale è anche stabilita la procedura del trattamento da eseguirsi caso per caso, alle anime è concesso, ogni mille anni, a meno che non abbiano commesso colpe che esigano una più lunga espiazione, di scegliersi una nuova vita terrena. Vari modelli di vita, come se fossero scelti da un catalogo, vengono posti davanti a loro, da quelli animali a quelli umani, mentre un araldo, disponendole in fila, assegna ad ognuna il proprio turno mediante l’estrazione casuale di un numero d’ordine. Poiché il numero dei modelli è in larghissima misura superiore a quello delle anime, l’ultima di esse non si troverà svantaggiata rispetto alle altre, avendo essa pure a disposizione una grande varietà di modelli fra cui scegliere. Ogni anima è responsabile della propria scelta, la divinità non interviene e non la influenzerà, e ognuna sarà accompagnata nella sua vita terrena dal dèmone che liberamente l’anima stessa avrà indicato come guardiano della sua condotta. Tutto, quindi, sta nel fare la scelta giusta e a non lasciarsi abbagliare dall’apparenza di certe vite che sembrano promettere bene e che invece celano il peccato e l’infelicità. Ma, naturalmente, influisce sulla decisione il ricordo, più nitido, dell’esperienza fatta nell’ultima vita, per cui le anime devono fare attenzione e decidere con prudenza. La cosa avviene come in una di quelle trasmissioni televisive a quiz, in cui il concorrente o se ne tornerà a casa con cinque milioni di euro in tasca, e che potrà spendere come meglio gli parrà, oppure con una simpatica biro con cui firmerà tutte le cambiali che dovrà pagare per l’intera vita. Una volta fatta la propria scelta, ciascuna anima può leggere tutto intero il proprio destino, che è irrevocabile, in quanto le tre vecchie sorelle figlie di Anànche (la Necessità), vale a dire le Parche (Mòirai), confezioneranno per lei la vita che si è scelta: Làchesi, che presiede all’opzione delle sorti, svolgerà il filo dal fuso; Clòto filerà una vita nuova sulla base del modello prescelto, tessendola con la sorte delle vite assegnate alle altre anime; Atropo reciderà lo stame, aggiudicando alla nuova vita la durata della sua permanenza terrena. Ad ognuna di queste operazioni della catena di montaggio corrispondono naturalmente precise posizioni degli astri nel cielo. Conseguentemente, ogni fase dell’assemblaggio è irrevocabile, in quanto contemporaneamente omologata e iscritta nell’ordine cosmico. Infine, il passaggio delle anime, insieme col loro demone guardiano, sotto il trono della Necessità, fa sì che ciascuna possa trarre immediatamente le conseguenze della sua scelta già prima di entrare nella vita assegnatale; in tal modo, prima di perdere la memoria di tutto quel che è accaduto nell’aldilà, ogni anima è in grado di valutarsi in relazione alla scelta effettuata.<br />
Nei misteri orfici il devoto riviveva la vicenda di Còre, cioè di Persèfone, che rapita da Ade, veniva cercata in ogni dove da Demetra, finché le due dee non si ricongiungevano. Questi riti e queste rappresentazioni, collegati in origine all’agricoltura, dovevano assicurare ai mystai, cioè agli iniziati, l’immortalità in un altro mondo. Per l’orfico la vita su questa terra non è che dolore e tribolazione, giacché tutti gli uomini sono avvinti ad una ruota che gira per infiniti cicli di nascite e di morti; ma la vera vita non è qui in terra, bensì dove sono le stelle. Diversamente dalle altre dottrine religiose, l’orfismo si caratterizzava come una mistica a carattere eminentemente soteriologico e per avere una sua propria teologia fissata anche per iscritto, che si fondava prevalentemente sull’idea che gli uomini, sorti dalle ceneri dei Titàni arsi da Zeus, dovevano liberarsi della colpa originale di cui si erano macchiati e accogliere quanto era stato loro rivelato da Dioniso, al fine di salvare la parte più spirituale della loro natura. Con questo intendevano sostenere che l’uomo appartiene in parte alla terra e in parte al cielo, e che per mezzo di una vita pura, la vita celeste si accresce a discapito di quella terrena. Quando un uomo che abbia osservato tutte le prescrizioni della fede entra infine in intima unione col dio, egli diventa una sola cosa con lui, e allora può essere chiamato “un Dioniso” o “un Bacco”. Questo scopo era raggiungibile mediante la purificazione e la continenza. Soltanto per mezzo della purificazione, della rinuncia e della vita ascetica, si riteneva che gli uomini potessero sfuggire alla ruota della vita e delle rinascite per giungere alla definitiva unione col dio. La purezza poteva essere ottenuta in parte con le cerimonie di purificazione, in parte evitando certe contaminazioni. I più ortodossi si astenevano totalmente dal cibo animale, tranne che in occasione di quei riti per i quali la regola prescriveva di mangiarne.<br />
Sull’organizzazione interna dei circoli religiosi e sui singoli riti misterici si hanno soltanto vaghe notizie, in quanto gli iniziati osservavano in maniera così assoluta il precetto di non farne parola con nessuno, che nulla è trapelato in letteratura. Si sa soltanto che, come per i popoli orientali nel loro più antico stadio di sviluppo, non si ebbero nell’orfismo dei veri e propri sacerdoti, ma solo dei “chiamati”, quindi non altro che dei volontari, che al di fuori degli impegni relativi alle loro mansioni religiose, non si distinguevano dagli altri cittadini. Per quanto riguarda i misteri si sa che essi erano celebrati ricorrendo a un gran numero di rituali simbolici accompagnati da canti, musica, danze e rappresentazioni mimiche, e che erano caratterizzati da ogni sorta di usanze cultuali che avevano a che fare con i diversi episodi e significati della leggenda delle divinità misteriche. Ad esempio, nei misteri eleusini gli iniziati bevevano birra d’orzo e ostentavano una spiga “colta in silenzio”, mentre riti speciali venivano praticati in occasione delle iniziazioni, le cui date erano stabilite sulla base di un calendario lunare. Anche per gli orfici l’orgia era considerata un vero e proprio sacramento, la cui azione liberatoria consisteva nel rompere tutti quegli schematismi della vita che non consentivano la purificazione dell’anima del credente.<br />
L’orfismo raggiunse l’acme del suo sviluppo con la fondazione delle comunità orfiche. Fin dove ci è consentito spingerci sulle sue tracce, la sede originaria di queste fu l’Attica, ma esse si diffusero con straordinaria rapidità specialmente nell’Italia meridionale ed in Sicilia. Tali comunità erano innanzitutto associazioni di fedeli che si raccoglievano per il culto di Dioniso, ma si distinguevano dalle altre religioni per il fatto che consideravano la rivelazione come l’origine dell’autorità religiosa, e perché ogni congregazione aveva un suo proprio statuto e sue proprie regole, per cui l’iniziazione assumeva il significato di una volontaria adesione del fedele ad una regola di vita. I componimenti poetici attraverso i quali si esprimeva la teologia del culto erano attribuiti all’Orfèo tracio, che essendo disceso nell’Ade, era una sicura guida per l’anima liberata dal corpo contro le insidie che essa avrebbe incontrato nel suo viaggio nel mondo ultraterreno.</p>
<p>6_Eàgro è considerato dai mitografi un dio-fiume. Circa la sua genealogia, le tradizioni variano, facendolo ora  figlio di Ares, ora di Pièro, ora di Càrope. In quest’ultima versione Eàgro è un re della Tracia che ha per moglie la Musa Callìope, che è la madre di Orfèo, oppure la Musa Polìnnia, o Clìo. Autori tardivi ne fanno il padre di Màrsia, di Lino e di Cimótone.</p>
<p>7_Il Giove del monte Ida, a Creta, è misticamente identificato con Dioniso, perché, giusta la leggenda, è sul monte Ida che Rea nascose il figlio Zeus per sottrarlo a Crono; qualcosa di simile, dunque, a quanto la tradizione vuole sia accaduto a Dioniso con Èra.</p>
<p>8_Zagrèus non è che un altro dei molti nomi attribuiti a Dioniso.</p>
<p>9_Isola di Samo 570 &#8211; Metaponto 490 a.C.</p>
<p>10_Atene 427 &#8211; 347 a.C.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>ANCORA SUL MITO DI ER</p>
<p>Nella Repubblica, seguendo il filo di un unico discorso, Platone affronta diverse questioni, tutte di grande importanza, come quella di cosa sia la giustizia e di come possa essere pensato uno Stato ideale che sia fondato su tale principio, spiegando come si debbano educare i cittadini, come sia possibile la conoscenza (argomento illustrato facendo ricorso al mito della caverna), quali siano le forme di governo esistenti e in che modo si debbano considerare l’arte e la poesia. Alla fine del libro X, Platone coglie anche l’occasione per spiegare il suo punto di vista circa la questione dell’immortalità dell’anima, che esemplifica col mirabile racconto del mito di Er, in cui trova posto anche una suggestiva immagine dell’armonia cosmica. A spiegare le cose è Socrate, il saggio e il sapiente per antonomasia, che si è recato con Glaucóne, Polemàrco, Trasìmaco e Adimànto, suoi amici, a casa di Cèfalo, dove appunto ha luogo il dibattito. L’incontro si svolge durante le feste bendìdie, festività religiose a carattere orgiastico che si tenevano ad Atene nel mese di maggio in onore della dea lunare Bèndis (identificata con l’Artemide tracia), e che si aprivano con una processione e una fiaccolata notturne.</p>
<p>Il valoroso combattente, figlio di Armenio della Panfilia, era morto in battaglia. Quando al decimo giorno si raccolsero dal campo i cadaveri dei guerrieri già in stato di decomposizione, quello di Er fu riportato presso la sua famiglia affinché potesse essere compianto e ricevere gli onori funebri. Così, al dodicesimo giorno, venne adagiato sulla pira, ma improvvisamente, poco prima di essere arso, il corpo si rianimò. Er, risvegliatosi dal sonno della morte, poté raccontare a tutti del suo viaggio nell’aldilà. Disse che la sua anima, dopo essersene uscita dal corpo, aveva fatto un viaggio insieme a molte altre, e che infine si era trovato in un luogo meraviglioso: una grande e verde pianura ove era riunita una gran folla di anime. Questo luogo doveva essere qualcosa di simile al prato asfodelo che si trova nell’Erebo, nominato nell’Odissea ai versi 539 e 573 del libro XI, e al verso 13 del libro XXIV, dove Ulisse si trattenne per incontrare le anime dei morti. A quanto Er poté constatare, era un luogo di arrivo e di partenza, una specie di aeroporto o di grande stazione ferroviaria, perché molte anime vi giungevano in continuazione provenendo da due voragini, una che si apriva nel cielo e un’altra che si apriva nella terra, mentre le anime che partivano si incamminavano per altre due voragini, contigue a quelle degli arrivi, e quindi anch’esse situate una in cielo e una in terra. Naturalmente, quelli che partivano avevano un biglietto, il quale veniva loro attaccato sul petto se dovevano salire verso l’alto, sulla schiena se dovevano scendere nel sottosuolo. Le anime riunite nel prato sembravano reduci da un lungo viaggio ed apparivano liete di aver fatto scalo in quel posto e di potersi incontrare.<br />
L’atmosfera era quella di un’adunanza festiva, giacché i convenuti si abbracciavano incontrandosi e discutevano a gruppi scambiandosi notizie delle rispettive vicende. C’erano anime che cercavano tra la folla altre anime di conoscenti o di persone care, spesso nominandole a gran voce. Le anime provenienti da sottoterra chiedevano alle altre notizie del mondo di lassù, mentre quelle che venivano dall’alto si informavano del mondo sotterraneo. Nello scambiarsi i racconti le une piangevano e si lamentavano al ricordo di quel che avevano passato  per mille anni, dicevano , mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato. Nel mezzo del vasto prato, e quindi in un’area centrale tra le imboccature dei quattro tunnel, era assisa una commissione di magistrati, davanti alla quale venivano via via condotte le anime di coloro che erano appena deceduti e che, come quella di Er, erano arrivate in quel luogo per una via diversa da quella dei quattro tunnel. Er comprese che i giudici esaminavano immediatamente soltanto le anime che erano venute lì dalla vita, le quali, dopo l’emissione del verdetto, se degne di premio, venivano indirizzate verso il tunnel a destra che saliva al cielo, mentre se giudicate immeritevoli venivano indirizzate, per la condanna, verso il tunnel di sinistra che scendeva in basso. Quelle meritevoli di premio recavano il contrassegno della sentenza attaccato al petto, quelle che invece erano state condannate avevano il contrassegno attaccato sulla schiena, con l’indicazione di tutte le colpe di cui si erano macchiate in vita. Inoltre, mentre nessuna delle anime assolte si sognava di sbagliare strada, qualora qualcuna delle anime inette si introduceva nel tunnel riservato alle anime dei giusti, l’imboccatura di questo la respingeva ed emetteva un muggito spaventoso, per cui ciascuna anima provava la massima gioia se al suo passaggio l’imboccatura taceva.<br />
Tutti questi particolari risentono fortemente delle concezioni orfico-pitagoriche, le quali identificavano il bene con ciò che si trova a destra, in alto e davanti, e il male con ciò che, al contrario, sta a sinistra, in basso e dietro, così come anche la durata del viaggio ultraterreno di Er riflette l’influsso dei Pitagorici, per i quali il 12 era il numero distintivo del dodecaedro, figura che divisa per metà dava due pentagoni a loro volta costituiti da altri sei pentagoni identici. Da questa figura i Pitagorici derivavano il famoso emblema mistico del Pentalpha. Analogamente, sempre secondo tali concezioni, la durata della permanenza delle anime nell’aldilà doveva essere di mille anni, come anche riporta Virgilio nel VI dell’Eneide ai versi 748-49. È utile ricordare a tal proposito che il numero mille, potendosi rappresentare come la terza potenza di dieci, era considerato dai Pitagorici un simbolo di perfezione. Essi infatti sostenevano che la “Decade è grande, perché porta a compimento e realizza ogni cosa; che essa è il principio e la guida della vita, sia divina che umana; e che senza di essa tutto è indeterminato, misterioso e oscuro”. Nella Decade è racchiuso un ugual numero di dispari e di pari, vi è l’unità col primo pari, il primo dispari col primo quadrato; essa è perciò considerata il fondamento di tutti i numeri. Inoltre, mentre il 3 è sacro perché è il primo numero perfetto avente in sé principio, mezzo e fine, ed è per questo il simbolo dell’Armonia e del Tutto, il 10 è il simbolo della tetraktys. Questa è il numero quaternario, che in via di principio è la serie dei primi quattro numeri naturali la cui somma è 10, e che si rappresenta col triangolo dodecadico, nel quale è compresa la progressione geometrica, di ragione 2 e 3, dei primi quattro numeri a partire dall’unità.</p>
<p>Ad ogni modo, giunto il suo turno, anche Er fu convocato dinanzi alla corte, ma invece di essere giudicato, gli fu detto che avrebbe dovuto assistere a tutto quel che accadeva, di ascoltare e di osservare ogni cosa per poi andarlo a riferire agli uomini quando avrebbe fatto ritorno alla terra. Quindi Er non fu giudicato e poté vedere liberamente cosa accadeva alle anime. Frattanto, mentre le anime provenienti dalla vita venivano giudicate e smistate per due diverse destinazioni, dalla voragine aperta nel suolo continuavano a risalire anime piene di lordura e di polvere, le quali sostavano nella pianura unendosi alle anime dei giusti, che vi giungevano scendendo dall’altra voragine posta nel cielo.<br />
Ascoltando attentamente i discorsi delle anime e le sentenze dei giudici, Er poté capire che le anime degli ingiusti venivano trattate in modo che pagassero un fio al decuplo della colpa, e quelle dei giusti in modo che ricevessero un premio dieci volte superiore per ogni atto meritevole compiuto, e che ogni singola pena e ogni singolo premio erano calcolati in cento anni, perché tale era l’ordine di durata della vita umana. Ad esempio, se un’anima si era fatta delatrice di città o eserciti, rendendosi responsabile con un unico atto ingiusto della morte o della schiavitù o della sofferenza di molte persone, essa riceveva una pena dieci volte superiore non in relazione al singolo atto commesso, ma ad ogni singola vita su cui il suo atto aveva pesato. Naturalmente, per i benefici arrecati il criterio era lo stesso, mentre la pietà e l’empietà verso dèi e genitori e il reato d’omicidio venivano ripagati in misura anche maggiore. Per quanto riguarda il giudizio delle anime di coloro che erano morti appena nati, dice Platone, Er riferì altre cose che sarebbe lungo ricordare. Le cose procedettero così per sette giorni, ed Er poté vagare per il prato e ascoltare i discorsi delle anime che vi erano assiepate. Nel riferire la sua esperienza, Er disse anche che ad un certo punto si era trovato accanto ad un tale a cui un altro aveva chiesto se avesse visto Ardieo il Grande. Questo personaggio, che probabilmente è un’invenzione di Platone, è un’anima irrecuperabile, esclusa dalla reincarnazione, presentata come quella di uno che, mille anni prima, era stato il tiranno di una città della Panfilia, e di cui si diceva, tra le varie altre cose, che avesse ucciso il vecchio padre e il fratello maggiore. L’interrogato rispose che Ardieo non si trovava lì, e che era inutile aspettarlo, perché non sarebbe mai arrivato, in quanto, così come era accaduto a molte altre anime, soprattutto di tiranni, ritenute inguaribili o comunque tali da meritare un supplemento di pena, l’imboccatura, emettendo alti muggiti e restringendosi, non lo aveva lasciato uscire dal suo luogo di detenzione. Ardieo, infatti, credendo di aver scontato la sua pena, aveva tentato di uscire come gli altri, ma appena si era avvicinato all’imboccatura, questa si era messa ad ululare respingendolo, sicché alcuni tipi orrendi e dall’aspetto rabbioso avevano afferrato lui ed alcuni altri e, scaraventatili a terra, li avevano prima scorticati e poi, trascinatili lungo una strada molto frequentata, li avevano distesi su certe piante spinose e li avevano cardati di santa ragione, facendo conoscere a tutti quelli che passavano di lì di quali colpe orribili si erano macchiati, e spiegando che dopo quella lezione sarebbero stati portati via per essere precipitati nel Tartaro.</p>
<p>Platone, nel Gorgia, fa raccontare a Socrate un altro mito, quello della riforma del Tribunale supremo, che spiega come venne istituita la corte dei giudici celesti e come i defunti dovessero presentarsi dinanzi ad essa. All’inizio, dice Socrate, all’epoca di Crono e anche al principio del regno di Zeus, gli uomini venivano giudicati da vivi, nel giorno stesso in cui dovevano morire, e i giudici erano altri uomini viventi. I giudizi, però, venivano dati male, perché molti uomini, pur avendo anime malvagie, avevano bei corpi, bei vestiti e sfoggiavano nobiltà e ricchezze; e inoltre accorrevano ai processi numerosi testimoni a deporre in loro favore. I giudici venivano così influenzati dall’aspetto e dai favoreggiamenti, e questo perché essi pure giudicavano vestiti, apparendo quel che non erano. Le cose rimasero così finché Plutone e i guardiani delle Isole dei Beati non andarono da Zeus a protestare per la situazione creatasi, giacché arrivavano nei loro regni anime di uomini che non meritavano di essere mandate a starci. Zeus stabilì allora, prima di tutto, che d’ora in avanti gli uomini non avrebbero saputo niente di quando sarebbero morti, e poi che sarebbero stati giudicati nudi, subito dopo essere morti, e da soli, senza tutta la parentela. Anche i giudici, disse Zeus, al fine di evitare che le sentenze risultino affette da condizionamenti ambientali ed esteriori, dovranno essere non solo nudi e morti, ma anche in grado di giudicare, e quindi esperti del bene. Perciò, disse Zeus, poiché ero già stato informato di queste cose prima che voi veniste a dirmele, ho nominato giudici i miei stessi figli Minosse e Radamante provenienti dall’Asia, ed Eaco fatto venire dall’Europa. Il primo con la funzione di giudice aggiunto, acciò sia più giusta possibile la sentenza sulla destinazione delle anime. Costoro, appena gli uomini saranno morti, giudicheranno le loro anime nel trivio formato dalla confluenza della strada che viene dalla terra con le due strade che portano una alle Isole dei Beati e l’altra al Tartaro. In questo modo, i giudici potranno leggere nell’anima del morto tutto ciò che in essa le sue azioni e le sue esperienze vi avranno impresso.<br />
Ma riprendendo il racconto di Er, questi disse che al termine dell’ottavo giorno tutte le anime che si trovavano riunite sul prato furono fatte alzare per essere trasferite in un altro posto, e che dopo aver camminato per un intero giorno esse giunsero in un luogo da dove si vedeva la terra vicinissima nel cielo, e una diritta colonna di luce che l’attraversava, molto più splendente e pura dell’arcobaleno. La colonna di luce rappresenta l’asse dell’universo, che attraversa da parte a parte la Terra. Più tardi le anime viaggeranno lungo questo asse luminoso per raggiungere il centro della Terra, da dove poi, ricevendo un corpo che si formerà nell’utero di una madre, verranno reintrodotte nella vita. Da ciò si capisce anche il simbolismo legato alla donna, considerata nell’orfismo una specie di Terra vivente, una vera e propria materia gestans, da cui la parola mater, racchiudente l’intero concetto, intesa come l’essere portatore di vita e in cui si realizza l’unione della sostanza, della forma, della vita biologica e dell’anima dotata di identità personale. Nel Fedone Platone ci descrive l’itinerario delle anime che dopo essere state giudicate ritornano alla vita, fornendoci un’immagine della struttura della Terra che, in certo qual modo, con le sue cavità, i suoi rilievi e i suoi fiumi interni, può essere sovrapposta alla struttura anatomica del corpo degli animali e dell’uomo. Per questo motivo gli animali e l’uomo sono considerati quali prodotti della terra, cioè materia vivente, al pari delle piante. A differenza di queste, però, essi si muovono, sono più autonomi, e non più ancorati in modo fisso alla materia: hanno cioè in sé una diversa potenzialità. In queste concezioni l’energia vitale e la materia non si creano né si distruggono, mentre la biologia adombra una sorta di evoluzionismo predarwiniano.</p>
<p>Dal luogo in cui, secondo il racconto di Er, furono condotte le anime, si vedeva anche appeso nel cielo il fuso di Ananke (la Necessità), che col suo movimento dava origine a tutti i moti celesti. Il fusaiolo, cioè il piccolo globo che si trova nella cocca inferiore del fuso e che serve a mantenerne l’appiombo, era costituito da una mescolanza di acciaio e di altri metalli. Stando alla descrizione che ne dà Er, il fusaiolo era cavo, e al suo interno erano incastrati l’uno nell’altro, come scatole cinesi, altri fusaioli via via più piccoli, tutti variamente luminosi, per un numero complessivo di otto. Dall’alto si vedevano i bordi simili a cerchi di tutti questi fusaioli, che formavano il dorso continuo di un solo fusaiolo intorno all’asta, la quale trapassava l’ottavo più interno. Il fuso ruotava sulle ginocchia di Ananke con moto uniforme, e nella rotazione complessiva i sette cerchi interni giravano lentamente e con diversa velocità in direzione opposta all’insieme: il più rapido era l’ottavo, seguito dal settimo, dal sesto e dal quinto, che procedevano assieme, mentre, in questo moto retrogrado, il quarto cerchio sembrava terzo in velocità, il terzo quarto e il quinto secondo. Su ciascuno dei cerchi si trovava una Sirena che emetteva una sola nota di un unico tono, ma dalla mescolanza di tutte le note emesse dalle Sirene su tutti gli otto cerchi delle sfere celesti risuonava una sola armonia. Altre tre donne, ciascuna sul proprio trono, sedevano in cerchio a uguale distanza: erano le Moire figlie di Ananke, vestite di bianco e col capo cinto di bende. Sull’armonia delle Sirene Làchesi cantava il passato e con la mano destra toccava a intervalli il cerchio esterno del fuso per farlo girare; Clòto cantava il presente e ripeteva con la sinistra lo stesso gesto toccando i cerchi interni del fuso; Atropo cantava il futuro e accompagnava entrambi i movimenti ora con l’una ora con l’altra mano.<br />
Tutte le anime furono dunque riunite in questo nuovo luogo per rimanervi altri tre giorni. Un araldo le dispose in fila, e così ordinate esse dovettero presentarsi una per volta a Lachesi. Poi l’araldo prese dalle ginocchia di Lachesi le sorti e i modelli di vita, salì su un’alta tribuna e lesse un proclama, annunciando alle anime che esse sarebbero ritornate a vivere, e che avrebbero potuto scegliere un modello di vita e un demone, cioè una coscienza, che avrebbe vigilato sulla loro condotta. Dopo aver pronunciato la solenne allocuzione, l’araldo gettò su tutti i numeri, in base ai quali sarebbe stato stabilito l’ordine dei turni da rispettare per la scelta della nuova vita. Tutte le anime ricevettero quindi un numero d’ordine estratto a caso, tranne Er. Fatto ciò, l’araldo prese i modelli di vita, che erano in numero molto maggiore delle anime presenti, in modo che l’ultima non sarebbe stata svantaggiata rispetto a quelle che l’avevano preceduta. Chiamando le anime secondo il loro numero, l’araldo le faceva scegliere. C’erano tutti i tipi di vita mischiati alla rinfusa, quelli dei tiranni, quelli di uomini illustri, quelli dei gaudenti, di atleti, di artigiani, eroi, condottieri, marinai, ricchi, poveri, e così via, e lo stesso valeva anche per le donne.<br />
Er narrò che il primo andò subito a scegliersi la vita di un potentissimo tiranno, non considerando, per la sua ingordigia, che era destinato a divorare i suoi figli e a incorrere in altre sventure; ma quando si avvide della sua scelta sbagliata, prese ad accusare il fato, i demoni, gli dèi e tutti fuorché se stesso. Costui faceva parte di quelli provenienti dal cielo, e nella vita precedente aveva praticato la virtù per abitudine. A dire il vero, disse Er, quelli provenienti dal cielo che facevano simili scelte non erano pochi, in quanto non avevano esperienza di sofferenze, mentre quelli che venivano dal Tartaro di solito non facevano scelte così avventate, poiché avevano sofferto personalmente e avevano visto altri soffrire. Perciò, tra la maggior parte delle anime avveniva in genere uno scambio di vite buone e cattive. Er disse che lo spettacolo delle anime intente a scegliere la propria vita era nello stesso tempo pietoso, ridicolo e singolare, dato che tutte sceglievano per lo più in base all’esperienza ed alle abitudini della vita precedente. Er raccontò quindi di aver visto l’anima di Orfeo scegliere la vita di un cigno per odio verso le donne, perché essendo morto per mano loro, non voleva nascere dal grembo di una donna. L’anima del mitico cantore Tàmiri (o Tàmira), che nella vita precedente aveva osato gareggiare con le Muse, e che da queste era stato per punizione privato della vista e della voce, scelse invece la vita di un usignolo; ma ci furono anche anime di cigni e di altri animali canori che scelsero di trasformarsi in uomini. L’anima che venne per ventesima, disse Er, fu quella di Aiace Telamonio, che ricordando il giudizio delle armi scelse la vita di un leone. Dopo Aiace venne Agamennone, che detestando il genere umano per le sofferenze subite, scelse la vita di un’aquila. La mitica cacciatrice Atalanta preferì invece la vita disseminata di onori di un atleta. Epèo, figlio di Panopèo, combattente di scarsa abilità, ma a cui i Greci dovettero la costruzione del cavallo di Troia, volle la vita di una donna laboriosa. Tersìte, il più odioso dei Greci, venne tra gli ultimi, e si prese la vita di una scimmia. L’anima di Odìsseo, che fu l’ultima, guarita dall’ambizione grazie al ricordo dei travagli passati, si cercò la vita di uno sfaccendato qualsiasi, e a fatica ne trovò una che era stata trascurata dagli altri: quando la vide disse che avrebbe scelta quella, anche se fosse stato il primo nel sorteggio, e tutta contenta se la prese. Così, allo stesso modo che gli uomini sceglievano vite di animali o di altri uomini, gli animali si trasformavano in uomini o in altri animali, con mescolanze di ogni sorta. Er disse che quando tutte le anime ebbero scelto la propria vita, si presentarono una ad una a Lachesi, secondo l’ordine del sorteggio, per l’assegnazione del demone custode per cui avevano optato; poi venivano ricevute da Cloto, che filava per loro il destino scelto, intrecciandolo a quello delle altre vite; e infine giungevano dinanzi ad Atropo, che rendeva immutabile la trama della loro esistenza terrena, iscrivendola definitivamente nel tempo e nel moto degli astri. Fatto questo, ogni anima veniva fatta passare sotto il trono di Ananke col suo demone custode, e poi tutte insieme venivano di nuovo radunate per essere condotte nella pianura desertica del Lete, cioè dell’Oblio, immersa in una calura soffocante, dove a sera si accamparono presso il fiume Amelete, la cui acqua non può essere contenuta in vasi e borracce. Tutte le anime furono costrette a bere l’acqua del fiume della noncuranza, e le meno prudenti ne bevevano molta per la gran sete, e così, via via che si dissetavano, si dimenticavano di ogni cosa. Dopo essersi dissetate, tutte le anime si addormentarono, ma nel cuore della notte scoppiò un tuono fragoroso e la terra fu squassata da un tremendo terremoto, sicché tutte si svegliarono di soprassalto, correndo chi da una parte, chi dall’altra verso la nascita. A Er solo fu impedito di bere l’acqua dell’Amelete, sicché egli, all’alba, riaprì gli occhi, ritrovandosi disteso sulla pira.<br />
Come si vede da questo mito fondato su credenze orfico-pitagoriche, solo in due casi il ciclo delle incarnazioni si interrompe definitivamente, e cioè o quando un’anima, giudicata incurabile, viene trattenuta nel Tartaro per scontare un’eterna pena, o quando, divenuta perfetta, può finalmente unirsi alle anime degli eletti nell’Eliso e raggiungere così l’eterna beatitudine. L’anima impura tornerà invece a reincarnarsi, assumendo forme di vita congrue al livello di comprensione della realtà (soprattutto umana) maturato nella vita precedente. In tal modo, ad ogni anima viene offerta la possibilità, in virtù della reincarnazione, di poter accedere a forme di vita via via più inappuntabili sotto l’aspetto morale.</p>
<p>Nelle concezioni orfico-pitagoriche il mondo è strutturato più o meno sul modello di un essere vivente e si organizza progressivamente, sicché il bene vi si attua solo a poco a poco. Non si tratta però di un progresso senza fine, perché questa evoluzione, almeno stando a Filolao, trova il suo compimento nel “grande anno”, per poi ricominciare in modo perfettamente identico. Si immaginava una pluralità di mondi nell’universo, e al centro di questo un misterioso Fuoco chiamato simbolicamente Madre degli dèi, cioè degli astri, o anche Hestia, vale a dire focolare o altare dell’universo, o trono di Zeus. La parte più esterna alla regione dei pianeti e della Terra, immaginata come un involucro, era chiamata Olimpo, e comprendeva il cielo delle stelle fisse, il cui movimento da oriente a occidente sarebbe stato per la prima volta riconosciuto da Pitagora. Si immaginava anche un altro fuoco, opposto a quello centrale, in cui si riteneva che gli elementi esistessero in uno stato purissimo. Al di sotto dell’Olimpo, e quindi del cielo delle stelle fisse, era posto il Cosmos, dove venivano situati i cinque pianeti (Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio), moventisi in senso inverso al cielo delle stelle fisse; infine, il Sole e la Luna, entrambi considerati come grandi lenti (o specchi) che ricevono la loro luce dal Fuoco centrale. Al di sotto dei cinque pianeti era situato l’Ouranos, ossia la regione sublunare e circumterrestre, ritenuta il luogo del divenire disordinato e dell’imperfezione. In questa concezione la Terra, sferica come tutti gli astri, non si trova al centro dell’universo, ma si muove intorno al Fuoco centrale come i pianeti. Tra il Fuoco centrale e la Terra, su un’orbita minore, e posto sempre dalla parte dell’altro emisfero terrestre, che si riteneva invisibile e disabitato, i Pitagorici ponevano un’Antiterra, la cui esistenza completava la serie decadica dei corpi celesti.<br />
Per la sua perfezione, l’universo veniva considerato come un organismo razionale retto da leggi divine, la cui mirabile armonia doveva essere per l’uomo modello di suprema perfezione da imitare. Per questo motivo, secondo Platone, lo stato degli uomini può essere concepito come un riflesso di tale ordine, ma bisogna che vi si tenda con impegno. L’ordine cosmico, che è provvidenziale per l’umanità, si trova infatti alla base della teologia astrale del filosofo di Atene, per il quale il pensiero umano deve essere capace di tradursi in un programma coerente e duraturo che consenta di portare nella tormentata città degli uomini la misura e l’armonia dei cieli.<br />
Infine nel Fedro, Platone, sempre facendo parlare Socrate, e servendosi ancora di un mito  questa volta quello della biga alata , descrive la struttura funzionale dell’anima immortale, nella quale distingue una componente impulsiva, determinata ad agire sotto la spinta dell’istinto, una componente concupiscibile o passionale, determinata ad agire dalla sensibilità, e una componente intellettiva, per sua natura più nobile ed elevata delle altre in virtù della sua capacità di astrazione, la quale deve prevalere sulle prime due per indirizzarle nella direzione della conoscenza e della giustizia.</p>
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		<title>5_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / AMORE E PSICHE</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2016 17:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 AMORE E PSICHE Èros è la personificazione della forza attrattiva della natura che presiede all’unione degli elementi e degli esseri fra di loro, e che perciò assicura la coesione &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2235">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>AMORE E PSICHE</p>
<p>Èros è la personificazione della forza attrattiva della natura che presiede all’unione degli elementi e degli esseri fra di loro, e che perciò assicura la coesione dell’universo e la perpetuità delle specie. Per questo motivo, nella sfera umana, è per i Greci anche il dio dell’attrazione amorosa, corrispondente al dio che i Romani chiamavano Amore o Cupìdo. La personalità di questa divinità è molto complessa, e si è notevolmente evoluta dall’epoca arcaica fino all’età alessandrina e romana. Le più antiche cosmogonie lo fanno un essere uscito direttamente dal Caos primigenio, subito dopo o contemporaneamente a Gea, la Terra. Dopo di lui il Caos dà Erebo (le Tenebre infernali) e Nyx (la Notte). In origine Eros veniva identificato con una pietra grezza, presumibilmente un meteorite, e sotto tale forma era oggetto di particolare devozione a Tèspie, città della Beozia ai piedi dell’Elicona, in cui sorgeva un famoso tempio con statue di Prassitele e Lisippo, e dove si celebravano in suo onore, ogni cinque anni, le Erotidie, feste sacre con gare ginniche e musicali; ma il culto di Eros era diffuso in tutto il mondo ellenico, con centri a Pario, Mègara, Sparta, Samo e Creta.<br />
Un’altra versione della leggenda lo fa nascrere dall’Uovo primordiale generato dalla Notte, il quale, dividendosi in due metà, forma con una di esse la Terra e con l’altra il Cielo, il quale sta sopra la prima e come un coperchio la ricopre. Dalla fusione di questi racconti leggendari, Eros è spesso anche indicato come il figlio del Caos e della Notte, ma non mancano altre varianti della leggenda che lo fanno il figlio del Cielo e della Terra.</p>
<p>Come potenza primordiale Eros era sovente venerato in forma di feticcio, ma via via, nella sfera umana, acquistò una sua propria personalità, soprattutto ad opera degli autori di cosmogonie, di scrittori e di poeti, che riprendendo credenze popolari ne fecero il dio dell’amore puro e semplice. Eros cominciò così ad essere immaginato come il più giovane degli dèi, rappresentato come un bellissimo fanciullo, quasi sempre alato, con in mano una fiaccola, ma più spesso munito di un arco e di una faretra piena di dardi d’oro. È il divino fanciullo che fa innamorare coloro che sono infiammati dal suo fuoco; colui che porta scompiglio nei cuori e che fa ardere di passione chi è toccato dalla fiamma della sua torcia o colpito dalle sue roventi e infallibili frecce. Il dio, infatti, si compiace di colpire con i suoi strali tanto i mortali quanto gli stessi dèi, provocando piaghe dolorosissime e lente a guarire. Eros è un dio eternamente bambino, da tutti amato, ma anche temuto.<br />
Trasportato quindi nell’ambito della realtà umana e assunta la fisionomia tradizionale, Eros, pur restando una forza fondamentale della natura, è immaginato ora come il figlio di Ilizìa , o di Ìride , ora come il figlio di Zeus e di Dióne , o di Èrmes  e di Artèmide , oppure di Ermes e di Afrodìte . Le ultime due genealogie sono quelle che la tradizione propone con maggiore frequenza, delle quali l’ultima risulta la più diffusa. Tuttavia, anche tra queste i mitografi distinguono diversi Eros, come l’Eros figlio di Ermes e di Artemide Ctonia (“infernale”) ; l’Eros figlio di Ermes e dell’Afrodite Urania (“celeste”); l’Eros Contrario o Breve, chiamato Àntero, nato da Ares e da Afrodite; e l’Eros figlio di Zeus e di Persefone, il quale, in particolare, sarebbe il paffuto dio alato raffigurato dagli scultori e dai pittori e caro ai poeti. Come si vede, nel mito le genealogie di Eros sono moltissime, quasi a sottolineare la grande varietà dei tipi e delle sfumature dell’Amore.</p>
<p>Comunque sia, più che come una potente divinità olimpica, Platone descrive Eros come un dèmone irrequieto, astuto, ingegnoso, sempre inappagato e perciò alla continua ricerca di qualcosa. Infatti, nel Simposio, un dialogo che ha per tema l’amore, Socrate, invitato dagli altri commensali a parlare, riferisce il discorso che un tempo gli fece Diotìma, una sacerdotessa di Mantinea, sua iniziatrice. A dire di questa sapientissima donna, Amore non è bello né buono, ma non per questo è da considerarsi brutto o cattivo, dovendosi piuttosto riguardare come un qualcosa di mezzo tra il bello e il brutto, tra il buono e il cattivo, tra la conoscenza e l’ignoranza, tra il giusto e l’ingiusto, tra il mortale e l’immortale. Per tal motivo egli non è altro che “un gran demone”. Se non fosse così ogni cosa rimarrebbe separata, mentre Amore è quel demone che si pone in mezzo a due cose che appaiono opposte e inconciliabili, perché egli, mancando un po’ dell’una e un po’ dell’altra, cerca di colmare questo vuoto facendole congiungere. L’amore spinge perciò alla completezza, ma una volta che sia riuscito nel suo intento, ritorna a sentirsi insoddisfatto. Questo accade perché nel nostro mondo terreno le idee, che sono perfette, sono solo parzialmente realizzate, solo ombre della vera perfezione, e questo fa sì che ogni cosa terrena sia imperfetta. Di conseguenza, se l’idea del bello è la completezza assoluta, l’idea del brutto è l’assoluta incompletezza, cioè un qualcosa che manca di tutto, e perciò non altro che il nulla. Il concetto di brutto, che in sé comprende quelli di ingiusto, di imperfetto, di incompleto, di falso ecc., è negativo, riguarda una mancanza, cioè qualcosa che non c’è, che non appartiene all’essere ma al non-essere. Soltanto in questo senso esiste l’idea del brutto. Pertanto, nel nostro mondo terreno, il brutto non è qualcosa che esiste in sé, ma solo la mancanza del bello, e questa mancanza di bello spiega l’imperfezione del mondo materiale, sicché ciò che non appare bello, appare brutto. Ma se una cosa appare brutta, è perché chi la giudica possiede una certa conoscenza del bello che lo pone nella condizione di sapere quando una cosa ne è mancante. Qualsiasi cosa, nel nostro mondo, non può perciò essere totalmente brutta, altrimenti non esisterebbe, ma solo relativamente brutta. Per questo Diotìma dice a Socrate: «Non penserai mica che quel che non è bello debba per forza essere brutto?». E allora, a questo punto, cos’è Amore se non una forza incredibile, un demone che fa da intermediario fra gli dèi e gli uomini. La sacerdotessa, richiamandosi ad un antichissimo mito, narra che fu concepito da Penìa, “la Povertà”, che si unì a Pòro, che è “l’Abbondanza” o anche “l’Espediente”. Essi si unirono nel giardino degli dèi, dopo un grande festino tenutosi in occasione del genetliaco di Afrodite, al quale erano state invitate tutte le divinità.</p>
<p>Socrate, dunque, espone a tutti coloro che sono stati invitati nella casa di Agatone, il mito della nascita di Eros narratogli da Diotìma: «Pòro, si trovava fra gli dèi che si erano radunati per il banchetto, in quanto figlio di Mètide (la prudenza astuta). Alla fine del banchetto, Penìa si presentò a mendicare sulla porta, mentre Pòro, ebbro di nettare (il vino non era ancora conosciuto!) e appesantito dal cibo, uscì nel giardino e si addormentò. Penìa, che a causa della sua povertà voleva ella pure essere riempita, vedendolo, lo seguì e si distese accanto a lui, sicché rimase incinta di Amore». Questo mito della nascita di Eros spiega dunque non solo come il dio venisse generato, ma anche il suo carattere. Pur avendo una sua propria personalità, egli tuttavia possiede sempre qualcosa del padre e della madre. Dalla Povertà, che non ha neanche genitori, egli ha ereditato l’eterna insoddisfazione, per cui è sempre alla ricerca di ciò di cui manca; mentre dall’Abbondanza ha ereditato la completezza, per cui ciò di cui manca non è menomazione: ciò che ha, lo fa un essere del tutto completo. Il carattere distintivo e proprio di Eros è dunque che egli è una la forza catalizzatrice di unioni. Eros è allora l’intermediario tra il pieno e il vuoto, il tutto e il niente, l’umano e il divino.<br />
Penìa, etimologicamente, è “la penuria, la mancanza, la povertà, l’indigenza, il bisogno”. Da questa parola deriva anche Pènes, che etimologicamente significa “povero, indigente, che manca di tutto”; anzi propriamente significa “che lavora per vivere”; infatti penes àporos significa “povero senza entrate, nullatenente”. Dunque, l’organo sessuale maschile, per sua forma e costituzione, è di per se stesso espressione di tutto ciò di cui manca, e questo suo limite consiste nell’essere separato da ciò che deve contenerlo: è il pieno mancante del vuoto.<br />
Pòros significa invece “apertura, meato, passaggio, condotto, canale, via”, e in quanto tale è sempre ciò che dà passaggio, che collega, che è atto ad accogliere, o che tiene, che trattiene, che stringe, e perciò è “la via o il mezzo di entrata” e quindi anche “il mezzo, l’espediente, la risorsa”, da cui “entrata, rendita, risorsa, frutto, provento, reddito”. Di conseguenza, l’organo sessuale femminile è esso pure, per sua forma e costituzione, espressione di tutto ciò di cui manca, e questo suo limite consiste nell’essere separato da ciò che lo deve riempire: è il vuoto mancante del pieno. Pieno e vuoto sono dunque due realtà incomplete e complementari. Esse rimarrebbero separate se la loro congiunzione non fosse resa possibile da Eros, il quale, nella realtà umana, entra in intima relazione con Psiche. Ma nel racconto di Diotìma, Pòro, “l’Espediente dalla pancia piena”, è sì il nome del maschio, ma anche l’attributo e la condizione della femmina; e Penìa, “la Mancanza dalla pancia vuota”, è sì il nome della femmina, ma anche l’attributo e la condizione del maschio. Ogni essere nell’universo è in sé completo e incompleto, sicché la natura maschile ha in sé parte di quella femminile e la femminile parte di quella maschile, ed entrambe hanno necessità l’una dell’altra per completarsi di ciò che mancano. Eros non solo è una forza primordiale, ma anche una forza fondamentale della natura, la cui azione deve estendersi su tutto al fine di garantire l’unità dell’essere.</p>
<p>A tal proposito bisogna considerare che il Caos primigenio possiede una grande potenzialità autogenerativa, la quale si riduce progressivamente fin quasi ad estinguersi nelle generazioni divine successive. Questa evoluzione comporta il differenziamento delle divinità in maschili e femminili, che è già completo negli dèi olimpici, per i quali la capacità generativa è garantita solo per mezzo dell’unione dei due sessi. In rarissimi casi, come in Zeus che partorisce Atena dal suo cervello, permane in forma residuale la primitiva capacità autogenerativa del Caos, il quale non è dunque il vuoto, ma un ente indifferenziato che rappresenta la primissima forma fisica dell’essere. Eros viene dunque direttamente fuori dal Caos come forza catalizzatrice di interazioni, come principio di coesione. È un’energia, il cui compito è quello di favorire le interazioni tra le parti del tutto, il quale può tendere così alla sua ideale perfezione. Trasportato nella realtà umana, questo principio fisico diviene un genio alato, dunque non più solo la forza catalizzatrice dell’unione amorosa, ma la forza che interviene in tutte le attività creative. «Secondo l’indole della madre  dice Diotìma , Eros è povero, delicato, brutto, sudicio, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, ignorante, dorme sotto il cielo e i portici, e vive per le strade, perché la natura della madre si trova a convivere sempre con l’indigenza; secondo l’indole del padre, invece, insidia sempre chi è bello, chi è buono, chi sa, chi ha; è coraggioso, protervo, caparbio, cacciatore terribile, sempre a macchinare qualche insidia, desideroso di capire, scaltro, speculatore, imbroglione, maliardo e sofista. Per natura non è né mortale né immortale, e talora nello stesso giorno fiorisce e muore, ma così come muore risuscita, e questo proprio per la natura del padre»; e ancora: «Nessuno degli dèi desidera essere sapiente: lo è già! Né d’altra parte gli ignoranti desiderano sapere e fare scienza, in quanto, non sapendo di cosa mancano, si appagano di quanto è alla loro portata, e non desiderano altro. La scienza si colloca sempre in mezzo a questi due gruppi, tra i quali si trova anche Amore», così dice Diotìma. La forza attrattiva dell’Amore agisce a qualsiasi livello della raltà naturale, dalle cose più elementari alle più complesse, ma essa non si esaurisce nella realtà materiale, giacché è anche la causa di quella potenza che si esprime con la vita e il pensiero, che sono i prodotti della capacità evolutiva della realtà naturale. Dunque, dai livelli più fondamentali, la perfezione dell’essere si manifesta di gradino in gradino fino ai livelli più alti grazie a questa grande forza.<br />
Nel Simposio Pausania chiarisce anche che esistono molti tipi di Amore. Infatti, così come esiste un’Afrodite Urania (“celeste, spirituale”), senza genitori, e un’Afrodite Pandèmia (“popolare, terrena”), figlia di Zeus e Dióne, così esiste anche un Amore Uranio (“puro, spirituale”) e un Amore Pandèmio (“comune, volgare”). Naturalmente, la differenza tra i due è che mentre il primo, che si accompagna sempre alla madre, trascende la realtà corporale per farsi stimolatore di un elevato sentire, il secondo è più orientato verso il concreto e il corporeo. In entrambi i casi si tratta sempre di una forza attrattiva, divina, sacra, ma chi è oggetto del primo tipo d’amore è indotto a contraccambiarlo, perché è la forza più pura e irresistibile che si conosca. Un altro convitato, il medico Erissìmaco, aggiunge che è vero, che bisogna fare distinzione tra l’Amore della Musa Urania, che è sentimento sublime, e quello di Polìnnia, più materiale, ma è anche necessario che questi due tipi di amore trovino nell’uomo il giusto equilibrio, perché entrambi sussistono. Un amore equilibrato genera armonia e introduce un’adeguata misura tra i desideri della carne e quelli dello spirito, portando prosperità e salute agli uomini. Amore è quindi soprattutto qualcosa di armonico e di equilibrato, e soltanto l’amore equilibrato e contraccambiato è produttore di benessere.</p>
<p>Dal suo canto Aristofane, smettendo di ridere a causa di un fastidioso singhiozzo che gli era venuto all’improvviso, ma che fortunatamente gli era passato con uno dei rimedi suggeritigli da Erissimaco, tenta di spiegare con un racconto favoloso il motivo per cui l’Amore sia inappagabile aspirazione all’intero. A giustificazione di questa sua affermazione, Aristofane dice che all’inizio del mondo la stirpe umana si divideva in tre generi, non in due come oggi: c’era il maschile, il femminile e l’androgino, il quale ultimo partecipava di entrambi i generi ed aveva perciò un organo maschile e uno femminile. Dell’androgino resta oggi soltanto il nome, che è perlopiù usato per ingiuriare. La forma di ogni essere umano era rotonda, con quattro mani, quattro gambe, due volti su una testa sola, e su di essa quattro orecchie, due organi genitali e tutto il resto come si può immaginare da questo. Naturalmente, quelli che non erano androgini avevano due organi genitali uguali. Tutti camminavano eretti, ma quando dovevano correre, facevano capriole come i saltimbanchi, in quanto, così facendo, essi potevano far leva su tutti gli otto arti e muoversi velocemente come ruote. Erano fatti così perché i maschi avevano tratto la loro origine dal sole, le femmine dalla terra, ma sia gli uni che le altre avevano in comune una parte che veniva loro dalla luna, giacché anche questa consta di due parti di genere diverso. Erano vigorosissimi e terribili: a nove anni raggiungevano una larghezza di circa nove cubiti  (circa 4 metri) e un’altezza di nove braccia  (più di 16 metri). Ne furono esempi i figli di Aloèo e Ifimedìa, i gemelli Efiàlte e Òto. Come narra Omero dal verso 305 al 320 del libro XI dell’Odissea, Ulisse vide la madre di questi esseri nell’Ade, dopo aver conosciuto la sua sorte da Tiresia. Gli Alòadi, sovrapponendo il monte Ossa all’Olimpo e il Pelio all’Ossa, tentarono di dare la scalata al cielo, e vi sarebbero riusciti se non fossero stati troppo giovani e se non li avesse uccisi per tempo Apollo. Pertanto, poiché i primi uomini erano così forti e tracotanti, Zeus si vide costretto a tagliarli a metà al fine di indebolirli e renderli più docili; ed era intenzionato a dividerli ancora, se non si fossero dati una calmata. Da questa divisione sorse comunque in ciascuna delle parti separate il desiderio di ritornare al primitivo stato congiunto. Per questo gli esseri umani si cercano e si desiderano secondo i gusti più diversi: gli eterosessuali non sarebbero che le due metà in cui venne diviso l’antico androgino, gli omosessuali gli altri. Ad ogni modo, dice Aristofane, è tale questa forza e questo desiderio di completarsi, che chiunque venga ad imbattersi in qualcuno che sente come la sua metà, entrambi restano colpiti e stringono amicizia. Gli individui sono dunque massimamente felici se, assecondando l’istinto lasciato in ciascuno intatto dall’antica natura, possono riunirsi con quelli che gli sono più affini. Ciò è comprovato anche dal fatto che una volta che due individui che siano fatti l’uno per l’altro si incontrano, essi non desiderano altro che fondersi, e stretti nell’amplesso, morirebbero di fame e di sete pur di non separarsi, mentre se non è data loro la possibilità di cercarsi, perdono interesse per ogni cosa e diventano abulici. Al contrario, invece, se è data loro la possibilità di cercarsi e di stare insieme, essi sono molto attivi e utili alla società, e una volta incontrato l’affine affronterebbero qualsiasi difficoltà, e darebbero anche la vita, pur di starsene assieme. Ebbene, conclude Aristofane, conviene che gli uomini rispettino gli dèi, se non vogliono correre il rischio di finire segati in mezzo al naso e di essere tagliati ancora una volta in due metà, con una sola gamba e metà di tutto il resto; perciò, se non vogliono essere ridotti a esseri piatti, come i tasselli dei mosaici o come quelle figurine stampate in rilievo sui tesserini di riconoscimento distribuiti ai soci del circolo sportivo, sappino gli uomini mostrarsi umili verso gli dèi.</p>
<p>Nel suo trattato sulla Natura degli Dèi, Cicerone pone a confronto le diverse teorie assiologiche elaborate dai filosofi, addentrandosi nell’analisi dei miti per mostrare come siano superflue e spesso anche fuorvianti quelle sottigliezze che i mitografi hanno tardivamente introdotto intorno alle leggende primitive allo scopo di risolverne le contraddizioni interne e le difficoltà interpretative. Nello stesso scritto egli pone inoltre a confronto i due sistemi filosofici più diffusi nella cultura del suo tempo, l’epicureismo e lo stoicismo, rimproverando al primo di fare degli dèi degli esseri beati e indifferenti al destino degli uomini, e di recidere il rapporto che l’uomo ha con loro, che sono i garanti del suo successo terreno. Al secondo rimprovera invece di conferire al mondo stesso connotati soprannaturali, al punto da fare di tutta la realtà una manifestazione del divino e della provvidenza. Con questa critica Cicerone si pone a difesa della tradizione e del sistema di culto stabilito dagli antenati, che non può essere snaturato dalle sottigliezze dei mitografi e dei filosofi. Ma al di là di questi argomenti a tutela della religione romana, considerata come importante fattore di coesione della società e dello Stato, bisogna riconoscere che la molteplicità e la ricchezza dei racconti leggendari di tutti i popoli, così come la sorprendente varietà delle credenze sorte nell’ambito della cultura greca, hanno effettivamente posto l’uomo dell’antichità davanti allo specchio della sua coscienza e della sua esistenza, spronandolo a ricercare una ragione delle cose e di se stesso. A dimostrazione di ciò sta il fatto che divinità tanto complesse quali Eros e Dioniso dimostrano uno sviluppo di pensiero non solo continuo e libero, ma anche critico e coerente. Eros, pur conservando il suo carattere particolare in tutte le tradizioni, rimane un essere indefinibile. Si trova alla base della realtà fenomenica, la quale si riflette nel pensiero dell’uomo che la rapporta a se stesso. È di conseguenza anche un sentimento, e in quanto tale, a seconda che contrasti o meno i fini coscienti degli uomini, è buono o cattivo, semplice o astuto, volgare o sublime, meschino o sincero. Eros è insomma una potenza inspiegabile e necessaria, e perciò un genio; e sotto questo aspetto un essere amorale: è una forza fondamentale, giovane, cieca; il suo agire non ha come presupposti né memoria né conoscenza, ed è determinato unicamente dal suo puro volere, ma la funzione che svolge nel mondo ha motivi che trascendono la sua volontà.</p>
<p>Gli artisti amano mostrare Eros in compagnia di altri fanciulli divini, i cosiddetti Amorìni o Eròti, intento a giocare con le noci, le equivalenti delle nostre biglie, oppure, come spesso appare nelle pitture pompeiane, indaffarato con i suoi compagni a prendere e a riporre vasetti di essenze, a pestare misture d’erbe nei mortai, a preparare distillati e filtri nella farmacia della Mercantessa d’Amori. Ganimède, il più bello dei fanciulli mortali, divenuto poi l’immortale coppiere di Zeus, è suo compagno in queste faccende e nei giochi, così come sono suoi compagni di gioco il fratello Àntero, con cui spesso si appiglia, e l’altro fratello, Priàpo. Anche con i grandi intraprende lotte scherzose, come con Èracle, che si lascia martoriare e lo fa sempre vincere, o con Pan, che lo diverte moltissimo, o come quando si attacca con Apollo, che lo canzona perché gioca a fare l’arciere. Bisticcia anche con la propria madre, che non di rado si vede costretta a vestirsi di autorità e a castigarlo; ed è il solo che possa contrastare Zeus e uscirne impunito. Ma in fondo Eros non è che un bambino, e tutti sono disposti a rallegrarlo se lo vedono triste, come quando piange per aver raccolto delle rose senza aver fatto caso alle spine. Ma, naturalmente, sotto l’innocente bambino che gioca, che ride, che lotta e che piange, c’è sempre il formidabile dio; e così, colui che tutti disarma col suo sorriso, con i suoi occhietti vispi, con le sue manine paffute, è anche colui che, secondo il suo capriccio, può causare pene terribili. Sua madre, che nutre per lui un affetto smisurato, lo tratta con riguardo e un poco lo teme. Non sia mai che il sorridente fanciullino s’indispettisca e trafigga con le sue frecce un cuore per poi abbandonarlo a se stesso: patimenti strazianti sono i tormenti di chi, mutato in amante, non sia corrisposto dal suo amato. Per questo uomini e dèi gli usano grande riguardo.</p>
<p>Eros entra anche nel corteggio di Dioniso, munito di tirso e di kàntharos, e pur non avendo una sua propria leggenda, è presente in quasi tutti gli episodi mitologici a sfondo amoroso (Teseo e Arianna, Èracle e Ónfale, Enea e Didone, e cos’ via). È raffigurato in pitture parietali e sculture, in decorazioni su vasi e su gemme, in mosaici e in vari tipi di incisioni a rilievo su onice, corniola e sardonica. Entra via via come principale protagonista in scene di vita quotidiana, animando i più svariati aspetti delle attività umane, soprattutto quelle che hanno relazione con gli affetti, la famiglia, il lavoro e l’arte. Il gruppo scultoreo di epoca ellenistica con Psiche ebbe grande rinomanza nel periodo romano, tanto da assumere valore simbolico. Un aspetto particolare di Eros è rappresentato da suo fratello Àntero, che in alcuni casi è la personificazione dell’amore corrisposto, mentre in altri è quella dell’amore di breve durata o, addirittura, dell’amore contrario o contrariato o negato, che può arrivare ad assumere i tratti dell’odio vendicatore generato dall’amore respinto. Come Amore vendicativo le sue frecce, allora, non sono più d’oro ma di piombo; le sue ferite non generano più il patimento d’amore che anela al congiungimento e alla felicità, ma sono ferite traboccanti di dolore e di rancore mortifero, nelle quali è stato inoculato il germe dell’odio che cova e brama la distruzione, l’annientamento, la morte.<br />
Un altro tipo d’amore, anch’esso connesso con la morte, è l’Amore funerario, rappresentato nella forma del genietto alato posto a ornamento delle tombe e dei sarcofagi con la fiaccola rovesciata. È questo il demone personale, il genio familiare che accompagna ciascun individuo lungo tutto l’arco della sua esistenza terrena, dalla culla alla tomba. Non è l’anima della persona, ma il suo demone accompagnatore, e in quanto tale è l’unico testimone della vita interiore e della condotta dell’individuo. Sarà lui lo specchio dell’anima dinanzi al tribunale celeste.<br />
Eros è dunque una forza fondamentale tanto della natura quanto dell’universo umano. Di conseguenza la sua vera lotta non è con i fratelli, con gli dèi e con gli uomini, ma quella che ingaggia con Tanatos, la Morte.</p>
<p>Una delle leggende più celebri nelle quali Eros ha una parte di primo piano è l’avventura romanzesca di Psiche, una storia trattata come un semplice racconto, le cui origini sono probabilmente da ricercare nella tradizione del romanzo antico, ricchissimo di elementi simbolici, e soprattutto nelle fabulae milesiacae.<br />
Psyché è il nome dell’anima, e anche, come riferisce Apuleio nelle Metamorfosi,(4,28-6,24), quello di un’eroina di inimmaginabile bellezza, figlia di un re e di una regina d’un certo paese. Aveva due sorelle maggiori di età, anch’esse bellissime, ma la bellezza di Psiche era davvero sovrumana, tanto che dalle città vicine, dalle regioni confinanti e dalle più lontane province, numerosi forestieri, anche compiendo lunghi viaggi per terra e per mare, venivano ad ammirarla come fosse una dea. La fama della ragazza divenne così grande da toccare isole, contrade e territori lontanissimi, sicché nessuno s’imbarcava più per Pafo, per Cnido e per Citera per onorare Afrodite, i cui templi rimanevano vuoti, sporchi e freddi, perché le cerimonie vi erano trascurate e non vi si compivano più i sacrifici. Tutti, invece, accorrevano a celebrare lo spettacolo del secolo, mettendosi in attesa della giovane per vederla durante la sua passeggiata mattutina, a lei offrendo corone di fiori quando passava per i viali del giardino, rivolgendole preci, richieste di grazie e consacrandole vittime e banchetti. Afrodite, vedendosi così trascurata e offesa, cominciò a covare un forte risentimento nei confronti di quella mortale che le usurpava gli onori divini, e desiderando vendicarsi della sua colpevole bellezza, chiamò a sé quel suo figlio alato che, munito di frecce infuocate, scorrazza di notte per le case guastando tutti i matrimoni e mettendo scompiglio nei cuori, e lo pregò di farle un unico favore superiore a tutti, e cioè di colpire la giovane insolente in modo che fosse presa d’un amore bruciante per un uomo abietto, senza dignità, né beni, né qualità, e così miserabile da non potersene trovare uno simile su tutta la terra.<br />
Intanto Psiche, vergine e bella, piangeva la sua solitudine ed era giunta ad odiare la sua stessa bellezza, perché stanca, ormai, di essere considerata un fenomeno da fiera. Infatti, mentre le sorelle maggiori, mai celebrate dalle folle, erano state già richieste da due re e si erano maritate, lei non riusciva a trovare nessuno che volesse sposarla, in quanto il suo aspetto divino intimoriva nobili e popolani. D’altra parte il padre, disperando di poterla sposare, e sospettando qualche motivo di avversione divina, interrogò l’oracolo di Apollo, chiedendo al dio, con vittime e preghiere, un marito per la vergine rifiutata da tutti. Il dio milesio rispose di agghindare la figlia come per un matrimonio funebre e di esporla su un’alta rupe, dove un mostro orribile, temuto dagli stessi dèi e dallo Stige, sarebbe venuto a prenderla. Dopo questo vaticinio, il re ritornò a casa dolente e disperato, riferendo alla moglie l’ordine ricevuto dal dio. Per giorni la casa del re cadde nel lutto e ovunque si udivano pianti e lamenti, tutta la città piangeva il triste destino della famiglia, ma vennero fatti i preparativi per adempiere il volere del dio. La ragazza fu abbigliata come prescritto, e così ebbero inizio le solennità delle sue nozze funebri. I genitori esitavano a compiere l’orrendo rito, ma la figlia stessa li esortò, dicendo loro che avrebbero dovuto addolorarsi quando il popolo e le folle le rendevano gli onori divini che non meritava, chiamandola novella Venere, perché solo dall’essere stata chiamata così era dipesa la sua sorte sventurata. Dopo queste parole Psiche tacque, si mescolò al popolo che formava il corteo funebre, e al suono delle tibie nuziali che ben presto si tramutò in un lamentoso motivo lidio, fu condotta sulla cima d’una montagna, e lì, esposta sulla roccia più alta, fu lasciata sola. Tutti ritornarono in lacrime e a capo chino in città per chiudersi nelle loro case, e così fecero anche i genitori di Psiche, che nell’oscurità del palazzo continuarono a vivere in una notte senza fine.<br />
La giovane, abbandonata sulla rupe, si lamentava, quando improvvisamente si sentì sollevare da Zefiro, che sostenendola dolcemente la posò sul prato rugiadoso che ricopriva il fondo della valle ai piedi del monte. Qui, stremata da tante emozioni, si addormentò, per ritrovarsi al risveglio nel giardino d’un magnifico palazzo, ricco di marmi e d’avorio, adorno di colonnati d’oro, di pareti finemente cesellate in argento, di imponenti figure di animali e di pavimenti intarsiati di pietre preziose, tanto da non sembrare opera umana, bensì quella di un dio che aveva voluto così provvedersi di una sua dimora terrena. Affascinata da questo spettacolo, Psiche entrò nel palazzo e ne visitò le stanze che le si aprivano dinanzi, accolta da voci che, dichiarando di essere altrettante ancelle al suo servizio, la guidavano dove lei voleva, dicendole di non meravigliarsi del fatto che quelle ricchezze non erano tenute sotto chiave, perché erano tutte per lei.</p>
<p>La giornata trascorse così, di stupore in stupore e di meraviglia in meraviglia. Giunta la sera, Psiche si ritirò nel suo appartamento per dormire, e a notte avanzata avvertì accanto a lei una presenza: era il suo sposo, che raggiuntala sul talamo nuziale le si unì e la rese sua moglie, sparendo poi prima del sorgere del sole. Ella perciò non poté vederlo, e tuttavia non le era sembrato l’orribile mostro che aveva temuto di incontrare. Questa esistenza si protrasse per alcune settimane, e Psiche cominciò a sentirsi felice. Suo marito non le rivelò la propria identità, e l’avvertì che non poteva concederle di vederlo, altrimenti lo avrebbe perduto per sempre. Perciò, di giorno Psiche se ne stava sola nel suo palazzo pieno di voci, le quali si prendevano cura di lei come una dea, e di notte era raggiunta dal suo sposo, che poteva udire e toccare ma non vedere. Intanto i suoi genitori, sempre rinchiusi nel buio palazzo, invecchiavano nel dolore del lutto e non uscivano più alla luce del sole. La voce si sparse, e le sorelle maggiori si precipitarono a consolarli. Lo sposo avvertì Psiche che le sorelle sarebbero presto venute fra quelle rocce a piangerla, ma la esortò a non rispondere ai loro lamenti, perché se si fosse mostrata, ne sarebbe seguita una grande sventura per lei e un indescrivibile dolore per lui. Psiche promise che avrebbe agito secondo il suo volere, ma cominciò man mano a sospirare la famiglia e a compiangere il padre e la madre che, credendola morta, si consumavano nel dolore. Sempre più infelice e disperata, chiese allora allo sposo di poter riabbracciare le care sorelle, e attraverso di loro far sapere di sé ai suoi genitori in lutto, affinché potessero rallegrarsi per la felice sorte della loro figlia più giovane, e invece di piangerla, potessero ritrovare la meritata serenità. Il marito l’avvertì ancora del grave pericolo cui sarebbe andata incontro, ma cedendo alle sue insistenze e ai suoi allettamenti finì per concederle il permesso di rivedere le sorelle, sempre però ammonendola di non lasciarsi convincere dai loro dannosi suggerimenti. Quando le sorelle giunsero alla montagna invocandola e battendosi il petto con animo afflitto, Psiche si mostrò loro, mettendo fine a quei lamenti disperati, e dopo essersi abbracciate con affetto e aver versato abbondanti lacrime di gioia, ordinò a Zefiro di trasportarle nella valle sotto il monte. Il vento allora, sollevandole dalla rupe, le adagiò dolcemente nel giardino del palazzo, e lì giunte, Psiche le invitò ad entrare. Lieta di accogliere le sue sorelle, mostrò loro le grandi ricchezze della sua dimora, le fece servire dall’invisibile schiera delle sue domestiche, le rifocillò lautamente, ordinò a cori che nessuno poteva vedere di intonare per loro i più bei canti, le invitò ad uno splendido bagno, e infine, dopo essersi ancora trattenute piacevolmente insieme, avendole saziate di ogni cosa e caricate di molti doni preziosi, le fece riportare via da Zefiro. Nel far ritorno alle loro case, le sorelle concepirono una forte invidia per Psiche, e non desiderando che si risapesse in giro di come ella fosse stata fortunata, nascosero i regali ricevuti e non passarono per il palazzo dei genitori, i quali furono così lasciati nel pianto all’oscuro di tutto. Scoppianti di bile, esse si lamentavano delle loro sorti, meditando contro Psiche un formidabile inganno, col quale avrebbero privato la sorella di ogni bene pur di prendersi la soddisfazione di vederla precipitata da sì grande altezza nella più squallida miseria. Strette dal mutuo patto, tornarono al monte altre volte, e sicure che Zefiro le avrebbe sostenute, come di fatto avveniva, si gettavano dalla rupe e andavano a far visita alla sorella. Approfittando del candore della ragazza e della gioia che ella sempre mostrava nel rivederle, si conquistarono con simulato affetto il suo animo, e interrogandola su tutte le cose e informandosi circa l’aspetto del marito, finirono col farle confessare che ella non aveva mai visto il suo sposo. In base a questa dichiarazione, convinsero poi la sorella che il suo consorte fosse un orribile mostro assassino, un serpente velenoso che spesso era stato visto ritirarsi la sera nel palazzo, di ritorno dal suo pasto nelle campagne, e che presto, non appena si fosse trovata ad uno stadio più avanzato della gravidanza e con la pancia più grossa e piena, non si sarebbe fatto scrupolo di divorare lei e il figlio che portava in grembo. Instillato così nella giovane il dubbio e la paura, la persuasero infine a nascondere una lucerna e un rasoio presso il letto, e di notte, mentre lo sposo dormiva, a scoprirne l’aspetto e a tagliargli la testa. Psiche fece dunque come le era stato perfidamente suggerito, attese la notte, e quando fu sicura che il marito dormiva, brandì l’affilato rasoio e si preparò a sgozzarlo, ma nell’avvicinarsi a lui vide al chiarore della lampada un bellissimo adolescente graziosamente addormentato. Non era il mostro di cui le sorelle le avevano parlato, bensì Cupìdo in persona, alla cui vista ella si sentì immediatamente rinascere. Emozionatissima per la scoperta, le vennero meno le forze e la lama le balzò via dalle mani tremanti, andando a ricadere al lato del letto, dove erano le armi del dio. Nell’esaminarle, Psiche si punse con una freccia la punta del pollice, innamorandosi di più ancora di Amore e provando per lui una perduta passione mista a bruciante desiderio. Mai sazia di ammirare le meravigliose fattezze del suo sposo e sfiorandolo con timida mano, lasciò colare inavvertitamente su di lui dalla lampada una goccia d’olio bollente. Bruciato alla spalla destra, il dio balzò su, e accorgendosi che la sua sposa era venuta meno alle promesse, senza proferire parola, fuggì via da lei amareggiato, e non fece più ritorno.Non più protetta da Amore, la povera Psiche si mise a errare per il mondo alla ricerca del suo amato, inseguita dalla collera di Afrodite, che ora la considerava sua nemica non solo per essersi fatta sconsideratamente venerare come una dea, ma anche per aver profanato la dignità divina del figlio e per aver coperto di infamia l’intera famiglia celeste col suo comportamento spudorato e irriguardoso. Durante le sue peregrinazioni, Psiche avvistò presso il ciglio di un rivo il buon dio Pan che amoreggiava con la dea montana Eco. Egli la vide e la chiamò, e con dolci parole la esortò a non disperare, incoraggiandola a onorare con fervide preghiere il più grande di tutti gli dèi, il giovane e garbato Cupìdo, per cercare di conquistarne l’animo sensibile con costanti prove di affettuosa devozione. Rimessasi in viaggio, Psiche giunse una sera nei pressi di una città, dove regnava il marito di una delle sue sorelle. Quando lo seppe, si fece annunciare al palazzo, e accolta dalla sorella, le raccontò come erano andate le cose nel mettere in atto il piano consigliatole. Le disse che quando lo sposo, che altri non era che il bellissimo Cupido, era rimasto ustionato dall’olio della lampada e si era accorto del suo intento omicida, incollerito, l’aveva scacciata di casa, gridando nella rabbia che si sarebbe presa sua sorella; e a questo punto, Psiche fece il nome della sorella che stava davanti a lei ad ascoltarla. Questa, nell’udire ciò, presa da invidiosa passione, subito trovò delle scuse, s’imbarcò e si diresse al monte, e una volta lì, si lanciò dalla rupe invocando Cupido. Questa volta, però, non fu sorretta da Zefiro, e sbattendo contro gli spuntoni rocciosi, si sfracellò prima di raggiungere il fondo del baratro. La stessa cosa Psiche fece con l’altra sorella, che pure corse verso la rupe e si lanciò nel vuoto, andando incontro alla stessa fine. Dopo avere in tal modo regolato i conti con le sorelle, ripagandole con la stessa moneta, Psiche continuò a spostarsi di luogo in luogo alla ricerca di suo marito, ma senza successo. Chiese anche aiuto a Cerere, in un tempio isolato, ma la dea le rispose che non poteva inimicarsi la cognata per lei, e che l’unica cosa che poteva fare era di lasciarla andare senza denunciarla. Anche Lucina le si rivolse negli stessi termini, dicendole che sarebbe stata ben lieta di accogliere le sue preci, se ciò non avesse significato mettersi contro la nuora. Sconvolta da questi rifiuti, e vedendo naufragare le sue speranze nel considerare come nessuno degli dèi l’avrebbe mai soccorsa, giacché tutti si mostravano fra loro uniti da grande solidarietà e vicini alla madre del suo amato, Psiche risolse di rivolgere le sue preghiere alla stessa Venere per cercare di mitigarne la collera con una tardiva sottomissione, pur sapendo che la sua era un’impresa disperata e già in partenza destinata a fallire. Intanto Afrodite la stava cercando, e si era rivolta a Mercurio perché si facesse banditore di un suo proclama, col quale si informava il popolo che un’ancella di Venere di nome Psiche era ricercata. Mercurio adempì l’incarico affidatogli, gridando a tutte le genti che chiunque avesse tenuto illegalmente nascosta Psiche sarebbe stato severamente punito, mentre chi l’avesse segnalata sarebbe stato ricompensato da Venere in persona con sette soavissimi baci, più uno particolarmente delizioso comprensivo di movimento di lingua. A tale appello tutti si misero alla ricerca di Psiche, che fu riconosciuta da una serva di Venere di nome Consuetudine e trascinata per i capelli al cospetto della dea. Questa, dicendole di essersi finalmente degnata di venire a salutare la suocera, la rinchiuse nel suo palazzo, la tormentò in mille modi e le impose compiti impossibili da compiersi in un solo giorno, come separare da un grande mucchio un’enorme quantità di semi diversi, raccogliere ciocche di lana dal vello dorato di certi inavvicinabili montoni selvatici, arrampicarsi sulla cima di un’aspra montagna per attingere alcune gocce dell’acqua venefica di un affluente dello Stige, e così via. Ma Psiche, soccorsa dalla buona Provvidenza, che ebbe pietà della sposa del dio alato, riuscì a portarli a compimento tutti, prima con l’aiuto delle operose formiche, che provvidero a separare i semi, poi con l’aiuto d’un giunco, che la consigliò di raccogliere le ciocche di lana rimaste attaccate alle fronde delle piante, poi con l’aiuto di un’aquila reale, che per lei riempì una boccetta della nera acqua dell’affluente del fiume infernale. Un altro compito che Venere affidò a Psiche, visto che si era mostrata così brava, fu quello di scendere nell’Ade per chiedere a Persefone una boccetta d’acqua di Giovinezza. Psiche, disperata, non sapendo come fare, salì su un alto bastione decisa a buttarsi di sotto, così da raggiungere gli inferi per la via più diretta, ma la torre la dissuase, indicandole il modo di raggiungere il Tartaro e di assolvere senza pericolo l’incarico assegnatole, avvertendola anche di non guardare nella pisside, una volta che Proserpina gliel’avesse riconsegnata piena di unguento. Seguendo i suggerimenti della torre, Psiche si recò a Lacedemone e attraverso il vestibolo di Dite s’incamminò verso la casa dell’Orco, portando in bocca due monetine da dare a Caronte per il traghettamento all’andata e al ritorno, e nelle mani due focacce da offrire al cane Cèrbero, affinché la facesse entrare e uscire dalla casa di Proserpina. Psiche, dunque, discese agli Inferi, superò tutte le insidie, come quella dell’asino zoppo e del cavallante zoppo, del naufrago che chiede aiuto, delle vecchie tessitrici e così via, e riavuta da Proserpina la pisside con l’acqua di giovinezza, ritornò alla luce, ansiosa di portare a termine il suo incarico. Tuttavia, durante il cammino verso la reggia di Venere, fu vinta dalla curiosità e aperse la pisside. Improvvisamente fu avvinta da una nube soporifera che la fece sprofondare in un sonno mortale. Frattanto Cupido, rimessosi dalla sua infermità col cicatrizzarsi della piaga, volò dalla sua Psiche, la svegliò con una puntura delle sue frecce, e fatto di nuovo rientrare il sonno nella pisside, disse all’amata di portare a termine il suo compito, mentre lui si sarebbe occupato del resto. Senza perdere tempo, volò quindi fino al sommo del cielo e supplicò il gran Giove di perorare la sua causa e di concedergli il permesso di sposare Psiche, sicché in breve furono annunciate le nozze, mentre il padre degli dèi rese Psiche immortale e la riconciliò con la figlia Afrodite. Col matrimonio Psiche fu unita a Cupido per sempre, e portata a termine la gravidanza, ella diede alla luce una figlia che fu chiamata Voluttà, nome che designa l’intenso godimento che si prova nel soddisfare un forte desiderio.Di solito Psiche è rappresentata come una bambina alata, spesso unita a Eros o in compagnia di altri Amorini come lei; altre volte, invece, è raffigurata sotto l’spetto di una farfalla; difatti, nelle credenze degli antichi, l’anima veniva paragonata a una farfalla che volava via dal corpo dopo la morte.</p>
<p>11_Ilizìa, figlia di Zeus e di Era, e quindi sorella di Ebe (la Giovinezza), è la dèa che sovrintende alle nascite.</p>
<p>12_Iride, figlia di Taumànte (figlio di Ponto e di Gea) e dell’oceanide Elèttra, e quindi sorella delle Arpìe, è la messaggera celeste di Zeus e di Èra, identificata con l’arcobaleno.</p>
<p>13_Dióne, figlia di Urano e di Gea, oppure di Oceano e di Teti, o una figlia di Atlante; fu considerata una primissima moglie o fiamma amorosa di Zeus; è anche la nutrice di Dioniso.</p>
<p>14_Ermes, figlio di Zeus e della pleiade Maia, è il messaggero di Zeus e degli dèi infernali, dio psicopompo e sostenitore degli affari, protettore dei viaggiatori, dei commercianti e dei truffatori.</p>
<p>15_Artemide è la dea greca della caccia, gemella di Apollo, figlia di Zeus e di Latona; disprezza l’amore ed è votata alla verginità.<br />
Afrodite, figlia di Zeus e di Dione, o una figlia du Urano; è la dea dell’amore e della bellezza.</p>
<p>16_Artemide Ctonia è la signora delle belve, dei fantasmi notturni e delle morti improvvise.</p>
<p>17_cubito  circa 444 mm.</p>
<p>18_braccio  circa 180 cm.</p>
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		<title>6_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / EROS E THANATOS</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2016 16:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 EROS E THANATOS Di Tanatos non si può certo parlare con disinvoltura. Non è infatti un’energia vitale, ma una non-vita, un’ombra, e in quanto tale è la negazione del &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2237">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>EROS E THANATOS</p>
<p>Di Tanatos non si può certo parlare con disinvoltura. Non è infatti un’energia vitale, ma una non-vita, un’ombra, e in quanto tale è la negazione del luminoso Eros e di ogni forza vitale. Per questa ragione perfino i miti sono assai parchi nel nominarlo, sebbene la morte non sia affatto infrequente nelle leggende così come nella realtà.<br />
Nell’Iliade Tànato è presentato come il fratello gemello di Ìpno (il Sonno), e questa genealogia è ripresa da Esiodo, il quale fa dei due geni i figli di Èrebo (la Tenebra infernale) e di Nyx (la Notte), o di Èrebo e di Astrèa (la Punizione). Thànatos era la personificazione della morte e veniva rappresentato come un nero fanciullo portato dalla Notte tra le sue braccia, oppure come un demone barbuto e alato che reggeva una fiaccola spenta. Di lui si diceva che avesse il cuore di ferro e i visceri di bronzo, e che perciò fosse totalmente insensibile alle preghiere. Su questo spirito sinistro non ci sono che due strani racconti popolari al di fuori di ogni sistema mitico. Uno è un episodio della storia di Admèto, in cui Tanato, dopo aver sostenuto un duro combattimento con Èracle, è costretto a riconsegnare all’eroe la giovane Alcèsti, che era stata disposta a morire al posto dell’amato. Questa storia fu rappresentata dal poeta tragico Frinico  nella sua Alcesti, opera oggi perduta, ma venne riproposta da Euripide in un’opera dallo stesso titolo. L’altro aneddoto si inserisce talvolta nella leggenda di Sìsifo a proposito della disavventura in cui questo astutissimo mortale incorse a causa del suo comportamento irriguardoso verso il padre degli dèi.<br />
Secondo la leggenda, Admèto era figlio di Periclìmene e di Fère della stirpe degli Eolidi, re dell’omonima città della Tessaglia. Da giovane aveva partecipato alla spedizione degli Argonauti e alla caccia al cinghiale Calidonio; poi, morto il padre, gli era succeduto nel regno. La leggenda vuole che avesse accolto al suo servizio Apollo, il quale, obbligato da Zeus a servire per un anno un mortale, gli fece da bovaro. Admèto si innamorò della giovane Alcèsti, una delle quattro figlie del re di Iolco. La ragazza non era solo straordinariamente bella, ma anche dotata di una eccezionale bontà d’animo e di una grande pietà filiale, tanto che, diversamente dalle sue sorelle, che avevano creduto alla perfida Medèa, si era rifiutata di tagliare a pezzi il padre e di bollirlo, come le era stato prescritto nel tentativo di ridargli la giovinezza. Admèto vedeva però irrealizzabile il suo proposito di sposare Alcesti, figlia di Pèlia e Anassìbia, in quanto il padre della ragazza aveva stabilito che avrebbe concesso la mano della figlia solo all’uomo che fosse venuto a lui su un carro trainato da un leone e da un cinghiale legati allo stesso giogo. Apollo, allora, riconoscente per il buon trattamento ricevuto quando era stato schiavo presso di lui, e avendo un debole per Admeto, gli fornì il leone e il cinghiale da aggiogare al cocchio, mettendo così il giovane nella condizione di poter soddisfare le richieste di Pelia e ottenere da questi il consenso a prenderne in sposa la figlia Alcesti. Le nozze furono dunque fissate, ma durante la cerimonia nuziale Admeto dimenticò di sacrificare ad Artemide, che irritata riempì di serpenti la camera degli sposi. Apollo intervenne di nuovo, e promise al suo protetto che avrebbe interceduto presso la sorella al fine di placarne la collera. Nello stesso tempo, per evitare che Admeto morisse, ubriacò i Fati, che cominciarono a far morire la gente a casaccio, e chiese alle Moire il favore di non porre termine alla vita di Admeto nel giorno fissato dalla Sorte. Il favore gli venne accordato, ma a patto che nel giorno fissato per la morte del giovane, qualcun altro si fosse mostrato disposto a morire spontaneamente al suo posto. Il giorno stabilito giunse, e di tutti coloro che Apollo aveva interpellato, nessuno se l’era sentita di sacrificarsi per il sovrano; solo Alcesti, richiesta a sua volta, fu pronta a rinunciare alla propria vita per prolungare quella del marito. Così, secondo quanto era stato stabilito con la promessa fatta da Apollo alle Moire, Tanato scese a prendere la giovane Alcesti per condurla nell’Ade. Avvenne però che proprio quel giorno Eracle, che era stato compagno di Admeto nella spedizione degli Argonauti, trovandosi a passare per Fere, e vedendo che la città era in lutto e che nel palazzo la gente piangeva e si lamentava, ne chiedesse il motivo ai popolani. Informato del fatto che proprio quel giorno la regina era morta, senza indugio Eracle decise di scendere nell’Ade per cercare di restituire alla vita e ad Admeto la bella Alcesti. Giunto negli Inferi, Eracle intraprese una dura lotta contro Tanato, costringendo il demone a riconsegnargli la moglie del suo compagno, la quale poté così essere ricondotta a Fere più giovane e più bella che mai. Nel suo dramma, intitolato Alcesti, Euripide segue questa versione della leggenda, mentre secondo un’altra tradizione, Persèfone, rimasta ammirata dalla generosità e dal senso di abnegazione della giovane sposa, che per amore del marito non aveva esitato a rinunciare alla sua stessa vita, volle rimandarla alla luce. Admeto e Alcesti poterono così ricongiungersi e dalla loro unione nacquero Eumèlo, Perìmele e Ippàso.</p>
<p>L’altra leggenda in cui Tanato interviene è quella di Sìsifo, figlio di Enàrete e di Èolo, il capostipite della stirpe degli Èoli. Sìsifo è il più astuto degli uomini, un imbroglione di prima categoria, scaltrissimo e privo di scrupoli, che con ogni mezzo lecito e illecito è riuscito ad estendere il territorio di Corinto e ad accrescere la propria ricchezza. Correva anche voce, fra l’altro, che questo re, portato a trarre da ogni circostanza il suo esclusivo vantaggio, era giunto a tal punto di crudeltà che per impossessarsi degli averi degli stranieri che arrivavano ai confini del suo reame, soleva depredarli e lasciarli morire sotto cumuli di sassi. Il culmine fu però raggiunto quando Sìsifo si intromise senza rigurado nelle faccende d’amore di Zeus per trarne un profitto personale. Si narra infatti che quando Zeus rapì Ègina, la figlia del dio fluviale Asòpo, nel trascinarla da Fliónte all’isola di Enóne , dove con lei generò Èaco, passò da Corinto e fu visto da Sìsifo, il quale, dopo la tragica morte di Creónte e la fuga precipitosa di Medèa, regnava indisturbato sulla città. Dopo qualche tempo l’Asòpo, che lasciato il suo alveo nella Beozia meridionale stava cercando la figlia dappertutto, si presentò a Sìsifo per chiedergli se sapesse qualcosa di Ègìna. Allora Sìsifo, profittando dell’occasione, che anche questa volta si prestava ad essere volta a suo favore, disse al vecchio dio-fiume che gli avrebbe rivelato il nome del rapitore della figlia se gli avesse reso il favore di provvedere di una sorgente la cittadella di Corinto. L’Asòpo acconsentì, e fece scaturire nella fortezza della città la fonte Pirène. Sìsifo gli disse allora chi era stato a rapire la figlia. Allorché Zeus venne a sapere di essere stato scoperto e che a denunciarlo al padre della fanciulla era stato lo stesso re di Corinto, stanco dell’empietà di quel mortale, lo fulminò immediatamente e lo precipitò negli Inferi, dove gli venne imposta la pena di sospingere senza sosta, lungo la ripida erta di un monte dalla cima aguzza, un enorme macigno, che una volta portato alla sommità di nuovo rotolava in basso. Sìsifo era così costretto a ricominciare da capo l’estenuante fatica e a sostenerla senza sosta per l’eternità. Con un tremendo colpo di folgore Zeus colpì anche l’Asòpo per avere osato contrastarlo, costringendolo a rientrare nei suoi argini e a non travalicarli più, sicché il fiume rimase per sempre nel suo alveo, che ancora oggi, a prova di quella punizione, reca sul fondo tracce di carbone.</p>
<p>Secondo un’altra versione della leggenda, Zeus diede ordine a Tanato di andare a prendere l’infame delatore e di consegnarlo ad Ade per l’opportuno trattamento. L’astuto Sìsifo, che si aspettava qualcosa di spiacevole come conseguenza del suo incauto comportamento, si era però preparato, e passando al contrattacco, non appena si vide in pericolo, riuscì a sorprendere il terribile demone e ad incatenarlo. Scansata la morte, Sìsifo continuò a vivere indisturbato, ma Zeus, vedendo che da qualche tempo sulla terra nessun uomo più moriva, si vide costretto ad indagare intorno a quei fatti e ad intervenire personalmente al fine di ristabilire l’ordine naturale delle cose. Una volta scoperto che quel fenomeno era da imputarsi a un’altra trovata di Sìsifo, mandò Ares ad imprigionare il temerario, e a furia di minacce lo obbligò a rivelare dove teneva nascosto Tanato e a liberarlo. Naturalmente, una volta liberato, il diligentissimo demone poté subito ritornare ai suoi compiti, e poiché rimaneva ancora una piccola questione in sospeso con quell’uomo che lo aveva incatenato, scelse proprio lui come sua prima vittima. Sìsifo si era tuttavia preparato anche a questa evenienza, e prima di essere portato nell’Ade da Tanato, aveva preso a parte la moglie Mèrope ingiungendole di non rendergli gli onori funebri e di tenere il segreto su questo suo ordine. Arrivato poi nell’oltretomba e interrogato da Ade circa il motivo per cui non vi giungeva nella maniera ordinaria, Sìsifo si lagnò a gran voce dell’empietà della sua donna, gemendo e gettandosi per terra, perché la mancanza di una sepoltura gli impediva un degno soggiorno nel regno dei morti. Ade e Persefone, indignati dal comportamento di una simile donna, acconsentirono alla richiesta di Sìsifo di poter ritornare sulla terra a rimproverare e castigare la consorte come meritava al fine di ricordarle i suoi sacrosanti doveri. Naturalmente, una volta risuscitato, Sìsifo si guardò bene dal richiamare e punire la sua complice, e tanto meno si diede la pena di ridiscendere agli Inferi, sicché visse fino a tardissima età. Tuttavia, quando poi morì  e questa volta davvero, giacché vennero ad esaurirsi i suoi giorni , gli dèi infernali, che ancora lo stavano aspettando, se lo videro riconsegnare da Ermes in persona, con molte raccomandazioni di stare attenti a non lasciarselo sfuggire di nuovo. Pertanto, per impedirgli altri imbrogli, gli dèi infernali gli riservarono un trattamento coi fiocchi, che poi fu l’occupazione che sappiamo, il cui scopo, al fine di evitare un’altra evasione di Sìsifo dal Tartaro, era proprio quello di non lasciargli la minima possibilità di riposo, e perciò nessuna opportunità di escogitare alcunché per tutta l’eternità a venire.<br />
Il motivo per cui Thanatos è poco nominato nelle leggende è da ricercarsi nel fatto che, in pratica, si tratta di un non-essere. Diversamente da Eros, che è una forza naturale positiva, Tanato è un demone negativo; non altro che un’intrusione del Non-Essere nell’Essere. Nella mentalità greca, la realtà fisica è il prodotto della mescolanza e della lotta tra l’Essere e il Non-Essere. Sia nel pitagorismo che in Parmenide l’Essere è finito, cioè limitato, in quanto la finitudine è considerata la prerogativa fondamentale di ciò che è compiuto e perfetto. Di contro, il Non-Essere è imperfetto, in quanto illimitata mancanza di tutto. Così, tutto ciò che esiste è l’Essere, che non potendo nascere dal Non-Essere né dissolversi nel nulla, è ingenerato e imperituro. Esso è eterno, immutabile, immobile, unico, indivisibile, omogeneo e finito. Il che significa che per l’Essere, nella sua forma pura, non esiste né passato né futuro, perché altrimenti si dovrebbe ammettere che esso sia e non sia, per cui tanto il cambiamento quanto la molteplicità gli sono estranei: la sua eternità è al di fuori dello spazio e del tempo. Si tratta perciò di una realtà necessaria che non può non essere o essere diversa da quel che è. E poiché nell’Essere non c’è divenire né tempo, esso si trova in un eterno presente. Così concepito da Parmenide, l’Essere viene a coincidere con un principio metafisico o una Ragione trascendente i cui tratti fondamentali sono quelli che in seguito verranno attribuiti all’Assoluto. Ad esso si contrappone il Non-Essere, ossia il nulla, che semplicemente non è. D’altra parte l’Essere ha anche una sua esistenza materiale o fenomenica che fu immaginata come un fuoco nella notte da cui ha origine l’universo. È una forma di esistenza che concede qualcosa al nulla e che perciò è più instabile e imperfetta nelle sue determinazioni particolari; tuttavia è proprio in virtù di questa imperfezione che può prendere forma il mondo in cui viviamo, caratterizzato dallo spazio, dal tempo, dal molteplice, dal movimento e dalla mutevolezza; un mondo in cui trova posto il divenire e dove gli esseri nascono e muoiono. Anche in questa realtà l’essere è sempre quel che è, e rimane intatto nella sua totalità, giacché non nasce né perisce. Dice infatti Parmenide: «o che si rappresenti l’Essere disperso e sparpagliato, oppure raccolto e ordinato in un mondo, mai distaccherai l’Essere dalla sua connessione con l’Essere» (fr. 2).</p>
<p>Come Eros, Thanatos non è dunque che una legge di natura. Il dinamismo dell’essere e la caducità degli esseri particolari non sono che il modo in cui l’essere supera l’imperfezione imposta dalla materialità. Tutto ciò che in un determinato momento appare per poi, in un momento successivo, trasformarsi in altra cosa, non è l’Essere nella sua forma pura, ma un’illusione creata dalla stesso Essere in lotta con il Non-Essere, mentre l’idea, che è nell’Essere, continua ad esistere senza alterazioni. Allorché si dice che la vita è un continuo morire e nascere, e che il seme deve morire per dare l’albero, così come l’albero muore nel frutto e che il frutto muore nel seme, si intende esattamente questo, e cioè che l’Essere vero si trova dietro il fenomeno, che è apparenza. La molteplicità e il divenire non sono quindi che illusione, perché ciò che solo esiste è l’Essere, principio ideale e perfetto del tutto, mentre la realtà, così come noi la conosciamo, è sempre una mescolanza di Essere e di Non-Essere. Conseguentemente la morte, intesa come annientamento dell’essere, non esiste; essa è un ritornare all’essere o un vivere in altro luogo o in altra forma, perché l’essere vero è altrove, là ove lo coglie la ragione. Questa linea di pensiero è sostenuta chiaramente da Eràclito e da Parmenide, entrambi vissuti tra il VI e il V secolo a.C., delle cui dottrine ci occuperemo più avanti. Se l’Essere non concedesse qualcosa all’imperfezione, nessuna cosa potrebbe avere uno svolgimento e niente esisterebbe all’infuori dell’Essere nella sua forma pura, raccolta in se stessa, immutevole, omogenea e perfetta. Difatti, tutto ciò che l’Essere realizza in sé per attuarsi materialmente trova il suo preciso fine nel garantire la continuità della sua esistenza fisica attraverso le sue particolari determinazioni.<br />
Ypnos, il dio greco del sonno, ritenuto il figlio dell’Èrebo e della Notte (o di Astrèa), si colloca invece tra la vita e la morte, la quale, come detto, non è da considerarsi un annientamento della persona, bensì come il trasferirsi dell’anima in un altro luogo o il suo permanere nel mondo libera dal corpo. Il sonno è perciò ritenuto un momentaneo morire, un transitorio trasferirsi altrove dell’anima. Ipno è fratello gemello di Tànato e padre di Morfèo, di Fàntaso e di Fobètore (Icelo).<br />
Omero pone la dimora di Ipno nell’isola di Lemno, ma più tardi la sua sede venne collocata nell’Oltretomba, come riporta Virgilio, o nel paese dei Cimmeri, come invece narra Ovidio, che fornisce un’estesa descrizione del suo palazzo incantato, dove tutto tace e dorme. Lo si rappresenta spesso alato, mentre sorvola velocemente la terra e il mare facendo assopire gli esseri per mezzo dei papaveri e di una speciale verga da cui pendono lunghi lacci o le maglie di un fitto reticcio. Ipno non è solo e semplicemente il dio del sonno ristoratore, ma una divinità potente e temibile. Su ogni essere animato, su tutto ciò che vive e si muove, sullo spirito più agile e sul pensiero più rapido egli getta le sue magiche reti paralizzanti, simili a quelle invisibili che il suo gemello Tanatos getta sui mortali. Tutto si arresta al suo passaggio o al suo solo desiderarlo e nulla può più continuare a muoversi. Gli stessi dèi non possono nulla contro il potere paralizzante di Ipno. Presi nelle sue reti, la loro vivacità si spegne, la loro vigilanza si eclissa, i loro pensieri si offuscano ed essi precipitano in uno stato di torpore o di sonno profondo per tutto il tempo voluto da Ipno, e in questo stato essi sono vulnerabili. Non a caso nell’Iliade, Ipno può fieramente dichiarare che è facile per lui precipitare nel sonno tutti gli dèi immortali, compresa la corrente circolare e infaticabile di Oceano, che è il padre da cui tutti gli esseri sono stati generati. Su una sola divinità, la cui mètis non conosce riposo né debolezza, il suo potere non può nulla. Tale divinità è Zeus figlio di Crono, che non può esse accostato né addormentato da Ipno se non è lui stesso ad ordinarglielo. Crono invece, il più giovane dei Titàni, per quanto astuto e potente, è vinto dal potere legante del sonno, e in tale stato è messo in catene dal figlio e scacciato dal trono. Egli conduce ormai un’esistenza che non è altro che l’ombra di quella di un dio. Là dove è stato relegato egli trascorre infatti il suo tempo a dormire.</p>
<p>22_il nome Peithō è infatti perlopiù usato con valore di epiteto.</p>
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		<title>7_Vita, Amore e Morte nei miti greco-italici / VENERE &#8211; AFRODITE</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 15:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato già pubblicato in questo sito il 26-05-2011 AFRODITE Afrodite, identificata a Roma con l’antica divinità italica Venere, è la dea greca dell’amore, della bellezza, della giovinezza e del desiderio. Essa incarna la potenza generativa della &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=2822">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato in questo sito il 26-05-2011</p>
<p>AFRODITE</p>
<p>Afrodite, identificata a Roma con l’antica divinità italica Venere, è la dea greca dell’amore, della bellezza, della giovinezza e del desiderio. Essa incarna la potenza generativa della Natura riferita al suo elemento femminile, e di conseguenza simboleggia la fecondità e la femminilità. Esperta nelle arti amorose, la dèa è ineguagliabile maestra di seduzione: nessuno − né animali, né uomini, né dèi − può restare indifferente alla sua bellezza o resistere alla forza ammaliatrice del suo fascino. Non a caso Peithō, la persuasione, ritenuta in genere figlia di Prometeo oppure di Ate (l’Errore), figura nel corteo delle divinità secondarie al seguito di Afrodite, con la quale è spesso confusa . La dèa non ha come prerogativa il dominio violento e la forza fisica delle divinità guerriere; le sue armi, ben più efficaci, sono quelle della dolcezza e della seduzione. Non c’è un solo essere vivente, nel cielo, sulla terra e nel mare, che possa sottrarsi alla potenza delle forze che sono al suo servizo: Peithō, ‘la persuasione’, Apatē, ‘la seduzione ingannatrice’, Philotēs, ‘il legame amoroso’. Ci sono in tutto l’universo soltanto tre dee capaci di disarmare queste forze: Athena, Artemis, Hestia. Irremovibili nella loro decisione di restare vergini, esse oppongono a Citerea un cuore così fermo e una volontà così costante che né i raggiri di Pheitō, né le seduzioni di Apatē riescono a modificare il loro proposito e a indurle a cambiar condizione.</p>
<p>Due differenti tradizioni riferiscono intorno alla nascita di Afrodite; la più nota la indica come figlia di Uràno, i cui genitali, recisi da Crono, caddero in mare e generarono la dea, la quale è perciò nota come la “dèa sorta dalla spuma (àphros) del mare” o “dalle Onde” o “dal solo seme del padre”. Afrodite è divinità asiatica, analoga ad altre divinità d’oriente, quali Astarte di Fenicia, Atargatis di Ascalona, Mylitta di Babilonia, Isthar d’Assiria, e così via. Il suo culto fu introdotto a Citera e a Cipro dai Fenici e di qui passò a Creta, nelle Cicladi e nell’Attica, ma fu portato nello stesso tempo anche in Sicilia, dove le fu consacrato un tempio sul monte Erice (od. Monte San Giuliano), che divenne un altro dei maggiori centri del suo culto, da cui l’appellativo di Ericìna. Essendo nata dal mare, il simbolo dell’acqua è strettamente associato a questa divinità, considerata protettrice di porti, anfratti e insenature, e che veniva venerata su promontori in prossimità dei litorali. Una tradizione più tarda la vuole invece figlia di Zeus e di Dióne.<br />
Secondo la tradizione più antica, Afrodite viene direttamente generata dal seme di Uràno (il Cielo stellato), dio primigenio, personificazione del Cielo che feconda la Terra per mezzo della pioggia. Come sposo di Gaia (la Terra), che egli solo può ricoprire interamente, Urano è padre di molti figli, fra cui i sei Titàni, le sei Titanidi, i tre Ciclopi e i tre Ecatonchìri (Centìmani): tutti esseri primordiali dotati di forza prodigiosa, che il padre relegò nel profondo Tàrtaro, sia perché li odiava (il cielo stellato è nemico delle tempeste, dei lampi, dei fulmini e dei terremoti che scuotono la terra), sia perché temeva che qualcuno di questi suoi figli potesse spodestarlo dalla signoria dell’universo. Ma Gea indusse i Titani a ribellarsi contro lo snaturato e prepotente genitore, sicché il più giovane di essi, Crono, assalì nel sonno il padre, gli recise i testicoli con un falcetto fornitogli dalla madre e liberò i fratelli, tenendo per sé il dominio del mondo. Dal sangue di Urano caduto sulla Terra nacquero le Erinni (le Furie), i Giganti e le Melìadi (le Ninfe dei frassini), mentre la falce servita per l’evirazione, precipitò in mare e rimase ancorata sul fondo, dove mettendo radici formò l’isola di Corfù (nel qual caso i Feaci nacquero dalle gocce del sangue raggrumato sulla lama), o forse la città di Messina (anticamente chiamata Zàncle ‘falce’), o ancora il capo Drèpanon, spesso indicato come il luogo della mutilazione. Si conoscono tuttavia una mezza dozzina di promontori così denominati: uno sulla costa settentrionale del Peloponneso, un altro nell’isola di Creta, delimitante a nord la Baia di Suda, un terzo nei pressi di Trapani, e così via. Afrodite, invece, nacque dalla spuma del Mar Mediterraneo orientale in una splendida giornata di primavera. Appena uscita dai flutti fu portata da Zèfiro prima sull’isola di Kythera (Citèra, odierna Cèrigo, nello Ionio sud-orientale) e poi a Pafo, sulla costa occidentale di Cipro, ove sorse il principale centro del suo culto (tipici sono gli epiteti di Citerèa, di Cìpride, di Ciprigna e di Pàfia). Qui, accolta dalle Ore (le Stagioni), fu da queste vestita e agghindata e condotta presso gli Immortali. Una leggenda riferita da Luciano vuole che la dèa, prima di essere portata a Citèra, sia stata allevata da Nerèo, il vecchio del mare. Questi è un dio marino benefico, annoverato fra gli dèi che presiedono alle forze elementari del Mondo, appartenente alla generazione che precede gli dèi dell’Olimpo e quindi più antico di Poseidone. Più tardi Platone immaginò l’esistenza di due diverse Afroditi: quella nata da Uràno (il Cielo stellato), detta Afrodite Urania (Celeste), dea dell’amore puro, spirituale, e la figlia di Zeus e Dióne, detta Afrodite Pandèmia (cioè l’Afrodite popolare), dea dell’amore comune o volgare. Ma questa è un’interpretazione tardiva, estranea ai più antichi miti della leggenda.</p>
<p>Afrodite è dotata di una potente charis, ossia di una forza divina che si manifesta in tutte le forme del dono e dello scambio e che, in una delle accezioni più antiche del termine, designa il dono che la donna fa di sé all’uomo. Non a caso Hermes, strettamente associato alle Charites (Hermes Charidótēs), svolge anche lui una sua parte nell’unione dei sessi e appare, accanto ad Aphrodite, come dotato di peithō, di persuasione, e perciò capace di smuovere le decisioni più ferme e di indebolire le opinioni più consolidate.<br />
Attorno al nome di Afrodite si sono formate numerose leggende che tuttavia non costituiscono un corpus coerente, rimanendo episodi nei quali la dea interviene.<br />
Il mito più diffuso vuole Afrodite sposa di Efèsto, il dio zoppo di Lemno, ma ella fu anche l’amante di Ares. Quando il dio guerriero si incontrava con lei, soleva lasciare di sentinella alla porta il suo servitore Alettrióne, con l’incarico di avvertirlo dell’approssimarsi del giorno. Ma in occasione di uno di questi incontri Alettrione si assopì, sicché al mattino i due amanti furono sorpresi dal Sole, che vide tutto e subito corse a riferire la cosa a Efèsto. Questi allora, senza dir nulla, preparò in segreto una trappola portentosa: una rete invisibile che lui solo poteva manovrare e che dispose intorno al letto della moglie. Una notte in cui i due amanti erano riuniti nel letto, Efèsto richiuse su di loro la rete, che subito immobilizzò i due colpevoli impedendo loro ogni movimento, mentre lui si precipitò a chiamare come testimoni tutti gli dèi dell’Olimpo. Questi allora accorsero, e allo spettacolo offerto dai due amanti furono presi da un riso irrefrenabile. Pregato da Poseidone, Efèsto acconsentì a ritirare la rete, lasciando che la dèa fuggisse piena di vergogna verso Cipro e Ares verso la Tracia. Naturalmente, poi Ares sfogò la sua collera sul servitore, e per punirne la pigrizia lo trasformò in gallo, costringendolo a dare ogni giorno per primo il segnale del sorgere del sole.</p>
<p>Dagli amori di Ares e Afrodite nacquero Èros (Amore), Ànteros (il Controamore), Deimos e Phobos (il Terrore e la Paura, due demoni che accompagnano Ares sul campo di battaglia, spesso rappresentati sotto forma di nervosi corsieri), Armonìa (che divenne più tardi a Tebe moglie di Cadmo), e talvolta si aggiunge a questa lista Priàpo, il dio di Lampsaco, il protettore dei giardini (poiché, secondo alcune tradizioni, Afrodite è considerata dea dei giardini, anche se ciò è vero soprattutto per l’italica Venere).<br />
Gli amori di Afrodite non si limitarono però ad Ares. Allorché Mirra, diventata un albero, ebbe partorito Adone, Afrodite raccolse il fanciullo, che era di una grande bellezza, e lo affidò a Persefone, la quale però non volle più restituirglielo. Il caso fu sottoposto a Zeus, il quale decise che il giovane sarebbe dovuto rimanere un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo dove desiderava. Ma Adone restava un terzo dell’anno con Persefone e due terzi con Afrodite. Presto, ferito a morte da un cinghiale, Adone morì, forse vittima della gelosia di Ares.<br />
La dea amò pure Anchise, sull’Ida di Troade, e ne ebbe due figli, Enea e, secondo alcune tradizioni, Lirno. La collera e le maledizioni di Afrodite erano proverbiali. Per punire Eos (l’Aurora) che aveva ceduto ad Ares, le ispirò un amore insuperabile per Orione. Castigò parimenti tutte le donne di Lemno, perché non la onoravano, affliggendole con un odore nauseabondo, dimodoché i loro mariti le abbandonarono per delle prigioniere tracie. Le Lemnie uccisero tutti gli uomini dell’isola e fondarono una società di donne, che rimase attiva fino al giorno in cui gli Argonauti vennero a dare loro dei figli. Afrodite punì, a Pafo, anche le figlie del re di Cipro, Cinìra, costringendole a prostituirsi a stranieri. Non meno pericoloso era d’altronde il suo fervore. Un giorno, la Discordia lanciò una mela destinata ad essere accordata alla più bella delle tre dee, Era, Atena, Afrodite. Zeus ordinò ad Ermes di portarle tutte e tre sull’Ida di Troade per esservi giudicate da Alessandro, quello che più tardi sarà conosciuto col nome di Pàride. Le tre dee si disputarono alla presenza del giovane, vantando la loro bellezza e promettendogli regali allettanti. Era gli offrì la monarchia universale, Atena l’invincibilità in guerra, mentre Afrodite gli promise la mano di Elena. Fu scelto quest’ultimo dono, che fu, come sappiamo dalle vicende successive, all’origine della guerra di Troia.<br />
Durante tutta la guerra, Afrodite accordò la sua protezione ai Troiani, e a Paride in particolare. Allorché Paride combatté in singolar tenzone contro Menelào, e fu sul punto di soccombere, ella lo sottrasse al pericolo e provocò l’incidente che aprì le ostilità generali. Più tardi protesse anche Enea che stava per essere ucciso da Diomède. Quest’ultimo ferì anche la dea, ma la protezione di Afrodite non poté impedire la caduta di Troia e la morte di Paride. Tuttavia ella riuscì a conservare la stirpe troiana e grazie a lei, Enea, col padre Anchise e il figlio Iulo (o Ascanio), portando i Penati da Troia, riuscì a fuggire dalla città in fiamme e a cercare una terra dove darsi una nuova patria. In tal modo Roma aveva come particolare protettrice Afrodite-Venere. La dèa passava quindi per antenata degli Iulii, i discendenti di Iulo e dunque di Enea. Per questo Cesare, appartenente alla gens Iulia, edificò un tempio dedicato a Venere Madre (Venus Genetrix).</p>
<p>Afrodìsie era il nome con cui si indicavano genericamente le feste in onore di Afrodite, che si celebravano a Cipro, sede principale del culto della dèa, nonché a Corinto, ad Atene, ad Argo e a Samo, e che comprendevano processioni, giochi e manifestazioni di grande licenziosità. Gli animali favoriti della dea erano la colomba, il cigno e il passero. Un tiro di colombe trascinava il suo carro, adorno delle sue piante preferite, che erano la rosa e il mirto.</p>
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		<title>Fedro &#8211; LA RANA LUNGIMIRANTE</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2015 10:42:49 +0000</pubDate>
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alt="" /></p>
<p>.</p>
<p>LE PICCOLE RANE TEMONO LE RISSE DEI TORI</p>
<p>Fedro</p>
<p>Versione italiana di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p>Temono gli inermi quando i prepotenti altercano.</p>
<p>Scorse una rana dal suo pantano una rissa di tori lontana:</p>
<p>«Ahi, ahi – gridò – grande sciagura ci attende!». Ciò udendo,</p>
<p>un&#8217;altra rana, alquanto scettica le chiese: «Perché questo dici, se quelli</p>
<p>così ditanti vivono, e alla maniera dei buoi, per il dominio del branco</p>
<p>tra di loro si azzuffano?». A queste parole la prima allora spiegò:</p>
<p>«Stanno nei loro luoghi, sì, ed è una genìa diversa dalla nostra, è vero,</p>
<p>ma chi di lì verrà bandito, presto, come profugo di quel governo silvestre,</p>
<p>in questi stagni solitari verrà a stare, sicché, quando ancora con i suoi affini</p>
<p>a lite furente verrà, tutte noi con duro piede schiaccerà: la minaccia della loro</p>
<p>furia, sin da ora, pertanto, sulle nostre teste incombe!».</p>
<p>.</p>
<p>- &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; -</p>
<p>.</p>
<p>RANAE METUENTES TAURORUM PROELIA</p>
<p>Phaedrus</p>
<p>.</p>
<p>1.  Humiles laborant, ubi potentes dissident.</p>
<p>Rana in palude pugnam taurorum intuens:</p>
<p>«Heu, quanta nobis instat pernicies!» ait.</p>
<p>Interrogata ab alia, cur hoc diceret,</p>
<p>de principatu cum illi certarent gregis</p>
<p>Longeque ab ipsis degerent vitam boves:</p>
<p>«Est statio separata ac diversum genus;</p>
<p>sed pulsus regno nemoris qui profugerit,</p>
<p>paludis in secreta veniet latibula</p>
<p>10. et proculcatas obteret duro pede.</p>
<p>Ita caput ad nostrum furor illorum pertinet».</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
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		<title>QUANDO NATURA DORME</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2015 10:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato . . Dolce l&#8217;ora nella notte estiva trascorre. Pacato indugia nella trama del suo manto il tempo. Sotto la mistica luna io rimango ad ascoltare. . Quando sulle valli brune e opache tutto è spirito &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10403">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<div id="attachment_10404" class="wp-caption aligncenter" style="width: 749px"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2015/03/Ivan-Aivazovsky-The-Bay-of-Naples-at-moonlit-night.jpg"><img class="size-full wp-image-10404" title="Ivan Aivazovsky - The Bay of Naples at moonlit night" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2015/03/Ivan-Aivazovsky-The-Bay-of-Naples-at-moonlit-night.jpg" alt="" width="739" height="470" /></a><p class="wp-caption-text">Ivan Aivazovsky - La baia di Napoli di notte al chiaro di luna </p></div>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Dolce l&#8217;ora nella notte</p>
<p>estiva trascorre.</p>
<p>Pacato indugia nella trama</p>
<p>del suo manto il tempo.</p>
<p>Sotto la mistica luna</p>
<p>io rimango ad ascoltare.</p>
<p>.</p>
<p>Quando sulle valli brune e opache</p>
<p>tutto è spirito e incanto;</p>
<p>quando sulle vette spettrali dei monti,</p>
<p>sui boschi silenti</p>
<p>e sui laghi sognanti,</p>
<p>più stanca la luce dell&#8217;astro</p>
<p>notturno s&#8217;adagia,</p>
<p>e al suo chiarore</p>
<p>gli antichi spiriti della terra</p>
<p>per la languida distesa marina</p>
<p>escono a danzare, ogni cosa,</p>
<p>al frangersi cadenzato del flutto,</p>
<p>di te reca il profumo, e d&#8217;amore</p>
<p>la mia mente s&#8217;inebria.</p>
<p>.</p>
<p>Un crimine sarebbe,</p>
<p>adesso che Natura dorme e muto</p>
<p>se ne sta il firmamento a guardare,</p>
<p>questo silenzio violare,</p>
<p>se pure con dita leggere le corde</p>
<p>d&#8217;un liuto volessi sfiorare.</p>
<p>.</p>
<p>In quest&#8217;ora solenne</p>
<p>della notte misteriosa</p>
<p>e senza tempo, lieve</p>
<p>come un soffio di profumi</p>
<p>fragrante, la voce di chi t&#8217;ama,</p>
<p>d&#8217;aromi ricolma da molti giardini</p>
<p>raccolti, sommessa fluttuerà</p>
<p>lungo la scia dei raggi d&#8217;argento,</p>
<p>così che tu, appena ridesta,</p>
<p>le mie parole crederai aver udito,</p>
<p>come un sospiro o un palpito</p>
<p>o una melodia lontana,</p>
<p>nel ricordo ancora rugiadoso</p>
<p>del tuo sogno appena dileguato.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
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		<title>CANTO D&#8217;AMORE E DI BELLEZZA</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 18:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato . Concedi, mia graziosa Signora, che il mio cuore arda dei tuoi occhi. Ma non come dell&#8217;effimera fiamma d&#8217;un&#8217;illusione, né come ad una promettente menzogna. Lascia bensì che esso riposi sulla solida certezza del loro &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10367">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2015/02/louvre-amore-e-psiche.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10368" title="louvre-amore-e-psiche" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2015/02/louvre-amore-e-psiche.jpg" alt="" width="640" height="427" /></a></p>
<p>.</p>
<p>Concedi, mia graziosa Signora, che il mio cuore</p>
<p>arda dei tuoi occhi. Ma non come dell&#8217;effimera fiamma</p>
<p>d&#8217;un&#8217;illusione, né come ad una promettente menzogna.</p>
<p>Lascia bensì che esso riposi sulla solida certezza</p>
<p>del loro favore e della tua adesione.</p>
<p>.</p>
<p>Acconsenti a che il mio spirito in quel mare s&#8217;addentri</p>
<p>che all&#8217;ombra dei tuoi cigli eleganti si stende.</p>
<p>E che attraverso quella porta in quel liquido elemento possa</p>
<p>perdutamente veleggiare, fin dove il flessuoso flutto il cielo</p>
<p>senza orizzonti lambisce, e che lì beatamente possa naufragare.</p>
<p>.</p>
<p>Fa&#8217; che, desideroso del tuo sguardo, ciò avvenga ogniqualvolta</p>
<p>i tuoi occhi io mi volga a cercare, acciocché attraverso la soglia</p>
<p>che la tua limpida iride mi dischiude, possa io quel mare</p>
<p>attraversare e in esso dimora trovare, giacché così è</p>
<p>che del tuo amoroso abbraccio senza tempo voglio gioire.</p>
<p>.</p>
<p>Il mio ardore non è infatti di quel genere che s&#8217;appaga del piacere</p>
<p>d&#8217;un momento. Ricusa l&#8217;idea d&#8217;essere destinato a morire in un corpo</p>
<p>flessuoso e vellutato che s&#8217;inarca e freme al tepore di transitorie carezze.</p>
<p>La mia è una fiamma che agogna a trovare stabile domicilio in te</p>
<p>per godere di quanto ti si addice e rattristarsi di ciò che ti angustia.</p>
<p>.</p>
<p>La mia passione vuole mutarsi in spirito e seguirti ovunque tu vada.</p>
<p>Vuole che tu viva, e sia felice. Starti vuole accanto nelle notti</p>
<p>estenuanti, nei giorni opachi, e gioire dei tuoi momenti lieti.</p>
<p>La mia passione non disprezza nemmeno che tu quel che basta</p>
<p>conceda alle lusinghe, e anche in quei momenti vuole starti vicino.</p>
<p>.</p>
<p>La mia passione conosce l&#8217;animo umano, e sa che dello spirito</p>
<p>che entrò nel tuo mare tu ti sovverrai. E allora, quando ciò accadrà,</p>
<p>quando di lui ti rammenterai, tutto quel che di bello avrai vissuto,</p>
<p>vissuto sarai certa d&#8217;averlo con me. Dimenticherai allora gli altri volti,</p>
<p>gli allettamenti e anche tutte le angustie, e soltanto me infine amerai.</p>
<p>.</p>
<p>Concedimi perciò, graziosa Signora, di appassionarmi ai tuoi occhi.</p>
<p>Ma non come ad una fuggevole illusione, né come ad una allettante</p>
<p>menzogna. Bensì lascia che il mio cuore riposi sulla fondata certezza</p>
<p>del loro favore e della tua complice adesione.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
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		<title>Fedro &#8211; IL CANE CHE PORTAVA LA CARNE ATTRAVERSO IL FIUME</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jan 2015 10:11:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduz. Ciro A. R. Abilitato Caius Iulius Phaedrus (ca. 20/15 a.C.- ca. 51 d.C.) Fabulae, I, IV. . . UN CANE CHE PORTAVA LA CARNE ATTRAVERSO UN FIUME Favole, I, IV . Perde meritatamente il proprio chi l&#8217;altrui agogna. Un &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10296">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>Caius Iulius Phaedrus (ca. 20/15 a.C.- ca. 51 d.C.)</p>
<p><em>Fabulae</em>, I, IV.</p>
<p>.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/12/canis-per-fluvium1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10303" title="canis per fluvium" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/12/canis-per-fluvium1.jpg" alt="" width="371" height="300" /></a></p>
<p>.</p>
<p><strong>UN CANE CHE PORTAVA LA CARNE ATTRAVERSO UN FIUME</strong></p>
<p><strong>Favole, I, IV</strong></p>
<p>.</p>
<p>Perde meritatamente il proprio chi l&#8217;altrui agogna.</p>
<p>Un cane, mentre attraverso un fiume della carne nuotando portava,</p>
<p>nelle specchianti acque la propria immagine riflessa vide,</p>
<p>e credendo che un&#8217;altra preda venisse da un altro trasportata,</p>
<p>desiderò impossessarsene. Tratto pertanto dall&#8217;avidità in inganno,</p>
<p>il cibo che tra i denti teneva stretto si lasciò dalla bocca sfuggire,</p>
<p>ma ciò che così tanto aveva bramato non poté neppure sfiorare.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>CANIS PER FLUVIUM CARNEM FERENS</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>Fabulae, I, IV</strong></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">1. Amittit merito proprium qui alienum appetit.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Canis per flumen carnem dum ferret natans,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">lympharum in speculo vidit simulacrum suum,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">aliamque praedam ab altero ferri putans</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">5. eripere voluit; verum decepta aviditas</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">et quem tenebat ore dimisit cibum,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">nec quem petebat potuit adeo adtingere.</span></p>
<p>.</p>
<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=https%3A%2F%2Fwww.serenusbloom.it%2Fsb%2F%3Fp%3D10296&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe>]]></content:encoded>
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		<title>LA ZUPPA DEL LEBBROSO &#8211; Racconto Zen</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 21:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[LA ZUPPA DEL LEBBROSO a cura di Ciro A. R. Abilitato Mantra &#8211; Om Shanti Shanti Shanti Vyanah Il maestro Tosui, capo spirituale di un grande santuario, decise un giorno di abbandonare il sacro luogo a cui era stato destinato &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10196">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="color: #0000ff;"><strong>LA ZUPPA DEL LEBBROSO</strong></span></h1>
<p>a cura di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p><strong><strong>Mantra &#8211; </strong>Om Shanti Shanti Shanti Vyanah</strong></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=kadXf48umOc&amp;feature=relmfu"></a><object style="width: 425px; height: 350px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/kadXf48umOc&amp;feature" /><embed style="width: 425px; height: 350px;" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/kadXf48umOc&amp;feature"></embed></object></p>
<p>Il maestro Tosui, capo spirituale di un grande santuario, decise un giorno di abbandonare il sacro luogo a cui era stato destinato per unirsi a dei mendicanti lebbrosi. Un tempo, quando la lebbra non era infrequente, coloro che ne erano affetti, a tutti invisi e ovunque perseguitati, erano costretti a vivere in comunità isolate dal mondo. Uno dei suoi discepoli, vedendo il maestro dare disposizioni agli altri monaci per la cura del tempio in sua assenza, volle seguirlo. Tosui gli disse: «Se proprio desideri seguirmi, abbandona tutto e vieni pure! Ti basterà una stuoia di paglia per dormire». Il discepolo, allora, abbandonò risoluto ogni cosa e seguì il suo amato maestro. Un giorno Tosui gli comandò di scavare una fossa per seppellire un uomo appena morto di lebbra. Il discepolo obbedì, e scavò una  fossa profonda per il lebbroso morto. Il cadavere era completamente piagato dalla lebbra e putrefatto, e tuttavia, quando il maestro ordinò al discepolo di aiutarlo a calarlo nella tomba, questi obbedì ancora, sebbene non gli riuscisse di vincere la nausea. Dopo aver dato sepoltura al lebbroso, il discepolo, per rimettersi in forza, chiese a Tosui del cibo. Il maestro rispose: «Se vuoi, mangia pure la zuppa del morto». A queste parole, il discepolo pensò: «Se non lo facessi, mostrerei che la mia determinazione vacilla. Dunque devo mangiare!». Ma il giovane non poté inghiottire la pietanza, perché la gola gli si era serrata. La zuppa contaminata non voleva saperne di passare. Il maestro Tosui, vedendolo in difficoltà, allora gli disse: «Essere mio discepolo è molto difficile, lo so; e tu non ne sei in grado». Le parole del maestro suonarono dure alle orecchie del giovane discepolo, che all’udirle scoppiò in lacrime, ma Tosui impietoso continuò: «La mia dimensione e la tua non coincidono. E anche le nostre condizioni sono diverse. Mi dispiace, ma tu non puoi essere un mendicante. Il tuo destino, purtroppo, è di tornare indietro, giacché seguendomi ti sei spinto troppo avanti per le tue forze. Tornerai perciò sui tuoi passi fino al tempio che abbiamo lasciato, e lì ti fermerai per dirigerlo, giacché ne sarai il priore». E così avvenne. Il giovane salutò il maestro con le lacrime agli occhi e fece ritorno al santuario che pochi mesi prima aveva lasciato insieme al suo maestro come semplice monaco per divenirne il priore. Nessuno può immaginare quale dispiacere il discepolo portasse nel cuore nel separarsi dal maestro, né quale tristezza lo accompagnasse per il resto della vita nel pensarlo solo e lontano; così come nessuno può credere quanto fosse stato felice il maestro per essere riuscito a separare quel suo discepolo da sé.</p>
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		<title>IL CANTO ARMONICO DEI NOMADI GUERRIERI DEI MONTI ALTAI</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2014 13:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[IL CANTO ARMONICO DEI NOMADI GUERRIERI DEI MONTI ALTAI di Ciro A. R. Abilitato Mongolian music – Altain magtaal Mongolian Song; POWER FOR THE SOUL È un canto diffuso tra le popolazioni dei Monti Altaj (i &#8220;Monti d&#8217;Oro&#8221;), l&#8217;imponente catena &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10228">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="color: #0000ff;"><strong>IL CANTO ARMONICO DEI NOMADI GUERRIERI DEI MONTI ALTAI</strong></span></h1>
<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p><strong>Mongolian music – Altain magtaal</strong></p>
<h1>Mongolian Song; POWER FOR THE SOUL</h1>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/gQUgtEBbPi4" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/gQUgtEBbPi4"></embed></object></p>
<p>È un canto diffuso tra le popolazioni dei Monti Altaj (i &#8220;Monti d&#8217;Oro&#8221;), l&#8217;imponente catena montuosa che corre lungo il confine della Russia col Kazakistan, la Mongolia e la Manciuria (regione amministrativamente divisa tra la Cina e la Russia); tipico specialmente della Mongolia e della vicina regione di Tuva, una piccola repubblica della Federazione Russa, nella Siberia meridionale. Nella tradizione mongola-tuvana questo caratteristico canto laringeo (throat singing), detto <em>Khöömi</em>, è eseguito facendo ricorso ad una speciale tecnica di fonazione gutturale tramandata di generazione in generazione, che consente di mettere simultaneamente in vibrazione le 2 pliche ventricolari della laringe (corde vocali false) e le 2 pliche vocali sottostanti (corde vocali vere). Con questa tecnica si ottiene lo sdoppiamento del suono vocale in due suoni distinti, il più basso dei quali corrisponde ad una voce di normale tonalità, mentre il più alto è un suono flautato, corrispondente ad una delle armoniche parziali prodotte in un registro di canto acuto (una specie di fischio prodotto con la gola). La melodia che ne risulta è un canto difonico, ossia un canto sdoppiato (overtone singing), in cui ogni componente sonora è armonicamente modellata a imitazione dei suoni del mondo naturale. Nel canto <em>Khöömi</em>, di cui esistono nemerose varianti regionali, i diversi suoni riproducono infatti le tonalità delle voci degli animali, come quella del cavallo, del lupo, del cammello o degli uccelli, oppure l&#8217;eco delle montagne e delle valli, il mormorio delle acque dei fiumi e il sibilo del vento della steppa. Si tratta di una tecnica che viene appresa sin dalla tenera età, per cui un solo cantore può modulare contemparaneamente una melodia con due voci diverse, tanto da non sembrare che il canto sia prodotto da un&#8217;unica persona. Anzi, durante una esecuzione di gruppo di canto armonico, è in realtà impossibile stabilire quante siano le persone che prendono parte al canto. &#8220;La storia del cammello che piange&#8221; è un film documentario del 2003, realizzato dalla regista mongola Byambasuren Davaa in collaborazione col fiorentino Luigi Falcorni, il cui titolo originale è <em>Die Geschichte vom weinenden Kamel</em><em>, dove si narra di un </em>cucciolo di cammello rifiutato dalla madre. Nel film, ambientato nella terra di Gengis Khan, accade che il pastore, cantando di gola, modulando la voce e sussurrando melodie alla madre del piccolo, la convince, alla fine, a prendersi cura del suo negletto piccino. È questo il potere del canto armonico dei pastori della steppa mongola. Naturalmente, a tanta ricchezza di suoni corrisponde un adeguato campionario di strumenti musicali. Su tutti domina il <em>morin khuur</em>, strumento nazionale della Mongolia, simile a un violino da gamba a cassa quadrata, insostituibile accompagnamento dell’<em>urtyn duu</em>, la conzone lunga, ed entrato nel 2010 a far parte del Patrimonio dell&#8217;Umanità dell&#8217;Unesco, insieme al <em>khoomi</em>, il canto di gola. Simile a una viola da gamba, si suona tirando o spingendo di lato le corde (a differenza degli strumenti occidentali, in cui le corde si schiacciano e si pizzicano). Della stessa famiglia fanno parte l’<em>Ikh Khuur</em> (contrabbasso), l’<em>Huu-Chir </em>(violino), la <em>Yatga</em> (cetra), lo <em>Yoo-Chin</em> (salterio a percussione), il <em>Tobs Khuur</em> e lo <em>Shanz</em> (liuti). Tra gli strumenti a fiato c&#8217;è il <em>Limbe</em>, secondo per importanza solo al <em>Morin Khuur</em>. Simile al flauto traverso, viene suonato ricorrendo slla tecnica della respirazione circolare, che consente di produrre un suono continuo soffiando nello strumento e contemporaneamente inspirando nuova aria. Altri strumenti a fiato sono lo <em>Tsuur</em> (flauto dritto), il <em>Bishur</em> (oboe), l’<em>Ever Buree</em> (clarinetto), il <em>Rapal</em> (tromba d’ottone), il <em>Ganlin</em> (o Gandan, o Dun, tromba corta usata per i rituali buddisti), il <em>Buri</em> (colossale tromba in rame rosso lunga quasi cinque metri). Di derivazione cinese o tibetana sono le percussioni, quali il <em>Rnga</em> (grande tamburo orizzontale), il <em>Damaru</em> (tamburo a clessidra), il <em>Khets</em> (tamburello a sonagli), i <em>Tsan</em> (piatti), il <em>gong</em> e l&#8217;<em>aman Khhur</em> (scacciapensieri).</p>
<p>.</p>
<p><strong>Mongolian traditional music – Khusugtun – Ethnic Ballad Group</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rl0HiFmts-4" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/rl0HiFmts-4"></embed></object></p>
<p>.</p>
<p>Il musicologo Manuel Garcia (Madrid, 17 marzo 1805 – Londra, 1 luglio 1906) fu il primo, in una conferenza tenuta il 16 novembre 1840 all&#8217;Accademia delle Scienze di Parigi, a descrivere questo tipo di canto, che egli sosteneva di aver ascoltato da cantori Bashiri degli Urali. Tuttavia, spesso, la possibilità di una simile produzione canora è messa in discussione. In un trattato di acustica pubblicato nel 1880, il musicologo Carl Randau (1893 − 1969) così si esprime: «si deve classificare fra i miracoli ciò che Garcia racconta dei contadini russi, da cui avrebbe sentito cantare contemporaneamente da una stessa persona una melodia con voce di petto e un&#8217;altra con voce di testa». Naturalmente, ciò che descrisse Garcia rimane ai nostri giorni ancora un miracolo, come molti altri. Un miracolo che il tempo e la fretta degli uomini di correre avanti non hanno cancellato, fortunatamente, e di cui oggidì possiamo tutti essere facilmente testimoni.</p>
<p>.</p>
<p>GLI UNNI NELLA DESCRIZIONE DELLO STORICO LATINO AMMIANO MARCELLINO</p>
<p>Gli Unni erano una popolazione nomade e guerriera asiatica, probabilmente originatasi nella regione dei monti Altai, a nord della Cina, discendente degli Hiungnu, che abitavano l&#8217;aspro e vasto territorio dell&#8217;altopiano monglico, il Kan-su e il deserto di Gobi. Le più antiche notizie sugli <em>Hung-nu</em> risalgono al VI secolo a.C., ma la loro importanza si accrebbe notevolmente tra il III e il V secolo d.C., allorché giunsero a minacciare i confini dei popoli del centro Europa e l&#8217;Impero Romano.</p>
<p>Ammiano Marcellino, storico latino vissuto nel IV secolo d.C., dice che questo popolo rude e bellicoso era giunto ad occupare il territorio al di là delle paludi meotiche e quello lungo l&#8217;oceano glaciale, dando di esso la seguente descrizione: «Hanno membra robuste e solide, grosso collo, e sono stranamente brutti e curvi, tanto che potrebbero essere presi per animali bipedi o per qualcosa di simile a tronchi grossolanamente scolpiti, come quelli che si trovano sui parapetti dei ponti. Per quanto abbiano sembiante umano, essi sono deformi e così rozzi nel loro tenore di vita da non aver bisogno di fuoco né di cibi conditi. Si nutrono infatti di radici, di erbe selvatiche e di carne semicruda di qualsiasi animale, che riscaldano per un po&#8217; di tempo fra le loro cosce e il dorso dei cavalli. [...] Usano berretti ricurvi e coprono le gambe irsute con pelli caprine. Le loro scarpe, poiché non sono state precedentemente modellate, impediscono loro di camminare liberamente. Per questa ragione sono poco adatti a combattere a piedi, ma inchiodati, per così dire, anche se così deformi sui loro forti cavalli, e sedendo su di essi a volte come le donne, attendono alle consuete occupazioni. Stando a cavallo notte e giorno, ognuno, in mezzo a questa gente, acquista e vende, mangia e beve e, sempre appoggiato al corto collo del cavallo, si addormenta così profondamente da fare ogni sorta di sogni. Nelle assemblee in cui deliberano su questioni importanti, tutti discutono in questo medesimo modo degli interessi comuni [...]».</p>
<p><strong>Mongolian Incredible Throat Singing </strong></p>
<p><strong><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0M3YFK3sJ54#t" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/0M3YFK3sJ54#t"></embed></object><br />
</strong></p>
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		</item>
		<item>
		<title>O&#8217; RITURNELLA &#8211; Gruppo di Canto Popolare LA MORESCA ANTICA</title>
		<link>https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10176</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2014 10:08:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Brano tratto dall&#8217;Album LI TURCHI ALLA MARINA Conzone marinara calabrese O&#8217; Riturnella . Umberto Mosca &#8211; canto; strumento:  colascione; Elena Noviello &#8211; canto; strumento:  chitarra barocca; Marco Macchi &#8211; canto; Alberto Borrini &#8211; strumento:  viola da gamba, basso; Angelo Maffezzoli &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10176">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Brano tratto dall&#8217;Album LI TURCHI ALLA MARINA</p>
<p>Conzone marinara calabrese O&#8217; Riturnella</p>
<p>.</p>
<p>Umberto Mosca &#8211; canto; strumento:  colascione;</p>
<p>Elena Noviello &#8211; canto; strumento:  chitarra barocca;</p>
<p>Marco Macchi &#8211; canto;</p>
<p>Alberto Borrini &#8211; strumento:  viola da gamba, basso;</p>
<p>Angelo Maffezzoli &#8211; strumento:  flauto diritto e traverso.</p>
<p><a href="http://www.lamorescantica.org">www.lamorescantica.org</a></p>
<p>edizioni musicali Folk Club Ethnosuoni</p>
<p><a href="http://www.folkclubethnosuoni.com">www.folkclubethnosuoni.com</a></p>
<p><object style="width: 425px; height: 350px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/6QxibuZBsTQ" /><embed style="width: 425px; height: 350px;" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/6QxibuZBsTQ"></embed></object></p>
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		<title>In ricordo del poeta Giovanni Mazza &#8211; PROLOGO AL SECONDO LIBRO DELLE FAVOLE</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2014 08:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[GIOVANNI MAZZA − PROLOGO AL SECONDO LIBRO DELLE FAVOLE Traduz. Ciro A. R. Abilitato . . Giovanni Mazza (Torre del Greco, 30 aprile 1877 &#8211; Napoli, 12 Novembre 1943), è uno dei più interessanti poeti in lingua latina del Novecento, &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10313">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GIOVANNI MAZZA − PROLOGO AL SECONDO LIBRO DELLE FAVOLE</p>
<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/12/giovann_mazza.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10314" title="giovann_mazza" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/12/giovann_mazza.jpg" alt="" width="260" height="300" /></a></p>
<p>.</p>
<p>Giovanni Mazza (Torre del Greco, 30 aprile 1877 &#8211; Napoli, 12 Novembre 1943), è uno dei più interessanti poeti in lingua latina del Novecento, per cinque volte insignito della <em>Magna Laus</em> al Concorso Internazionale di Poesia Latina di Amsterdam, il <em>Certamen Poeticum Hoeufftanum</em>, istituito nel 1843 per volontà testamentaria dall’umanista olandese Jacob Hendrik Hoeufft (1756-1843). Il riconoscimento era assegnato annualmente da una giuria di esaminatori (<em>iudicatores</em>), i quali venivano scelti dall&#8217;Accademia Reale Olandese delle Scienze (<a title="Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Koninklijke_Nederlandse_Akademie_van_Wetenschappen"><em>Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen</em></a>). Il concorso, durato dal 1844 al 1978, ebbe tra i più noti partecipanti italiani il poeta Giovanni Pascoli, che fu insignito per 13 volte del primo premio e per 15 volte della Gran Lode. Il primo premio consisteva in una medaglia d&#8217;oro del peso di 250 grammi e nella pubblicazione dell&#8217;opera dell&#8217;autore a spese dell&#8217;Accademia, mentre il secondo premio prevedeva la pubblicazione a spese dell&#8217;Accademia dell&#8217;opera prescelta previo consenso dell&#8217;autore.</p>
<p>.</p>
<p>È intitolato a Giovanni Mazza, nella città di Torre del Greco, lo storico edificio della Scuola Elementare di via Vittorio Veneto, sede del I Circolo Didattico cittadino, sulla cui facciata campeggia la lapide che nel 1957 fu dettata dal professor Vincenzo Grillo, sacerdote, scrittore, dirigente scolatico e fondatore di scuole che poi egli stesso elevò al rango di istituti di istruzione statale. La lapide ricorda con queste semplici parole l&#8217;illustre e schivo poeta: “umile nella sua grandezza, grande nella sua umiltà”.</p>
<p>.</p>
<div id="attachment_10319" class="wp-caption aligncenter" style="width: 710px"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/10/Leonardo-Mazza-1926-torre-del-greco-01.jpg"><img class="size-full wp-image-10319" title="Leonardo Mazza 1926 torre del greco 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/10/Leonardo-Mazza-1926-torre-del-greco-01.jpg" alt="" width="700" height="405" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Mazza (1883 - 1953) - Torre del Greco, Portosalvo, Spiaggia del Fronte, 1926 </p></div>
<p>.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Libro secondo delle favole</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">PROLOGO</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Con versi ornando le popolari novelle,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">in mezzo alle inquietudini della vita uno svago io ritrovo,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">e ai difetti e alle debolezze delle umane creature indulgendo,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">delle vicissitudini del mondo, che da sé in rovina va, io mi rido.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Forse me soltanto le favole migliorano.</span></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Fabularum liber alter</p>
<p>PROLOGUS</p>
<p>.</p>
<p>Ornans vulgares ego fabellas versibus,</p>
<p>invenio quoddam vitae curis otium,</p>
<p>hominumque indulgens vitiis et defectibus,</p>
<p>per se ruentis vicibus orbis rideo.</p>
<p>Forsitan et unum me fabellae corrigunt.</p>
<p>.</p>
<div id="attachment_10324" class="wp-caption aligncenter" style="width: 751px"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/10/Frans-Vervloet-1795-1872-Torre-del-Greco-Litorale.jpg"><img class="size-full wp-image-10324" title="Frans Vervloet (1795 - 1872) - Torre del Greco, Litorale" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/10/Frans-Vervloet-1795-1872-Torre-del-Greco-Litorale.jpg" alt="" width="741" height="508" /></a><p class="wp-caption-text">Frans Vervloet (1795 - 1872) - Torre del Greco, Litorale</p></div>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Libro secondo delle favole<br />
</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">LE PANTEGANE, IL GATTO MORTO E IL MERLO</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">.<br />
</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Delle pantegane un gatto morto, al fine di seppellirlo, per la coda</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">trascinavano, e libere ormai dal tiranno, liete intonavano</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">una dolente litania, quando a un tratto, nel tirare, parve ad una</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">di esse che il defunto un piede avesse mosso. Tutte allora</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">nella tana spaventate fuggono. Ma ecco dalla sua gabbia</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">un merlo: «O tu, vile razza, nata sei per stare in schiavitù,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">giacché i despoti da morti financo temi».</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">La libertà nega i suoi doni a coloro che ne sono indegni.</span></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Fabularum liber alter</p>
<p>MURES, FELIS MORTUUS ET MERULA</p>
<p>.</p>
<p>Ad sepeliendum felem mures mortuum</p>
<p>cauda trahebant et, tyranno liberi,</p>
<p>iucundi maestam concinebant neniam,</p>
<p>pedem movere cum trahenti visus est</p>
<p>mortuus. Aufugiunt omnes sua trepidi in cava.</p>
<p>Tunc merula e cavea: «Quod times et mortuos</p>
<p>Tyrannos, vile, natum es servitio, genus!».</p>
<p>Denegat indignis sua libertas munera.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Libro secondo delle favole<br />
</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">GLI AVVOLTOI, I LADRONI E IL VENTO</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">La preda si spartivano su di un olmo due avvoltoi,</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">e la refurtiva all&#8217;ombra dello stesso albero due briganti .</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Allorché questa scena il vento vide, fra sé disse:</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> </span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">«A due a due, in su nel cielo e in sulla terra i più turpi si dan convegno».</span></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Fabularum liber alter</p>
<p>VULTURES, LATRONES ET VENTUS</p>
<p>.</p>
<p>Duo dividebant praedam in ulmo vultures,</p>
<p>sub umbra praedam duo latrones arboris;</p>
<p>quos cum vidisset ventus, secum «Bini – ait –</p>
<p>in caelo coëunt et in terra pessimi».</p>
<p>.</p>
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		<item>
		<title>ILLUSIONE, CONOSCENZA E REALTÀ</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Sep 2014 06:59:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato Che ne sa un pesce dell&#8217;acqua in cui nuota per tutta la vita? Albert Einstein . Ab esse ad posse valet consequentia, a posse ad esse non valet [Dall’essere al possibile vale la consequenzialià logica, &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10144">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/09/pesce-nella-boccia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10146" title="pesce nella boccia" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/09/pesce-nella-boccia.jpg" alt="" width="500" height="334" /></a></p>
<p>Che ne sa un pesce dell&#8217;acqua in cui nuota per tutta la vita?</p>
<p>Albert Einstein</p>
<p>.</p>
<p><strong><em>Ab esse ad posse valet consequentia, a posse ad esse non valet </em></strong></p>
<p>[Dall’essere al possibile vale la consequenzialià logica, dal possibile all’essere non sussiste nesso di consequenzialità].</p>
<p>Questo principio esprime la liceità di argomentare dai fatti della realtà alla loro possibilità, mentre nega validità ad argomentazioni che procedano dalla possibilità alla realtà fattuale. In pratica, da ciò che è a ciò che può essere (che è possibile) vale la legge della consequenzialità logica, mentre da ciò che può essere (che si ipotizza come possibile) a ciò che è (che è realtà di fatto) non vale la legge della consequenzialità.</p>
<p>In altre parole, se di qualcosa si ha prova nella realtà, è lecito inferire che tale cosa esiste o accade nella realtà. Se di una cosa non si ha prova nella realtà, non è lecito inferire che essa esista, possa esistere o accadere nella realtà.</p>
<p>Questo assioma, che di primo acchito sembra fare assoluta chiarezza tra ciò che effettivamente è e ciò che è solo possibile o probabile, se sviluppato con criterio empiricocritico, conduce a una conclusione problematica che potremmo a buon diritto chiamare <em>il punto di vista humiano</em>, dal nome del filosofo scozzese David Hume (Edimburgo 1711 – ivi 1776), il più radicale degli empiristi britannici. Infatti, se la realtà ipotizzata non contraddice i fondamenti della realtà conosciuta, allora la realtà ipotizzata è una realtà possibile. Se invece la realtà ipotizzata contraddice i fondamenti della realtà conosciuta, la realtà ipotizzata o è illusoria o descrive la realtà effettiva. Tuttavia, poiché non può mai aversi una conoscenza compiuta della realtà effettiva, allora anche la realtà di cui sappiamo qualcosa non è la realtà vera, ma solo una realtà possibile, o meglio, momentanea, e perciò per molta parte illusoria: è la realtà come noi la vediamo oggi in base a ciò che di essa abbiamo appreso. Di conseguenza, la realtà che ci sta davanti, ammettendo che sia sempre la stessa, si mostra ai nostri occhi di giorno in giorno diversa nella misura in cui la nostra conoscenza di essa progredisce. Per questo motivo la conoscenza della realtà reca sempre in sé elementi di incertezza. La nostra rappresentazione della realtà non è che il frutto di nostre congetture incomplete e di nostre convenzioni, sicché l’unica cosa su cui possiamo fare affidamento è la fiducia che esista qualcosa d’altro, come pure la curiosità che ci spinge a sapere qualcosa di più di questa realtà attraverso la ricerca di una regola illuminante, o quantomeno rassicurante. Da una parte c&#8217;è dunque la realtà, che noi mai conosceremo compiutamente in tutti i suoi aspetti, e dall&#8217;altra l&#8217;idea che noi ci siamo fatta della realtà, che è sempre un&#8217;idea parziale. Attraverso l&#8217;osservazione e l&#8217;esperienza, la realtà gradualmente si dischiude dinanzi al nostro cammino, pur senza mai svelarsi del tutto. Per questo motivo, pure essendo il mondo un ente reale, stabile quanto basta perché possa avere esistenza in una forma determinata (almeno per un certo tempo), noi non vediamo la realtà quale essa è in sé stessa, bensì una minuscola parte della realtà vera, mentre per la reastante parte non vediamo che una realtà illusoria, fondata su congetture e ammalianti suggestioni percettive. In altri termini, brancoliamo letteralmente nel buio alla luce di una flebile torcia. Di conseguenza, tutte le nostre più solide conoscenze intorno alla realtà che osserviamo non sono che ipotesi probabilistiche, ovvero quantistiche, sulla realtà in generale in cui ciascuno di noi si trova improvvisamente calato insieme a tutti gli altri.</p>
<div id="attachment_10145" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"></p>
<div class="mceTemp mceIEcenter">
<dl id="attachment_10145" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/09/MCEscher-RELATIVITY-1953.jpg"><img class="size-large wp-image-10145" title="MCEscher RELATIVITY, 1953" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/09/MCEscher-RELATIVITY-1953-1024x953.jpg" alt="" width="640" height="595" /></a><p class="wp-caption-text">Maurits Cornelis Escher (Leeuwarden, 17 giugno 1898 – Laren, 27 marzo 1972) – RELATIVITY, 1953</p></div>
</dt>
</dl>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>VULUMBRELLA &#8211; VILLANELLA NAPOLETANA DEL &#8217;400 &#8211; Due versioni a confronto</title>
		<link>https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10095</link>
		<comments>https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10095#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2014 10:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.serenusbloom.it/sb/?p=10095</guid>
		<description><![CDATA[Di  Ciro A. R. Abilitato . VULUMBRELLA Villanella ischitana del &#8217;400 Nuova Compagnia di Canto Popolare “Vulumbrella” è una deliziosissima villanella napoletana del XV secolo, riscoperta dal musicologo, regista teatrale e compoitore Roberto De Simone e fatta conoscere negli anni &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10095">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di  Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p>VULUMBRELLA</p>
<p>Villanella ischitana del &#8217;400</p>
<p>Nuova Compagnia di Canto Popolare</p>
<p>“Vulumbrella” è una deliziosissima villanella napoletana del XV secolo, riscoperta dal musicologo, regista teatrale e compoitore Roberto De Simone e fatta conoscere negli anni Settanta dal famoso gruppo folk partenopeo “La Nuova Compagnia di Canto Popolare”, di cui, nel 1967, De Simone fu fondatore insieme a Giovanni Mauriello, Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò. In particolare, questa villanella o canzone villanesca napoletana, originaria dell&#8217;isola d&#8217;Ischia, è una serenata che può essere cantata anche a cappella (cioè senza accompagnamento strumentale), nella quale vengono ricordate le esortazioni che ogni madre premurosa fa a una figlia che si avvicini all&#8217;età da marito. La “fica vulumbrella” è il frutto già sodo e ben formato, ma ancora acerbo, che maturerà nella tarda estate all’ombra delle larghe foglie lobate dell’albero di fico. L’aggettivo “vulumbrella”, riferito al sicònio edùle del fico domestico, originario della Caria − regione dell’Asia Minore da cui in età remota la pianta venne diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo – assume perciò anche i significati di “soda, formosa, appetitosa, di bell&#8217;aspetto, integra, intatta”. La canzone, con l’arpeggio lento e sensuale della chitarra e il contrappunto nostalgico dell’arpa portativa, cui si aggiunge il tintinnio dei cembali e il suono cupo e vibrante del timpano sareceno, a sottolineare l’avanzare delle ore durante le quali si compie il miracolo della maturazione, rievoca la calura estiva che invigorisce i frutti nei pigri e assolati orti sparsi nella verde campagna. Con questa serenata l’amante invita la giovane amata a non farsi altezzosa e scostante, e a non fidarsi troppo delle sua beltà. Paragonandola al frutto prossimo a maturazione del fico che, se non fecondato per tempo, cade sterile e rinsecchito nella terra polverosa, l’innamorato rammenta alla ragazza gli stessi insegnamenti da lei ricevuti dalla madre, affinché non dimentichi che il tempo della sua vita è scandito da stagioni, e che la sua stagione è ormai arrivata. La serenata si conclude con l’invito dell’innamorato alla giovane di dare un segno di adesione ai giochi amorosi, spronandola a dare ora il suo primo attacco, adesso che è florida, formosa e bella, giacchè è questo il tempo in cui ogni fico mangereccio giunge a maturazione nell’estivo rigoglio della natura, e in cui l’età si fa adatta a siffatto genere di battaglie!</p>
<p><object style="width: 425px; height: 350px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/nkGG0OF100A " /><embed style="width: 425px; height: 350px;" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/nkGG0OF100A "></embed></object></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>VULUMBRELLA</p>
<p>Fatte molla e no’ cchiù dura</p>
<p>mo ca si&#8217; furmosa e bella</p>
<p>ca ogne fica vulumbrella</p>
<p>a sto tiempo s’ammatura</p>
<p>.</p>
<p>Fatte roce e no’ cchiu amara</p>
<p>nun te fa verere acerba</p>
<p>e non esser tanto brava</p>
<p>fatt’umile e no’ superba</p>
<p>.</p>
<p>E mo ca è verde la toja erba</p>
<p>e lu mummo renuvella</p>
<p>ogni fica vulumbrella</p>
<p>a stu tiempo s’ammatura</p>
<p>.</p>
<p>E mo ca si mez’ammullata</p>
<p>e tra fionne fai la guerra</p>
<p>n’aspettar’ ca si seccata</p>
<p>e che car’ in chiana terra</p>
<p>.</p>
<p>E fa&#8217; ca mo’ ra te se sferra</p>
<p>ca si tosta fredda e bella</p>
<p>ca ogne fica vulumbrella</p>
<p>a sto tiempo s’ammatura</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>VULUMBRELLA</p>
<p>Villanella ischitana del &#8217;400</p>
<p>Kavisha Mazzella</p>
<p>.</p>
<p>Kavisha Mazzella è una cantautrice italo-australiana insignita di prestigiosi premi internazionali. È nata a Londra e risiede a Melbourne, Australia. Sua madre è anglo-birmana, mentre suo padre è napoletano, originario della incantevole isola d&#8217;Ischia, la maggiore dell&#8217;arcipelago flegreo, l&#8217;antica Pithecusa. Le liriche di Kavisha ripropongono canti originali della tradizione folklorica di diverse culture del mondo. Solo di rado ho sentito cantare così bene una canzone napoletana o siciliana perfino da miei connazionali, anche per l&#8217;attenzione agli accenti e alla dizione. Le canzoni di Kavisha sono autentici capolavori lirici, offerti con la voce di un angelo in svariate lingue: italiano, napoletano, sardo, siciliano, francese, spagnolo, inglese. Si tratta di autentici capolavori melodici nei quali il celtic, il fado, il catalano, il bardico, il gotico e il gitano si mescolano vivacemente con effetti davvero originali. Le canzoni di Kavisha Mazzella sono storie intessute di grazia senza peso e gemme tradizionali che recano in sé un grande senso della poesia e della profondità lirica. Questa cantante possiede la notevole capacità di lanciare senza sforzo in un microfono, da un metro di distanza, la sua voce chiara e bella, quasi come un ventriloquo, e di spostarsi sulla scena da una parte all&#8217;altra per riempire di delicata e vibrante sonorità tutto lo spazio circostante. Qualcosa che va davvero oltre le parole. La sua voce calda e appassionata trasmette emozioni che toccano il cuore. La sua energia e il suo amore per la musica sono contagiosi.</p>
<p>Propongo qui di seguito la versione di Kavisha Mazzella di Vulumbrella, una villanesca napoletana del &#8217;400 originaria dell&#8217;isola d&#8217;Ischia, la quale fu scoperta dall&#8217;etnomusicologo Roberto De Simone e cantata negli anni &#8217;70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare.</p>
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<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=XbbqDQC7tpo"></a><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/XbbqDQC7tpo" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/XbbqDQC7tpo"></embed></object></p>
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		<title>LA NASCOSTA RAGIONE DEL MONDO</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 20:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Una noscosta ragione ha fatto sì che i singoli esseri umani potessero potenziare le loro possibilità cooperando in parallelo tra loro, e ogni generazione potesse apportare il proprio contributo solo inserendosi in serie tra le precedenti generazioni e le successive!!! &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10092">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una noscosta ragione ha fatto sì che i singoli esseri umani potessero   potenziare le loro possibilità cooperando in parallelo tra loro, e  ogni  generazione potesse apportare il proprio contributo solo  inserendosi in  serie tra le precedenti generazioni e le successive!!!</p>
<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><strong>Tibetan meditation &#8211; 01<br />
</strong></p>
<p><iframe width="640" height="480" src="http://www.youtube.com/embed/Vo3kGvxHJ4Y?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Gli uomini, in effetti, non sono altro che orologi! Una volta che   siano stati caricati, camminano senza sapere il perché. Ogni atto di   concepimento e di generazione rappresenta l&#8217;orologio della vita umana   che di nuovo si ricarica per riprendere ancora una volta, frase per   frase, misura per misura, con variazioni insignificanti, il suo   ritornello, già ripetuto un numero infinito di volte. Un individuo, una   figura umana, una vita umana, non sono che un breve sogno dello spirito   infinito che anima la natura.</p>
<p>Arthur Schopenhauer</p>
<p>Pertanto, ciò che fa diverso un essere umano da un altro, quel che   davvero lo distingue da tutti gli altri, rendendolo un essere unico e   irripetibile, risiede interamente nella sua interiorità. Sotto questo   aspetto, in virtù della sua propria costituzione interiore, non c&#8217;è un   solo essere umano che sia identico ad un altro. Tutto il valore di un uomo   risiede dunque unicamente nella sua anima. È questa infatti il primo   elemento distintivo della personalità profonda, oltre ogni condizionamento   esteriore e ogni comportamento geneticamente determinato. Per il resto,   ogni uomo, nonostante le insignificanti varianti biologiche, è   sostanzialmente identico a ogni altro e null&#8217;altro possiede che possa considerare propriamente  suo.</p>
<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
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		<title>IL CIMITERO DELLE FONTANELLE A NAPOLI E IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2014 08:11:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[già pubblicato il 12-5-2011 &#8220;Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò ch’io sono&#8221; La Morte di Ciro A. R. Abilitato IL CIMITERO DELLE FONTANELLE A NAPOLI E IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE In quella profonda forra del Rione &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=1935">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>già pubblicato il 12-5-2011</p>
<p>&#8220;Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò ch’io sono&#8221;<br />
La Morte</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/05/Fontanelle-Napoli-A044.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2966" title="Fontanelle-Napoli-A045" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2011/05/Fontanelle-Napoli-A044-894x1024.jpg" alt="" width="640" height="733" /></a></p>
<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>IL CIMITERO DELLE FONTANELLE A NAPOLI E IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE</p>
<p>In quella profonda forra del Rione Sanità, conosciuta col nome di Vallone dei Gerolomini, ove da sempre confluiscono le acque defluenti dalle colline del Vomero e dei Colli Aminei, c’è un luogo chiamato sin da tempi lontani Le Fontanelle. In questo luogo si trovano numerose antiche cave di tufo, per la maggior parte trasformate in rimesse, cantine, depositi e officine dalla moderna edilizia. L’ultima di tali cave, sul finire della via che si insinua nel fondo del vallone tra intricati casamenti popolari, è il Cimitero detto ‘delle Fontanelle’, straordinaria testimonianza di storia, antropologia, spiritualità e  superstizione, nonché fonte di memorabili aneddoti legati all’insondabile anima mistica del popolo napoletano, contrassegnata da suggestivi aspetti di vita quotidiana che non smentiscono le origini ancestrali dei suoi sogni e dei suoi modi di rappresentarsi la realtà terrena e ultraterrena.</p>
<p>In accordo con quanto ebbe ad osservare nel 1787 Johann Wolfgang Goethe nel suo diario di viaggio in Italia, non è assolutamente difficile convincersi del fatto che &#8220;i napoletani rendono tutto visivo perché amano vedere&#8221;, attingendo il loro fervido estro inventivo a quella &#8220;spaventosa vitalità tipica del loro temperamento che li fa per natura recitanti&#8221; e nel contempo &#8220;creatori, attori e spettatori dello stesso spettacolo&#8221;. Le Fontanelle rivelano dunque l’altra faccia del Pulcinella scherzoso e pazziariello dei vicoli chiassosi e traboccanti di vita dei quartieri storici, quella del Pulcinella piangente, che è la faccia nascosta della maschera napoletana, quella malinconica e assorta, ascoltatrice di una voce sotterranea, segnata dal dolore del distacco da ciò che è caro, dall&#8217;angoscia della perdita e dalla rassegnazione alla sconfitta. Ma attenzione, proprio quando si crede di aver scandagliato l&#8217;anima del napoletano sin nel profondo, la mimica del volto e delle mani, certi gesti, certi oggetti di protezione e conforto personale (il corno di corallo rosso, le corna di una manina che pende da un portachiavi , quale primo presidio contro il malocchio, amuleti, anelli, medagliette, collarini, ecc.), certe espressioni e certi comportamenti (canti, grida ricche di doppi sensi dei venditori nei mercatini rionali; i richiami dei venditori ambulanti, come quello dell’arrotino e del mercante motorizzato di ninnoli e pupazzi di peluche; la voce errante del frettoloso ragazzo che bandisce il pane di semola per le vie cittadine) mettono in guardia da facili giudizi e pregiudizi. Anche l’occhio del napoletano, come per ogni uomo, è uno specchio fedele dell’anima, ma è pur sempre l’occhio di una guarattella, ossia di un burattino affacciato al suo boccascena e legato ai fili della sua anima di teatrante, dove la spontaneità si sposa all’istrionismo in un matrimonio fecondato, senza possibile distinzione di paternità, dalle oltre dieci razze che vi confluiscono, unitamente alle loro innumerevoli varianti di carattere regionale e antropologico: italica, greca, fenicia, latino-romana, bizantina, gotica, saracena, alemanna, balcanica, gallica, catalana, castigliana e così via. Più di dieci ingombranti personalità che si sovrappongono e si mescolano tra loro in modo originalissimo, dando vita al carattere dalle molte sfaccettature del popolo napoletano, di cui l’aspetto più immediato consiste in una densità e quasi esplosione di folklore, in una città di per sé chiusa, come se fosse ancora assediata da eserciti di conquistatori e governata da baronie straniere, ma il più delle volte assediata da se stessa e governata da suoi propri baroni. Tuttavia, tanto la politica quanto la scienza, cosi come il timore sacro e la fede, rappresentano per il napoletano altrettante occasioni di esibizione e di spettacolo.<br />
Non bisogna mai dimenticare, inoltre, che alle Fontanelle ci si trova pur sempre in un quartiere del Rione Sanità, dove certamente il don Ersilio della nota commedia di Eduardo De Filippo, &#8220;Il Sindaco del rione Sanità&#8221;, starà ancora istruendo nell&#8217;arte del pernacchio coloro che vogliono imparare un efficace stratagemma che riesca a rendere inoffensivi i prepotenti. Del resto, ogni napoletano che si rispetti sa bene come vadano conformate le due mani e come debbano essere delicatamente avvicinate alla bocca, atteggiandole mollemente e umettandole con un po’ di saliva, per intonare a tutti i sopraffattori, i profittatori e gli inetti un sonoro  pernacchio di testa e di petto dalle classicheggianti risonanze. C&#8217;è sempre, in ogni epoca e luogo, un duca Alfonso Maria di Sant’Agata De Fornari a cui si possa indirizzare il reboante saluto.<br />
Nemmeno San Gennaro, il patrono della città e protettore personale di ogni singolo napoletano, va esente dalle esagerazioni di questo spirito popolare vivace e solare, che reclama ad ogni costo e in ogni occasione la Grazia, la quale deve essere concessa tra fervide preghiere, invocazioni e perfino improperi ed epiteti non molto edificanti indirizzatigli dalle Parenti, che sono le più strette devote del santo martire, e le uniche che possano anche redarguirlo per una dimenticanza. Un popolo, insomma, assetato di Grazia salvifica, che attende ansioso il miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro nelle sacre ampolline, e che pure non dimentica le grazie regalategli dal grande Maradona, El Pibe de Oro (Il Ragazzo d’Oro), di cui si conserva un capello incorniciato in Piazzetta Nilo, a Spaccanapoli, oltre ad altre numerose reliquie. Il famoso calciatore argentino, somigliantissimo per temperamento ad un autentico napoletano, seppe infatti molto bene rinfocolare e confortare lo spirito campanilista di questa gente e far &#8220;squagliare il sangue nelle vene&#8221; ad ogni suo devoto tifoso.<br />
Qui vive con la certezza di morirci un popolo innocente, furfante, generoso, pigro, zelante e baccanalista, ma anche passionale, mistico, realista ad oltranza, allegro sì, ma anche triste e nostalgico, arso nel suo inveterato sentimentalismo e da uno spirito creativo che, in verità, andrebbe più imbrigliato che stimolato, ma soprattutto profondamente religioso.</p>
<p>Le antiche cave di tufo giallo disseminate su tutto il territorio di Napoli, furono in passato sporadicamente utilizzate per povere sepolture, le quali si ingrandirono nel corso dei secoli, fino a diventare dei veri e propri cimiteri sotterranei.</p>
<p>Il Camposanto delle Fontanelle divenne il grande ossario che oggi si conosce in occasione della triste epidemia di peste del 1656, la quale decimò la popolosa Napoli, che allora contava circa 400.000 abitanti, mietendo tra le 250.000 e le 300.000 vite e portando ad esaurimento tutti i luoghi di sepoltura della città, tra i quali le Catacombe di S. Gennaro e S. Gaudioso, i siti funerari di S. Pietro ad Aram e le cripte di Santa Maria del Purgatorio ad Arco. Fu così che nell’enorme cava di tufo delle Fontanelle si cominciò a stipare un gran numero di cadaveri, e talvolta “fu d’uopo consumare i corpi col fuoco” (P. Giannone 1723). Poiché i siti di raccolta erano stracolmi e il pericolo di contagio altissimo, molti che morivano per strada venivano sepolti sul luogo, dove, aperta una fossa, si continuava poi ad aprirne altre intorno per seppellirvi altri corpi. Quando queste cavità, dette ‘charniers’ (‘tombe, ossari’, ma più propriamente ‘carnari’), si riempivano del tutto, vi si poneva a chiusura una lapide che diceva: “Tempore Pestis 1656 – Non Aperitur”, che vuol dire: &#8220;Questa sepoltura è stata posta qui al tempo della peste del 1656 &#8211; non sia aperto!&#8221;. La frase era lasciata ellittica della proposizione soggettiva, in quanto era la stessa pietra tombale a parlare, come usavasi in antico.<br />
Simili sciagure colpirono ancora il regno di Napoli tra il XVII e il XVIII secolo. Il 1764 fu un anno memorabile a causa di una carestia disastrosa, mentre nel 1804 venne promulgato da Napoleane Bonaparte l’Editto di Saint Cloud, che svuotava i sepolcreti posti all’interno di tutte le città d&#8217;Europa, istituendo per i defunti appositi luoghi di sepoltura lontani dai centri abitati. Si possono facilmente immaginare i terribili e macabri cortei di carri stracolmi di ossa e di cadaveri, accompagnati da interminabili processioni di popolani, monaci, predicatori e incappucciati, che per anni, a partire da quella data, presero ad attraversare tutte le città d’Europa, facendole sprofondare, sul nascere del positivismo, nel più profondo Medioevo. Anche questa volta si ripeteva l’afflusso di spoglie mortali nelle lugubri e vaste cavità delle Fontanelle, situate a quel tempo fuori dal centro cittadino. Successivamente, un’altra ordinanza del 1837 portò alla definitiva rimozione di resti mortali da tutti gli ossari di parrocchie e confraternite all’interno delle città, per cui si continuò ad utilizzare le antiche cave di tufo. Le Fontanelle era ormai al limite della capienza, anche perché a Napoli, nel 1836, c’era stata una spaventosa epidemia di colera, e i profondi antri tufacei avevano assicurato l’isolamento assoluto dei corpi da cui si sviluppava il contagio. Successivamente, sul finire del XIX secolo, queste gallerie, a seguito di violenti e prolungati temporali, furono inondate da una imponente quantità d’acqua che trascinò e sparse all’aperto un gran numero di resti mortali. Gli abitanti del rione non osavano uscire dalle proprie abitazioni per non subire l’umiliazione di doversi fare spazio tra gli ossami e di dover riconoscere tra essi i corpi di qualche loro caro, finché le autorità cittadine non affidarono ai salmatari il compito di riportare le salme e tutti gli altri resti all’interno della cava. Fu allora che per la prima volta si impose una razionale sistemazione delle spoglie che vi sono conservate. Opera questa che fu portata a compimento dalla pietà popolare e dalle maestranze del rione, e che diede al cimitero l’attuale assetto; un risultato che si poté ottenere mediante l’impiego di nutriti gruppi di lavoro costituiti da volontari e per lo più da popolane devote, che da allora sono chiamate &#8221; &#8216;e Mmaste’ (le Mastre). Le innumerevoli spoglie mortali furono così disposte nei vasti spazi e a ridosso delle pareti tufacee dell&#8217;antro dei Gerolomini, seguendo schemi e raggruppamenti precisi, come ricorda una lapide marmorea collocata all’esterno della chiesa di Maria Santissima del Carmine, eretta alla fine dell’Ottocento dinanzi all’ingresso dell’ossario in segno di ossequio per tutti coloro che, rimasti senza nome, morirono nel corso di epidemie, carestie, rivolte, o per povertà, o all’interno di luoghi di reclusione, e le cui spoglie sono classificate come &#8220;resti anonimi&#8221;. Da allora numerosi sono stati gli interventi di riordino e sistemazione del sacrario da parte dell’amministrazione cittadina, ai quali si sono via via aggiunti interventi per il contenimento delle pareti tufacee, soggette a fratturazione e sgretolamento.</p>
<p>Fu alla fine dell’Ottocento, con padre Gaetano Barbati, canonico di Santa Maria di Materdei, che cominciò a trovare un forte incremento il culto delle anime purganti soggette ad una &#8220;espiazione fiduciosa della luce&#8221;; culto che assunse carattere profondo e che condusse ad un rafforzamento della pratica quotidiana del colloquio tra i vivi e i morti.</p>
<p>Coadiuvato dal popolo e dalle Mastre, don Barbati si occupò della definitiva sistemazione dei resti mortali all’interno del sacrario, i quali rimangono ad oggi tutti anonimi, fatta eccezione per due salme, quella di Filippo Carafa, Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, secondogenito di Carlo e di Carlotta Colonna di Stigliano, nato a Cerreto del Sannio nel 1709 e morto a ottantaquattro anni a Napoli, il 17 luglio 1793, e quella di donna Margherita Petrucci, nata Azzoni, suocera di Diomede Carafa marchese d’Arienzo, morta all&#8217;età di cinquataquattro anni, il 5 novembre del 1795. Entrambi i corpi, distesi nelle loro casse con ancora addosso le loro vesti originali e protetti da teche di vetro, trovano posto nella navata dei preti. Quello di Margherita Petrucci, conservatosi in stato di mummificazione naturale, con la bocca spalancata, ha alimentato la diceria popolare secondo cui la nobildonna morì prematuramente mentre mangiava, soffocata da un boccone andatale di traverso, da cui l&#8217;appellativo di &#8220;donna Margherita affogata dallo gnocco&#8221;. Con questa tarda leggenda, il sentimento popolare ha inteso porre ironicamente in risalto l&#8217;insegnamento più significativo offerto dalla presenza delle due nobili salme nell&#8217;ossario delle Fontanelle, e cioè che i più poveri concludono la propria vita su questa terra avendo conosciuto un&#8217;esistenza misera e stentata, segnata da ogni sorta di malattie e dalla fame, mentre i ricchi muoiono in buona salute e mangiando; ma poiché alla fine tutto si livella, non trovano giustificazione in vita tante differenze e sottigliezze, e sopra ogni cosa l&#8217;arroganza e la cattiveria.</p>
<p>Nell’opera di riordino delle Fontanelle, i resti provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe furono sistemati nella cavità che si apre sulla sinistra dell&#8217;attuale ingresso, quella retrostante alla chiesa di Maria Ss. del Carmine, che prese il nome di &#8220;navata dei preti&#8221;; i resti di coloro che morirono di peste trovarono sistemazione nella cavità centrale, che fu perciò chiamata &#8220;navata degli appestati&#8221;, mentre quelli della gente povera furono collocati nella navata di destra, detta &#8220;dei pezzentelli&#8221;. Essendo impossibile il più delle volte ricomporre i corpi, la disposizione dei resti seguì un ordine prestabilito, secondo la tipologia delle ossa, le più grosse delle quali venivano raggruppate in ammassi geometricamente sagomati, formati da strati di tibie, di femori, di costole, di bacini e così via, con i crani ordinatamente allineati nella parte più alta dei cumuli, come prescriveva la tecnica conservativa in uso negli ossari delle chiese e dei monasteri medievali.</p>
<p>Per molto tempo ci si è chiesti come potessero essere finite nell&#8217;ossario delle Fontanelle, destinato ad accogliere spoglie mortali senza nome, i corpi di personaggi di così alto lignaggio, quali quelli di Filippo Carafa e di donna Margherita Petrucci, che appartennero a casati di principi di primissimo piano, con dinastie di duchi, marchesi, conti, visconti e baroni lustrate da schiere di cardinali e vescovi, e perfino dalla figura di un papa (quale fu Givan Pietro Carafa, salito al soglio pontificio nel 1555, all&#8217;età di 79 anni, col nome di Paolo IV). Come è dunque potuto accadere che questi corpi siano venuti a trovarsi alle Fontanelle, visto che un nome ce l&#8217;hanno, e che le famiglie cui appartennero, feudatarie al loro tempo di enormi latifondi, possedevano cappelle gentilizie in centinaia di città sottoposte alla loro signoria e in quasi tutte le principali chiese napoletane. Stando ai documenti storici, le salme dei due aristocratici trovarono sistemazione presso le Fontanelle verso la fine degli anni Sessanta del Novecento, nel corso della vasta opera di svuotamento degli ipogei delle chiese napoletane dei resti umani in esse ancora presenti e accumulatisi nei tempi successivi all&#8217;Editto di Saint Cloud del 1804. Durante tali lavori, le spoglie dei defunti ancora identificabili e appartenenti a famiglie esistenti, conservate nei sepolcreti ecclesiastici ad uso delle confraternite, vennero trasferite negli ossari e nei colombari che queste avevano nei cimiteri cittadini, mentre tutti gli altri resti furono convogliati alle Fontanelle. Tale sorte ebbero anche le spoglie di Filippo Carafa e di donna Margherita Petrucci che, provenienti dalla chiesa di Santa Maria Ognibene dei Sette Dolori a Montecalvario, dove si trovava la loro cappella familiare, trovarono riparo nell&#8217;antro dei Gerolomini. Tale sistemazione doveva avere carattere provvisorio, in attesa che fosse portato a compimento il colossale programma di restauro delle cappelle gentilizie di interesse storico e monumentale all&#8217;interno delle chiese della città. Tuttavia, simili programmi di riqualificazione del patrimonio artistico e architettonico richiedono sempre, come si può immaginare, e soprattutto in una città complessa come Napoli, ingenti investimenti e tempi calcolabili in decenni. Di conseguenza, le salme dei due aristocratici rimasero &#8220;dimenticate&#8221; alle Fontanelle. In principio le due bare, recanti iscrizioni e gli stemmi nobiliari dei Carafa della Stadera e degli Stigliano, furono poggiate senza alcun risalto tra altri cassoni traboccanti di resti mortali immediatamente alla sinistra dell’attuale ingresso dell&#8217;ossario. Successivamente, negli ultimi del Novecento, durante una nuova serie di interventi di risanamento del sito, esse vennero spostate dall&#8217;amministrazione comunale nella navata dei preti, chiuse in teche di cristallo e sistemate tra l&#8217;altare e il Cristo deposto della cappellina interna al sacrario, dove tutt&#8217;oggi si trovano. Questa collocazione è certamente più rispettosa del rango dei due aristocratici e sembra in certo qual modo ricalcare l&#8217;originaria disposizione che i due corpi dovevano avere all&#8217;interno della loro cappella familiare, nel succorpo della bella chiesa di Santa Maria Ognibene dei Sette Dolori, che ancora oggi domina Spaccanapoli dalle pendici di Montecalvario.</p>
<p>Nel marzo del 1872, padre Barbati, promotore e fondatore, unitamente al card. Sisto Riario Sforza, dell’Opera pia per il suffragio delle anime in pena, ricevette dal Municipio le chiavi del cimitero delle Fontanelle dove, nello spazio più antico della cava, sgombrato all’uopo degli ossami, fu istituita una cappella per i riti di pietà religiosa e le celebrazioni di conforto e suffragio a &#8220;refrisco&#8221; (a refrigerio) delle anime dei defunti dell’ossario. Successivamente la cappella fu affiancata dalla già citata chiesa di Maria SS. del Carmine, dalla quale si scende nell’ossario passando per la grotta di Lourdes, dove sono collocate le effigi dell’Immacolata e di Bernardette. Di qui si passa alla cappella del Cristo morto, con un grande altare in marmo e il presepe con le figure di Maria e Giuseppe a grandezza naturale. Segue la cappella dedicata a don Barbati, dov’è collocata la statua del canonico, sotto la quale è posta una bara con i resti di due corpi strettamente uniti, detti &#8221; ‘e Spuse&#8221; (gli Sposi), la cui storia è legata alla leggenda del teschio del Capitano.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>IL CULTO DELLE “ANIME PEZZENTELLE”</p>
<p>Obeunt noctesque diesque astraque,<br />
nec solidis prodest sua machina terris.<br />
Nam populus mortale genus, plebisque caducae<br />
quis fleat interitus? Hos bella, hos aequora poscunt;<br />
his amor exitio, furor his et saeva cupido,<br />
ut sileam morbos; hos ora rigentia Brumae,<br />
illos implacido letalis Sirius igni,<br />
hos manet imbrifero pallens Autumnus hiatu.<br />
Quicquid init ortus, finem timet. Ibimus omnes,<br />
ibimus: immensis urnam quatit Aeacus umbris.</p>
<p>(Publius Papinius Statius, <em>Silvae</em>, II,I,210-219)</p>
<p>.</p>
<p>Passano le notti, e i giorni, e gli astri,</p>
<p>e alla solida terra non giova il suo congegno.</p>
<p>E poiché mortale è il genere umano, come potrebbe</p>
<p>una massa di gente caduca</p>
<p>piangere chi è morto?</p>
<p>Alcuni sono annientati dalle guerre, altri dai mari;</p>
<p>per certuni è fatale l&#8217;amore, per altri il furore o una feroce passione,</p>
<p>per non dire dei mali.</p>
<p>Le gelide fauci della Bruma aspettano alcuni;</p>
<p>altri ne aspetta il mortifero Sirio dall&#8217;implacabile fiamma,</p>
<p>ed altri ancora il piovoso autunno con la sua svigorente avidità.</p>
<p>Soggetto a morte è tutto ciò che inizia a nascere.</p>
<p>Andremo, andremo via tutti.</p>
<p>Eaco scuote l&#8217;urna per un numero infinito di ombre.</p>
<p>.</p>
<p>(Publio Papinio Stazio, <em>Le Selve</em>, II,I,210-219)</p>
<p>.</p>
<p>Gli ultimi grandi sacrari del “Culto popolare dei morti” sono a Napoli la barocca chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali, a Spaccanapoli; la basilica di San Pietro ad Aram, luogo di conservazione dell’Ara Petri (la pietra marmorea dell’altare su cui san Pietro celebrò messa e battezzò Santa Candida e Sant’Aspreno durante il suo soggiorno a Napoli), il cui accesso è da Corso Umbero I; e il Cimitero delle Fontanelle, nel Vallone dei Gerolomini. Quest’ultimo sito continuò ad essere frequentato per molti anni, nonostante i divieti della curia, che nel 1969 proibì ai fedeli di persistere in espressioni di pietas non propriamente allineate alla pratica religiosa riconosciuta dalla Chiesa e dalla tradizione, in quanto troppo spesso tendenti a sfociare in comportamenti superstiziosi di tipo feticistico e in pratiche e credenze fuorvianti. L’intervento della Chiesa, nella persona dell’arcivescovo di Napoli card. Corrado Ursi, che dispose l’interdizione del luogo ai fedeli, trovava la sua giustificazione nel fatto che non era infrequente che defunti senza nome assurgessero al rango di spiriti protettori o alla dignità di santi di un culto profano, e ciò soltanto perché tali anime sembravano rispondere con &#8220;favori&#8221; alle preghiere spese in loro suffragio da parte di affezionati devoti. Costoro solevano infatti legare a sé i defunti delle Fontanelle in una sorta di adozione a distanza, e curarli alla stregua di parenti stretti, ma con fini che sovente andavano discostandosi dal corretto sentimento religioso che la Chiesa costantemente indica. In questo luogo si venivano a reclamare alle anime pezzentelle benefici ben più pratici e ordinari di quelli che si possono chiedere ad un santo canonizzato dalla fede e dalla tradizione cristiana. Il popolo si era così creato i suoi protettori in cielo per qualsivoglia evenienza, non soltanto per quelle esigenze che concernevano la salute del corpo, la guarigione dalle infermità e la salvezza dell’anima, bensì anche per quelle necessità che riguardavano aspetti ben più materiali e pratici della vita. Si chiedeva alle anime del purgatorio di fornire in sogno consigli, vaticini, pronostici, auspici, soprattutto in relazione ad attività economiche, a relazioni sentimentali (fidanzamenti, matrimoni), a rapporti di vita con i familiari (suocere, suoceri, nuore, generi, figli, nipoti) e, naturalmente, numeri che assicurassero una vincita al gioco del lotto. Insomma, si impetravano favori che necessitavano di un potente intervento da parte della sfera soprannaturale. Per questo, come si dice, i napoletani sogliono ancora oggi avere, oltre che numerosi amici e molte conoscenze tra i vivi in ogni settore delle attività umane, almeno un santo in paradiso, un santino in purgatorio e, poiché i casi della vita sono strani e vari, qualche conoscenza ben introdotta anche all’inferno. Va tuttavia sottolineato che il Culto delle Anime Pezzentelle praticato a Napoli non è un culto particolare rivolto esclusivamente alle anime dei poverelli, bensì una forma di ossequio e di attenzione compassionevole che si rivolge alle anime dei defunti sconosciuti e dimenticati, e in particolar modo alle anime del Purgatorio, le quali invocano dall&#8217;aldilà, secondo la tradizione, che siano ricordate nelle preghiere.</p>
<p>L&#8217;Ossario delle Fontanelle, interamente scavato nella massa tufacea della collina di Materdei con la secolare attività di estrazione del tufo giallo, utilizzato come pregiato materiale da costruzione fin dal XVI secolo, si estende su una superficie di circa 5000 mq per una lunghezza di 100 metri e un’altezza di 13, ed è complessivamente ripartito in tre grandi cavità, dette navate, situate alle spalle dell&#8217;ottocentesca chiesa di Maria Santissima del Carmine. In tali enormi sale sono conservati all&#8217;incirca 40.000 teschi e circa otto milioni di altre ossa, ma si ritiene che sotto l&#8217;attuale piano di calpestio si trovino stipate montagne di resti per almeno altri quattro metri di profondità. Tuttavia, l’aspetto che maggiormente attira l’attenzione dei visitatori del grande ossario, oltre alla impressionante quantità di resti mortali, è la grande quantità di edicole in marmo, commissionate dai devoti ad artigiani specializzati in quest&#8217;arte e talvolta realizzate dagli stessi popolani per dare una sistemazione ai teschi miracolosi e distinguerli dagli altri ammonticchiati negli spazi e lungo le pareti del profondo antro del Vallone dei Gerolomini. Chi non poteva permettersi teche di marmo o scarabattoli di legno di qualche pretesa, usava per la testa del defunto adottato cassettine di legno a buon mercato o edicolette ricavate da scatole di biscotti in lamina di latta e arricchite con cuscini, pizzi, merletti e ornamenti di vario genere, ma non era raro che il devoto usasse, per distinguere il teschio del proprio genio tutelare, una semplice ‘scolla’, cioè una fascia, la quale veniva avvolta intorno alla fronte o annodata sul cocuzzolo della reliquia, onde evitare che la mandibola o qualche altro pezzo si staccasse dal tutto tenuto in tal modo insieme. A corredo funebre, &#8216;a capuzzella, ossia il teschio, veniva incorniciata di fiori, corone, lumini e santini, e quasi sempre i devoti piegavano dei bigliettini o dei cartoncini colorati recanti preghiere contenenti messaggi di richiesta o di ringraziamento, i quali venivano poi imbucati all’interno della “cap’e morte” (della testa di morto). Il cranio del morto faceva così da cassetta postale per quei desiderata che via via venivano a riempirne il volume, un tempo destinato ad accogliere il più rappresentativo degli organi umani ed ora pronto a ricevere missive personalissime da essere recapitate a un destinatario residente nell’aldilà. Vale a dire all&#8217;ex proprietario di quella testa. In tale pratica era di estrema importanza il momento dell’avvicinamento del vivo ai resti di uno sconosciuto defunto. Era infatti quest’ultimo a scegliersi la persona che lo avrebbe poi accudito &#8220;materialmente&#8221; sulla terra e che avrebbe per lui interceduto con preghiere presso il Padreterno e i Santi del Paradiso. Di solito, chi si metteva in cerca di un’anima pezzentella da accudire, cioè di un&#8217;anima del Purgatorio, si addentrava da solo, al crepuscolo serale o nel silenzio della notte, nel tetro antro delle Fontanelle, per aggirarsi al suo interno nel buio appena rischiarato dal fievole bagliore di un lumino adagiato ad una certa distanza per terra, nell’attesa che, tra sinistre presenze innaturali, ma anche naturali, un teschio in mezzo ai tanti ammonticchiati desse un segno che richiamasse la sua attenzione. Di regola il segno consisteva in un lucore in un punto buio della profonda caverna. Il teschio, per farsi riconoscere, iniziava infatti a farsi più chiaro tra la massa informe delle ossa circostanti, fino ad illuminarsi visibilmente di una luce tenue e soffusa, ma a volte anche molto vivida. Naturalmente, il segnale poteva anche provenire dal teschio di un’anima abietta, per cui il visitatore poteva scegliere se accordare o no al richiedente la sua amicizia, secondo l’impressione ricevuta sul momento. L’attenzione doveva essere massima, anche perché il luogo era popolato di presenze, e non era da escludere che ci si potesse imbattere nella ‘Signora vestita di nero’ e di vederla in faccia: l’incontro peggiore che si potesse fare in quel luogo, perché era diffusa convinzione che la Signora non fosse adusa a scendere a patti con nessuno. Una volta stabilito nei dettagli l’accordo di mutua assistenza, il vivo e il morto rimanevano legati indissolubilmente l’uno all’altro, salvo poi ricorrere a sacre pratiche di scioglimento del vincolo e ad esorcismi, in caso di insane intese. Naturalmente, la via di comunicazione tra il vivo e il morto era il sogno. Con la sottoscrizione del contratto, che avveniva verbalmente, ma anche lasciando un pegno, il morto si impegnava da parte sua ad assistere dall’aldilà, secondo le sue possibilità, il vivo, esaudendone le richieste, le quali dovevano comunque rientrare in un certo ambito di ragionevolezza e di fattibilità per il defunto, pur potendo questi intercedere presso i Destini e le Forze del caso. Il vivo, invece, diveniva un familiare del defunto, un parente, e in tale veste si obbligava ad intercedere in suo favore presso i Santi del Paradiso con preghiere, penitenze e pellegrinaggi nei luoghi consacrati dalla tradizione religiosa, nonché a portare di quando in quando del cibo da essere consumato dall’anima espiante, affinché questa, avendo contatto con i sapori della terra, non se ne allontanasse, rompendo il patto col suo socio vivente. Costituiva anche clausola del patto per il promittente terreno, l’impegno di pulire, rassettare e adornare le spoglie mortali del defunto, rimasto orfano di parenti viventi che si ricordassero di lui e che provvedessero a tale ufficio. Naturalmente, i modi di far fronte agli obblighi assunti da entrambe le parti erano lasciati al senso di convenienza e all’inventiva sia del morto che del vivo, sicché nulla veniva tolto alla spontaneità, al temperamento e all’originalità di ciascuno dei due soci. Per questo non c’è da farsi meraviglia se gli ornamenti possono apparire al visitatore odierno delle Fontanelle disposti  in modo inusuale rispetto a quelli di un comune cimitero, conformandosi a gusti personalissimi e perfino a canoni stilistici che hanno trovato una certa diffusione tra i frequentatori di questo luogo. Per esempio, tra i tanti teschi curati e abbelliti dai devoti, se ne trovano alcuni con corone di fiori di carta o di stoffa adagiate graziosamente intorno ai parietali del defunto venerato; altri crani mostrano ciuffi di fiorellini che sbucano dalle orbite profonde e dai fori auricolari, utilizzati come portafiori; altri crani sono passati a cera e appaiono così bene lucidati da dare l’impressione che la spoglia abbia ricevuto le cure scrupolose della mano di un’estetista di professione o che sia appena tornata da un centro di benessere di un esotico luogo di villeggiatura. Grossi crani dolicocefali dall’espressione dura e arcigna, i quali devono essere appartenuti ai marinai della ciurma arruolata su qualche galea della flotta napoletana, con fluenti chiome di fiorellini variopinti, collanine di vetro adagiate sotto il mento e orecchini di finta perla vicino al buco degli orecchi; teste assorte di pensatori con un bouché di fiori di prato a formare una incipiente calvizie di tipo socratico; simpatiche vecchine sdentate, ma riccamente ingioiellate, intente in un irriverente pettegolezzo d’altri tempi; zitellucce cianciose che aspettano ancora un appassionato innamorato che rechi loro un mazzo di rose purpuree in omaggio alla loro voluttuosa avvenenza; mendicanti adorni di coroncine e figurine di santini che ancora sembrano chiedere l’elemosina al passante sbigottito; teste di sagrestani, preti, fraticelli e anche di qualche alto prelato con le scarne bocche spalancate, che sembrano pronte ad intonare un solenne inno sacro in una formidabile assonanza di voci.</p>
<p>Ogni ornamento non doveva comunque intaccare o sporcare la reliquia, per cui era regola che fossero usati soltanto fiori di panno, di carta o di plastica, o di altro materiale non dannoso per la spoglia mortale. Questa disposizione degli ornamenti trova la sua ragione nel fatto che tutto doveva stare addosso alla reliquia o vicinissima ad essa nella teca, non potendo essa godere di un avello o di una nicchia più capiente. Mancano infatti nell’ossario loculi e arcosoli riservati al culto familiare e strettamente privato.<br />
Moltissime nell&#8217;ossario anche le foto, soprattutto di soldati, ma anche di fanciulli, affidate alla custodia delle mistiche ‘presenze poverelle’ del luogo.<br />
Tra le tante personificazioni che la fantasia popolare ha creato in secoli di dimestichezza con le presenze di questo ambientino così esclusivo e con tanta disinvoltura frequentato dal popolo, sono da menzionare la figura di Lucia, una giovinetta morta mentre fervevano i preparativi del suo matrimonio; quella del ‘Monaco, chiamato anche ‘a capa &#8216;e Pascale’ (la testa di Pasquale); il ‘Capitano,  figura emblematica delle Fontanelle, come anche quella di donna Cuncetta, nota come  ‘a capa ca cola surore (la testa che gronda sudore). A tutte si assegnava il potere di fornire numeri sicuramente vincenti al gioco del lotto, naturalmente offerti nel linguaggio della cabala napoletana, la cui interpretazione era affidata alla consultazione, da parte di persone esperte, del libro dei sogni, la cosiddetta ‘smorfia’.</p>
<p>Un’attenzione particolare era riservata alle anime dei bambini, come quella di Pasqualino, detto ‘o’ Piccerillo’, intorno alle quali erano diffusi numerosi racconti permeati di tenerezza e di benevolenza. Ma le meraviglie del sacrario sono tante, e il visitatore non può mai dirsi al sicuro finché non si porta all&#8217;esterno di questo antro infestato di spettri d&#8217;ogni epoca, condizione e nazione. Non è improbabile, inoltre, che possa venirsi a trovare faccia a faccia col ‘Monacone’, l’alta e inquietante figura di san Vincenzo Ferreri (in valenciano Vicent Ferrer, in napoletano Vicienze Ferrere, alias, &#8216;o Munacone) , domenicano spagnolo dell’Ordine dei Predicatori,  nato a Valencia il 23 gennaio 1350. Il dotto frate visse al tempo dello scisma d’Occidente, ed è noto come il maestro che girò l’Europa occidentale a dorso di un somarello vaticinando la venuta dell’Anticristo, anche se, in verità, si preferisce ricordarlo in qualità di santo taumaturgo. Morì a Vannes, in Bretagna, il 5 aprile 1419, e fu sepolto nella cattedrale di quella città. Nel suo processo di canonizzazione gli furono attribuiti 873 miracoli, ma il prodigio che i Napoletani più preferiscono ricordare, e che più si addice a questo luogo, che fu un tempo una cava di tufo, è quello riguardante il salvataggio di un muratore che stava cadendo da un andito. Il fatto strepitoso è però che Vincenzo, osservatissimo della regola dell’Ordine e delle disposizioni dei superiori, per eseguire il miracolo rimase in attesa del consenso del suo priore, sicché trattenne il povero giovane sospeso a mezz’aria per tutto il tempo che ci volle a decidere. Si era al tempo dello Scisma d&#8217;Occidente, come detto, la Chiesa romana era in subbuglio, Vincenzo Ferrer era sostenitore del papato avignonese, l&#8217;operaio era di origine greca, così ci vollero parecchi giorni prima che quest&#8217;ultimo potesse toccare terra incolume e reggersi sulle sue gambe. In verità, il giovanotto fu davvero fortunato, non solo per essere stato beneficiato da quel miracolo che gli salvò la vita, ma anche perché, per come si erano messe le cose tra il papato romano e avignonese, aveva seriamente rischiato di rimanere sospeso in aria per tutto il tempo del Concilio di Pisa, protrattosi per gran parte dell&#8217;anno 1409 . La statua è oggi priva della testa, e l&#8217;alta figura del santo si erge sul suo piedistallo sinistramente decapitata. Tuttavia una mano compassionevole, per una certa esigenza estetica di completezza reclamata dall’occhio, ha voluto collocare su quel collo mozzo, al posto della bellae rotonda  testa che appartenne al santo predicatore, un rasserenante teschio posticcio, scelto fra i meglio conservati della collezione dell’ossario. La mancina figura è raggiunta di giorno da un fascio di luce naturale che arditamente penetra dall’esterno facendola risaltare improvvisamente dal buio, a seconda dell&#8217;orientamento del sole (roba da farti prendere uno schianto!), e donandole quel po’ di meritato smalto che, a dire il vero, sembra perfettamente intonarsi all’aria allegra e festaiola del luogo. La faccia del Monacone appare così schietta e ridente davanti al visitatore quando questi meno se lo aspetta. È comunque voce comune tra i popolani che il fenomeno si ripeta in modo ancora più suggestivo anche nelle notti di luna. Non è perciò difficile immaginarsi come san Vincenzo si presenti al plenilunio, avvolto nella naturale nebbiolina che esala dal suolo di questo incantevole luogo di soggiorno e cura delle anime del purgatorio. Avrebbe mai potuto immaginare il povero Vincenzo Ferrer che sarebbe stato così appassionatamente venerato a tanta distanza dalla città dove è sepolto? Avrebbe mai potuto immaginare il Santo protettore degli operai edili, lui che fu il confessore personale di papa Benedetto XIII, lui che sostenne Ferdinando I d’Aragona detto il Giusto come successore al trono di Martino I d’Aragona, lui che nel Concilio di Costanza si batté per la fine dello scisma e che riconobbe l’elezione al soglio pontificio di Martino V Colonna, se lo sarebbe mai aspettato il povero Vincenzo Ferrer che a Napoli sarebbe divenuto così famoso e benvoluto per via dei suoi 873 miracoli (che poi sono solo quelli ufficialmente riconosciutigli dalla Chiesa romana)? Se lo sarebbe mai immaginato il Monacone che i napoletani gli avrebbero assegnato un posto di tanto rilievo e così confortante nel tetro ossario delle Fontanelle?</p>
<p>Ad ogni modo, qualsiasi cosa si voglia pensare, le pratiche e le credenze legate alle Fontanelle, le quali appaiono oggi lontanissime nel tempo e spesso incomprensibili, furono autentiche, anche se potrebbero essere giudicate con superficialità, e come non del tutto riverenti verso i defunti, ossia orientate più alla spettacolarità che non ad una religiosità sentita. È vero nondimeno esattamente il contrario, perché i comportamenti che abbiamo visto non sono altro, in definitiva, che un modo di riportare i defunti nella realtà dei viventi al fine di prolungarne la vita e la memoria, e renderli in tal modo ancora partecipi e finanche protagonisti di un’esistenza che nelle epoche passate procedeva parallela a quella che si svolgeva nella realtà ordinaria. Ciò nondimeno, bisogna anche dire che gli interventi della Chiesa, finalizzati a  porre un argine alla superstizione, sono stati opportuni. La risoluzione della curia napoletana trova giustificazione anche nel fatto che l’amministrazione cittadina non assicurava la dovuta cura del luogo, il quale si presentava staticamente pericoloso per mancanza di interventi manutentivi, nonché igienicamente poco adatto alla frequentazione del pubblico per la totale assenza di una adeguata sorveglianza igienico-sanitaria. Il sito, rimasto così per molti anni chiuso al pubblico e abbandonato, dopo il 2002 è stato messo in sicurezza e riordinato per interessamento dell’amministrazione comunale, che ha provveduto, dietro sollecitazione degli abitanti del Rione, ad aprirlo alla frequentazione del pubblico per pochi giorni all’anno. Successivamente, pacifiche rimostranze degli abitanti del Rione Sanità e numerose critiche da parte di associazioni religiose, di storici, di operatori turistici e di ambientalisti, hanno spinto l’Amministrazione Comunale a rendere il luogo visitabile previa richiesta presso un apposito sportello.</p>
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<p>ANEDDOTI</p>
<p>Il Popolo napoletano è famoso nel mondo per la sua fede tenace e per le sue colorite credenze, le quali sono indissolubilmente legate a luoghi e ad avvenimenti considerati miracolosi e carichi di mistero, e che affondano le loro ragioni nella notte dei tempi. Qui se ne menzionano alcuni tra i più noti legati al Cimitero delle Fontanelle e ancora oggi conosciuti tra gli odierni abitanti di questa città.</p>
<p>La leggenda del Capitano – Una teca in particolare viene indicata come quella contenente il teschio di un defunto chiamato &#8216;o Capitano (il Capitano), che a differenza degli altri crani ammonticchiati nel vasto ossario, si dice che riluca, e che non sarebbe mai ricoperta dalla polvere, e questo perché, in presenza del devoto raccolto in preghiera davanti alla sua figura (davvero poco rassicurante, si creda!), si vuole porre fede nel fatto che la provvidenza operi in modo tale che quando il segno della grazia viene ad essere positivo, dal cranio effonda una vivida luce spettrale, mentre se il responso assume carattere negativo, lo stesso cranio divenga opaco, facendosi più scuro e tetro, e ricoprendosi anche di polvere. Ma naturalmente, simili esperimenti non sono da farsi mai a cuor leggero.</p>
<p>La leggenda di Donna Concetta – Un’altra leggenda, legata sempre alla luce proveniente dai teschi, narra che una popolana molto conosciuta nel quartiere, certa Donna Concetta, desiderando ardentemente una gravidanza che la rendesse una donna realizzata, meditò di recarsi alle Fontanelle per chiedere a un’anima del purgatorio la grazia. Donna Concetta si recò dunque al sacrario del rione per invocare il soccorso di cui necessitava, e dopo aver recitato varie preghiere dinanzi ad un teschio senza nome, si accostò ad esso e lo accarezzò delicatamente per assicurarsi che l’anima del morto avesse accolto la sua richiesta. Il teschio si illuminò e Donna Concetta rimase incinta. Dopo nove mesi diede alla luce il figlio a lungo desiderato, un bimbo sano e vivace che riempì il cuore di gioia a lei e al suo coniuge. Subito dopo il parto, appena poté rimettersi in piedi, ella si diresse correndo presso il teschio per ringraziare l’anima del defunto della grazia ricevuta, e giunta lì, notò che il cranio, per farsi riconoscere, prese a emanare una forte luce, mentre gli altri teschi lì intorno rimanevano opachi e ricoperti di polvere. Donna Concetta adottò il teschio e divenne una fervente devota dell’ignoto defunto, la cui anima le era venuta in soccorso dal suo lontano luogo di espiazione.</p>
<p>I teschi che sudano – Il seguente aneddoto mette in evidenza come un comunissimo fenomeno fisico abbia assunto connotazioni particolari per i popolani che solevano chiedere favori ai defunti rinchiusi nel sacrario delle Fontanelle.</p>
<p>Si narra che una volta alcune persone, per chiedere dei favori  alle anime del Purgatorio, accendessero un gran numero di candele in quell’ambiente tenebroso delle Fontanelle, al fine di illuminare l’oscuro antro tufaceo in cui si erano riunite e prepararsi così a recitare senza timore le loro preghiere dinanzi ai teschi miracolosi dei loro favoriti. Mentre questi devoti pregavano, alcuni di essi notarono che, improvvisamente, le occhiute teste dei morti si erano imperlate di goccioline di sudore, cosa che essi attribuirono senz’altro a un segno dell’aldilà, e soprattutto al fatto che le anime del purgatorio ascoltavano e accoglievano le loro ferventi richieste. La cosa, comunque, suscitò lo stupore di tutti e produsse una profonda impressione in quell’ambinete lugubre e pieno di misteriose presenze, e così si gridò al miracolo. L’eco dell’evento durò moltissimo tempo, fino a quando, con l’avvento dell’energia elettrica, della radio, della televisione e col capillarizzarsi dell’istruzione pubblica, anche i popolani più retrivi non si convinsero che quelle goccioline, credute un tempo una sorta di sudore sacro, non erano altro che condensa, la quale si formava sui lisci teschi a seguito dell’accensione di numerose candele nell’ambiente fresco-umido di quelle buie caverne. Nonostante ciò, il sentimento mistico non si spense, e benché la credenza popolare nel fenomeno non fu più quella di una volta, la vicenda conferì un rilievo particolare ad un fatto che oggi sappiamo normale e del tutto comune, trasformando così in un simpatico aneddoto un episodio antico che sarebbe andato sicuramente dimenticato, e che invece, diversamente da quanto oggigiorno accade per avvenimenti anche di grande rilevanza o gravità, rimane ben vivo nella memoria popolare.</p>
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<p>DA UN’INTERVISTA AD UNA POPOLANA<br />
Nella versione di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>«Avita sapé c’abbascio &#8216;e Funtanelle se scenne cu o core mmano e a feda. Chi ‘nquieta ll’anneme d’o Priatorio passa guaje nire! Pinsate ca duje ‘nnammurate, primm’e se spusà, jettene addint’o Campusanto re Funtanelle, e agguanno se truvajeno annanze a lo’ schelletro do Capitano, ‘o giuvinotto, pe’ fa ‘o sbruffunciello annanza alla ‘nnammurata soja, dicette: “A chistu cà, o’ vvì, l’invitammo ‘o spusalizio nuosto», e ditto chesto, se schiattajen a’ ri resate tutt’e dduje. ‘O juorno d’o spusalizio venette: tutte li cunvitate magnaveno e vevéveno dint’alla tratturia, agguann’ all’intrasatta s’appresentaje nu signore ajaveto, distinto, cu na faccia scura, tutto vestuto &#8216;e janco: pareva nu capitano ‘e mare, ma nisciuno lo canusceva, nisciun sapeva addicere chi maje fussa chistu cunvitate. Chist&#8217;ommo era cumparuto sotto all’arco re la porta all’impruviso, e senza se guardare attuorno s’era fatt’ annanze, aveva travirsato risuluto la sala della tratturia et era agghiuto reritto reritto annanze alli spuse comme pe ri li salutà. O’ sposo, verennese annanze sta sagoma e’ ommo, le dicette: «E tu chi si&#8217;, me pare ca nun te canosco!». La ficura allora arrispunnette: «Nu me canosci? Ah, jamme bbuone! Ma comme, già te sie ascurdate?». O’ giovene arrummanette perpliesso, ma pe’ quanno se sprimmesse le cirvella, nun s’arricurdava dove a chill’ommo l’avissa pututa canoscere. Alliora ‘o signore vestuto e’ janco, cu ll’uocchie ‘ncavate e na faccia senza sprissione, dicette: «Dduje mise fa, rint’ alli Funtanelle, fuje ra te ‘nvitato allu matrimmonio tuojo, t’arricuorde? ‘Nce steva pure la ‘nnammurata toja! Me facisteve chella resata ‘nfaccia, t’arricuorde?». A chesti parole, lo scanasciuto s’araprette nu poco la cammisa re lu vistito janco, pe’ fa vere&#8217; comma steva cumbinat’ ra sotta. &#8216;O sposo, verenne chella ca ‘nce steva ra sotta all’abbeto re lo scanasciuto, l’ascettene ll’uocchia a’ fora, le pigliaje na mossa, se facette rapprimma russe &#8216;nfaccia e appoje janco comm’a neve, e ddint’a chillu stesso mumiento o vvi’, se schiantaje ‘nterra sticchito ch’era muorto. Se facett’a folla ‘ntuorno. Ll’ommo vestut&#8217;e janco scumparette cu na resatella ra fare raggilare ‘o sanghe rit’e vene. Fuje accussì ca ‘o sposo passaje ra fistiggiato a cumpianto, ammenta ‘a sposa, abbandunato subbeto ‘o vistito janco pe’ llu nire, facette ‘a chillu juorno na faccia ‘mpesa ca nun ve rico, e nun rerette cchiù. Pe’ chesta rice lu ritto ca rire bbuono chi rire p’urdeme.</p>
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<p>TRADUZIONE DALLA LINGUA NAPOLETANA ALL’ITALIANO</p>
<p>Dovete sapere che giù alle Fontanelle si scende col cuore in mano e con la fede. Chi molesta le anime del Purgatorio passa guai neri! Pensate che due fidanzati, prima di sposarsi, andarono al Camposanto delle Fontanelle, e quando si trovarono davanti allo scheletro del Capitano, il giovanotto, per fare lo sbruffone davanti alla sua ragazza, disse: “A questo qua, lo vedi, lo invitiamo al nostro matrimonio, e detto questo, scoppiarono entrambi a ridere. Il giorno dello sposalizio giunse: tutti i convitati mangiavano e bevevano nella trattoria, quando all’improvviso si presentò un signore alto, distinto, con una faccia scura, tutto vestito di bianco: sembrava un capitano di mare, ma nessuno lo conosceva, nessuno sapeva dire chi mai fosse. Costui era apparso improvvisamente sull’uscio della porta d’ingresso e, senza guardarsi intorno, si era fatto avanti, aveva attraversato risoluto la sala della trattoria ed era andato diritto diritto davanti agli sposi come per salutarli. Lo sposo, vedendosi davanti questa figura d’uomo, gli disse: “E tu chi sei, non mi sembra di conoscerti!». La figura allora rispose: “Non mi conosci? Ah, andiamo bene! ma come, già ti sei dimenticato?». Il giovane rimase perplesso, ma per quanto si sforzasse, non ricordava dove avesse potuto conoscere quell’uomo. Allora, il signore vestito di bianco, con gli occhi incavati e una faccia senza espressione, disse: “Due mesi fa, alle Fontanelle, fui da te invitato al tuo matrimonio, ricordi? C’era anche la tua fidanzata! Mi faceste quella risata in faccia, ricordi?». A queste parole, lo sconosciuto aprì un poco la camicia del suo vestito bianco per mostrare quale fosse la sua reale condizione al di sotto dell’abito da cerimonia. Lo sposo, nel vedere quello che c’era sotto l’abito dello sconosciuto, strabuzzò gli occhi, gli prese un colpo, si fece dapprima rosso in viso poi bianco come la neve, e in quello stesso momento, vedi, stramazzò a terra morto stecchito. Si fece una gran folla intorno a lui. L’uomo vestito di bianco disparve con una risatina sinistra da far raggelare il sangue nelle vene. Fu così che lo sposo passò dalla condizione di festeggiato a quella di compianto, mentre la giovane sposa, abbandonate subito le vesti bianche per le nere, assunse da quel giorno un’espressione così triste da non potersi dire, e non rise mai più. Per questo riferisce il detto che ride bene chi ride ultimo.</p>
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<p>COME SI MORIVA UN TEMPO</p>
<p>Quando un uomo sentiva che era giunto il tempo di dimenticare il mondo e di rivolgere la mente alla sua anima e a Dio, egli recitava, come era da sempre avvenuto sin dal Medioevo, la preghiera penitenziale preceduta e seguita dal Pater Noster e dall’Ave Maria, la quale si componeva di due parti, il Mea Culpa e la Commendacio Animae. Il Mea Culpa veniva recitato con queste parole: «Signore &#8216;nniputente et climente, me pente maramente pe’ toja razia re li piccata meja, ra mme accummise senza riflissione cu lli parole et lli aziune, pe’ mmea sclusiva et grandessima curpa, tistimmonie la bbiata Virgine Maria, &#8216;o bbiate Michaele Arcagiele, &#8216;u bbiate Giuvianne Baptiste, li sante apuostele Pietre et Pavule et tutte li avetre Sante re lu Paravise» [Dio Onnipotente e clemente, mi pento amaramente per tua grazia dei miei peccati, da me commessi senza riflessione con parole ed opere, per mia sola e grandissima colpa, testimoni la beata Vergine Maria, il beato Michele Arcangelo, il beato Giovanni Battista, i santi apostoli Pietro e Paolo e tutti gli altri Santi del Paradiso]. Si trattava di una forma abbreviata del futuro confiteor (confessione solenne al Signore celeste) introdotto dal Concilio Vaticano II (1962-65) con la riforma liturgica della Chiesa cattolica, da recitarsi ad alta voce, con le mani giunte e levate verso il cielo (oggi si adotta la postura dell’orante, o piuttosto del penitente, con le mani sollevate e i palmi rivolti verso nessuna immagine sacra, bensì verso il cielo, per meglio evidenziare la disposizione d’animo del penitente a ricevere l’atto di grazia divino). La seconda preghiera, cioè la commendacio animae (la riconsegna dell’anima), era un’antichissima prece mutuata dagli ebrei della Sinagoga. A tal proposito, a testimonianza della stretta convivenza originaria delle tradizioni ebraica e cristiana, va evidenziato che non mancò a Napoli una comunità israelitica, la quale ebbe in antico come maggiore centro di riferimento l’antichissima sinagoga di Cimitile, presso Nola, la quale era ancora attiva nel V secolo d.C., e sulle cui rovine, inserite all’interno di un vasto complesso paleocristiano, sorse poi La Basilica dei Martiri. Non è al riguardo da considerarsi del tutto casuale il fatto che l’odierna Sinagoga, fondata nel 1864, sia situata in via Cappella Vecchia, nel centralissimo quartiere di S. Ferdinando, nella Napoli storica, in prossimità di Piazza dei Martiri. In francese, dal XVI al XVIII secolo, queste preghiere erano dette recommendaces (riaffidamenti), in napoletano Atte re recunsegna (Atti di riconsegna) o semplicemente La Recunsegna (rell’annema), La Riconsegna (dell’anima): «Patre overo, ca giammaje tu miente, Tu c’arrechiammaste a Lazzare ra li muorte, Tu ca sarvaste a Davvede ra li liune, sarva st’annema meja ra tutte li piricale &#8230; » [Padre vero che mai non menti, Tu che richiamasti Lazzaro dai morti, Tu che salvasti Davide dai leoni, salva l'anima mia da tutti i pericoli... ].<br />
L’orazione penitenziale era recitata ai fini dell’assoluzione, che veniva impartita dal curatore d’anime, ossia dal prete, il quale leggeva i salmi, il Libera, incensava il corpo e l’aspergeva con acqua benedetta, recitando in forma solenne il versetto 9 dal salmo 51 del Cantico di Davide penitente, che dice: ‘miserere mei Domine, asperges me hysopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor’ [Abbi pietà di me, Signore; aspergimi con l’issopo e sarò mondo; lavami, e sarò reso più bianco della neve’]; un rituale che era poi ripetuto sulla salma al momento della sepoltura e che era chiamato absolutio ad tumulum (assoluzione presso il tumulo), in napoletano ‘urdema cunsegna’ (ultima consegna). L&#8217;assoluzione presso il tumulo era impartita sia alla salma che alla sepoltura cui era concesso di ospitare il corpo affidato alla sua custodia. Il rito era così chiamato non solo perché il corpo veniva in tal modo consegnato al suo ultimo domicilio, ma anche perché questo compito era implicitamente affidato dal defunto alla pietà dei viventi. Tuttavia, quando un uomo sentiva prossima la sua fine e si trovava nell’impossibilità di ricevere l’assistenza spirituale di un curatore d’anime, ovvero il conforto di un compagno o di chiunque fosse disposto ad assisterlo durante il trapasso, egli poteva recitare anche da solo, in raccoglimento, l’orazione penitenziale, la quale poteva anche avere forma personalissima. Chi moriva senza gli ultimi conforti, e quindi senza l’assoluzione, veniva considerato come morto in stato di disperazione interiore. L’atto penitenziale costituiva però una pratica totalmente laica, alla quale il rito ecclesiastico veniva solo a sovrapporsi. Di conseguenza, nessun morente poteva essere certo dell’assoluzione divina. L’assoluzione religiosa conferiva esclusivamente la serenità della conformità ai canoni della Chiesa, ma l’assoluzione terrena poteva anche venire amministrata come un atto di pietà da qualsiasi persona che assistesse il morente, il quale poteva così lasciare il mondo col sentimento di essere in pace con gli uomini. L’extrema unctio era invece riservata ai chierici e ai monaci, e veniva amministrata con l’olio in forma solenne in chiesa. Così morivano a Napoli i principi, i cavalieri, i prelati, i monaci, i popolani dei centri cittadini e i contadini al di fuori delle mura della città, dai tempi del Ducato fino ai primi del Novecento, e con qualche traccia fino agli anni Sessanta. Chi si approssimava alla morte rimaneva padrone della sua volontà fino all’ultimo barlume di coscienza. D’altra parte la morte destava sempre attenzione, mai indifferenza, al punto da divenire uno spettacolo cui si poteva assistere liberamente, anche recandosi presso le abitazioni altrui, ossia lì dove si era venuti a sapere che qualcuno era stato visitato dalla morte. La camera del moribondo si trasformava allora in un luogo pubblico. Tutti vi potevano accedere per vedere l’agonizzante nei suoi ultimi momenti di vita e per immedesimarsi rispettosamente nella sua condizione, che veniva ritenuta uno stato da seguire con raccoglimento. C’erano i familiari dell’agonizzante e tutti i parenti, compresi i bambini; c’erano gli amici, i conoscenti e la gente del quartiere. Chi toccava il moribondo, anche per un momento soltanto, toccava un uomo che stava sperimentando l’emozione del passaggio nel sacro ed imperscrutabile regno dell’aldilà. Era questo il momento per qualche familiare affezionato di avvicinarsi all’orecchio del moribondo per sussurrargli di ricordarsi di lui nella sua nuova dimora. La morte era un fatto sociale e pubblico, tanto che alla fine del XVIII secolo i medici, che allora andavano scoprendo le prime norme d’igiene, deploravano questa usanza di affollare le camere degli agonizzanti. Ancora nella prima metà del XX secolo, non era raro che chi incontrasse per strada il prete che portava il viatico, accompagnato dal chierichetto col turibolo e l’involto dei paramenti sacri e da qualche familiare del moribondo, si unisse a questo piccolo corteo per entrare al suo seguito nella camera di chi stava per morire. Il moribondo, che si era già da tempo preparato con calma al suo destino, e che aveva già diviso i suoi averi in un testamento, che era orale presso i ceti più poveri, nei suoi ultimi giorni di vita era al centro dell’attenzione di tutti. Familiari, amici, conoscenti, estranei si stringevano intorno al morente per confortarlo, ed egli presiedeva questo cerimoniale senza differire la resa dei conti, preparandovisi in silenzio, spirando poi sereno, come se avesse dovuto soltanto trasferirsi altrove. Ma in un altrove da dove avrebbe potuto continuare ad essere informato sulle vicende dei vivi e a rimanere in contatto con loro. Tutto ciò che poteva portare con sé erano la sua personale esperienza del mondo terreno e il suo affetto per i cari che avrebbero continuato a vivere su questa terra, e presso i quali lasciava una parte di sé stesso. Era questa ‘la Bonne Mort’ (a Bbona mort’).<br />
L’aspetto più considerevole di questi fatti di costume legati ai riti mortuari, è che essi non solo venivano compiuti con naturalezza e semplicità, ma non avevano il carattere eccessivamente tragico e segreto dei nostri giorni. Anche nel pianto e nella disperazione dei congiunti per il dolore del distacco da un loro caro, le emozioni rimanevano controllate e socializzate, e il dolore non arrivava ad inibire le manifestazioni spontanee di chi era stato colpito dal lutto, né a determinare un comportamento di chiusura nei riguardi di quanti desiderassero prendervi parte.<br />
Dopo l’esalazione dell’ultimo respiro, il corpo esanime e freddo veniva visitato dal medico, che sin dall’antichità accertava l’assenza del respiro, del battito cardiaco e il sopraggiungere del rigor mortis per confermare la condizione di morte. Dopo di ciò tutti si allontanavano dalla camera del defunto, mentre le donne della famiglia, spesso aiutate da una vicina di casa o da qualche comare, si accingevano a svestire il morto per detergerne il corpo e aspergerlo con unguenti profumati, e infine rivestirlo di una lunga camicia bianca di lino e ricomporlo supino, con le mani incrociate sul petto, nel suo giaciglio, che nel frattempo era stato rifatto alla meglio, voltando delicatamente il corpo del defunto su di un fianco e sull’altro, come fosse stato quello di un malato. Fatto ciò i visitatori potevano rientrare nella camera, dove le prefiche e le comari davano inizio con i familiari al pianto rituale che accompagnava la recita del rosario tra le candele accese. Qualcuno dei vicini preparava qualcosa da mangiare e lo offriva ai familiari del morto, imbandendo con semplici cose il tavolo della casa. Con l’approssimarsi della sera, i visitatori via via tornavano alle loro abitazioni, le prefiche e le comari smettevano di piangere e se ne andavano, e la famiglia, lasciata sola, si raccoglieva per l’ultima volta intorno al letto del morto. Infine si procedeva ai preparativi per la notte. Si poggiava sul comodino accanto al defunto un bicchiere contenente dell’acqua e vicino un pezzo di pane in segno di ospitalità per l’angelo che nottetempo sarebbe calato nella camera ad aiutare l’anima del defunto, ancora legata alle mura domestiche, a ritrovare la via del cielo. L’acqua era il simbolo dell’elemento primo della vita, e richiamava la scaturigine, mentre il pane era il simbolo del più semplice prodotto lavorato dalla mano dell’uomo. I due simboli insieme richiamavano il concetto di creazione e di generazione, nonché quello di azione divina e di attività umana (intesa come attività trasformatrice), tra loro connessi dalla nozione di Natura providens (Natura provvidente), a sua volta richiamante quello di divina Provvidenza. Le due specie dell’acqua e del pane erano dunque un chiaro riferimento al profondo credo secondo cui &#8220;Dei providentia mundus administratur&#8221; (il mondo è governato dalla divina provvidenza). Se la casa era composta di più camere, il morto veniva lasciato in compagnia di pochi, altrimenti, se la stanza era l’unica della casa, si chiudevano le cortine intorno al letto, e i componenti della famiglia si disponevano alla veglia funebre, anche alternandosi tra loro al fine di concedersi un breve riposo che li avrebbe messi in condizione di affrontare le incombenze del giorno successivo. Al mattino cominciavano ad entrare nella casa prima le comari, che portavano qualcosa da mangiare per i familiari del defunto, poi i primi vicini, poi i parenti, tra cui quelli venuti da fuori città, e infine amici, conoscenti ed anche persone sconosciute alla famiglia. Più tardi la piccola camera ardente cominciava a riempirsi di corone, cuscini e fasci di fiori, mentre all’esterno dell’abitazione, se la famiglia apparteneva ad un ceto più agiato, erano sistemate grosse ghirlande di fiori, le quali sarebbero state sistemate su alti appoggi intorno al carro funebre. Nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio arrivavano i becchini, ‘e schchiattamuorte’ (dal fr. ‘les echarnemorts’, gli scarnamorti’), così detti per la delicatezza con la quale erano noti solessero maneggiare i corpi dei morti, che letteralmente si schiattavano, cioè si schiantavano, quando erano deposti nella bara). In principio i becchini erano mandati da congreghe o confraternite, poi in seguito, già dagli inizi del XX secolo, da un’agenzia di pompe funebri. La camera allora veniva sgombrata di tutte le composizioni floreali e la salma veniva sollevata dal suo giaciglio e sistemata nella cassa (in realtà vi era fatta cadere, perché i bordi della bara impedivano di adagiarla, ma si faceva così anche affinché la salma prendesse il suo garbo nella stretta cassa). I familiari scoppiavano in un pianto amaro e incontenibile quando udivano, dall’esterno della camera, il tonfo del corpo che pesantemente prendeva contatto con la cassa di legno, e invocavano, con la voce strozzata e il cuore traboccante di dolore, il nome del defunto, il cui volto non avrebbero mai più rivisto per il resto della loro vita. Il carro, in attesa all’esterno della casa, ricevuto il suo carico, si avviava lentamente preceduto dal prete e da due chierichetti. Nel Medioevo, fino al XVIII secolo, la cerimonia, ereditata da un passato pagano a lungo conservatosi nella tradizione popolare e nel folklore, era laica; non c’erano religiosi nel corteo, che seguiva un determinato itinerario e osservava determinate tappe o stazioni. Si costituiva così il corteo funebre, i cui passi erano scanditi dai rintocchi a lutto delle campane della chiesa, e così si giungeva fino al camposanto. Al mesto corteo si univano molte persone del quartiere, i passanti si fermavano sollevando la mano e volgendo il palmo verso la carrozza che passava, trattenendosi in un rispettoso cenno di ossequio, le donne si segnavano col segno della croce, mentre gli esercizi commerciali socchiudevano i battenti al passaggio del carro trainato da robusti palafreni col capo impiumato. Seguiva infine l’inumazione, che era di brevissima durata, cui facevano seguito le manifestazioni di cordoglio di parenti, amici e conoscenti della famiglia.<br />
La morte era oggetto di un profondo rispetto.</p>
<p>I LUOGHI DI SEPOLTURA</p>
<p>La conviveza dei vivi con i morti è un aspetto del costume che si è imposto in Occidente a partire dal Medioevo, e che è durato fino a tutto il XIX secolo. Nel mondo antico, nonostante la familiarità con la morte, i morti erano tenuti separati dal mondo dei vivi e venivano sepolti in necropoli extraurbane, le quali accoglievano, senza distinzione di razza e di ceto, cristiani, ebrei e pagani. A Roma, la legge delle Dodici Tavole proibiva di seppellire in urbe, e i cimiteri erano situati ai margini delle strade, fuori dalle mura della città. Il Codex Theodosianus, emanato nel 439, ribadiva lo stesso divieto. Uno degli scopi dei culti funebri era quello di impedire che i mani, le anime dei morti, tornassero a turbare i vivi. Nel Medioevo questa situazione cambia radicalmente con l’affermarsi del culto dei martiri; un culto originatosi in Africa, dove era praticato da eremiti e anacoreti cristiani nel deserto della Tebaide, e che si diffuse nel mondo romano sin dal II-III secolo dell’era volgare, in coincidenza con le grandi persecuzioni dei cristiani. Col diffondersi del cristianesimo, la gente del popolo cominciò a ricercare la vicinanza del defunto, specialmente del santo martire a scopo protettivo. Così, nelle necropoli extrurbane, le sepolture dei martiri attirarono le sepolture di gente d’ogni condizione, perché in tal modo si credeva che dopo la morte la persona rimanesse al riparo dal male e dalla irreparabile rovina rappresentata dall’idea del decadimento e dell’annientamento dell’anima, e quindi della sua morte definitiva, segnata dal passaggio attraverso le estreme e desolate plaghe dell’inferno per estinguersi come fatua fiammella nel nulla del non-essere. Via via, sulla confessione del santo fu costruita una basilica servita da monaci, in prossimità della quale i cristiani desideravano venire sepolti. Contemporaneamente, però, le città si ingrandivano e si estendevano, dilatando i loro confini e dando luogo a quel fenomeno di inurbamento che vide man mano inglobati in esse i pagi e i vici limitrofi alla città, e poi i centri abitati rurali, e con essi le antiche necropoli extraurbane. Con l’andare del tempo venne così cancellandosi ogni distinzione tra la città, in cui era sempre vietato seppellire i morti, e i suoi sobborghi, dove erano i luoghi di sepoltura ad sanctos (in prossimità dei santi), e di conseguenza venne anche cancellata l’antica distinzione tra abbazia cimiteriale (nap. ‘abbazeja cimmitiriale’) e chiesa cattedrale (nap. ‘icchiesia cattidrale’). I campi di sepoltura, ai quali era annessa una chiesa, si trovarono così inclusi all’interno dei quartieri popolari. La chiesa parrocchiale non era quindi soltanto l’edificio riservato all’ufficio divino. Col nome di chiesa si intendeva infatti un’unità minima costituita da navata, campanile e cimitero. Nel cortile antistante la chiesa, l’atrium, si davano riti solenni all’aperto accompagnati da processioni e sfilate di carri con le immagini dei santi, che di lì partivano per procedere attraverso la città, e poi rientrarvi. I morti continuarono ad essere seppelliti nel cemeterium (gr. ‘cemeterion’, nap. ‘cemmeterio) ma questo non rappresentò più l’unico spazio di sepoltura, in quanto molti ricercavano una sepoltura in più stretta vicinanza col santo. Diversamente dagli Ebrei, che ponevano i luoghi di sepoltura, così come quelli riservati all’igiene, sempre a notevole distanza dalle cose sacre, affiché queste non potessero essere in alcun modo esposte a contaminazione, i cristiami cominciarono a seppellire in templo (in chiesa), intorno e contro i muri coperti all’esterno della chiesa, cioè in porticu, e intorno e contro i muri scoperti, ossia sotto le grondaie, sub stillicidio. A queste sepolture privilegiate si passava dopo il seppellimento in terra (ruoppo lu ‘nterramiènto), e perciò esse erano in realtà degli ossari. Nell’insieme, tali strutture costituivano l’ossarium commune (l’ossario comune), dove venivano trasferite le reliqua mortalia sicca, i resti mortali asciutti delle salme dopo il processo di trasformazione avvenuto nella terra, sia prelevandoli dalle sepolture singole, sia dalle grandi fosse comuni. Queste ultime erano larghe e profonde fosse, dette les fosses de les pauvres (nap. ‘li fuosse re li puovre’ le fosse dei poveri), vere e proprie fosse carnarie in cui venivano ammassati i cadaveri tolti dalle loro bare, e dove i corpi rimanevano, per tutto il tempo della decomposizione dei tessuti molli, semplicemente cuciti nei loro sudari. Quando una fossa si riempiva del tutto, la si chiudeva, e una vecchia si riapriva, la quale poteva essere riutilizzata dopo il trasferimento negli ossari dei resti disseccati in essa contenuti. I corpi venivano dunque prima interrati, e successivamente i resti asciutti passavano negli ossari. I corpi di persone di più agiata condizione e di alte dignità, quali quelli di principi, cavalieri, nobildonne, venivano interrati sotto le lastre del pavimento della chiesa, ma anch’essi subivano lo stesso trattamento di tutti gli altri corpi, senza alcuna distinzione, sicché, dopo un certo tempo, prendevano essi pure la via degli ossari. Con l’espressione sepulturae in atria (sepolture negli atrii), si designavano nel Medioevo quelle sepolture che venivano praticate in una parte del cimitero, e precisamente quella costituita dai porticati che correvano intorno ai muri della chiesa, i quali erano adibiti ad ossuaire (nap. ‘ussuarie’) ed erano per iperbole chiamati les charniers (nap. ‘li carnaie’ i carnai). Sotto le arcate dei porticati, tutto intorno all’atrio, cioè al cortile rettangolare della chiesa, gli ossari facevano bella mostra di sé, ricoprendo interamente tutti i muri situati all’esterno dell’edificio destinato al culto. Lungo tali muri si trovavano le nicchie in cui erano collcati, secondo un ordine studiato, teschi, tibie, clavicole, gabbie toraciche, femori, omeri, ulne, bacini, ecc. La ricerca dell’effetto visivo e decorativo ottenuto con l’accurata disposizione delle ossa, sfocerà nell’iconografia barocca dell’arte macabra, che assunse dimendioni grandiose dal XVI fino al XVIII secolo, come si può vedere a Roma nella chiesa dei Cappuccini intitolata all’Immacolata, in via Veneto, con la Cripta della Resurrezione, la Cappella per la Messa, la Cripta dei Teschi, la Cripta dei Bacini, la Cripta dei Femori, la Cripta dei Tre scheletri, in cui tutte le superficie sono finemente decorate con ossa umane raccolte da circa 3700 corpi, le quali furono utilizzate come pezzi da cosruzione e tasselli musivi per le numerose macabre composizioni che in questo luogo si possono ammirare, e che il marchese de Sade, profondamente suggestionato, non mancò entusiasticamente di descrivere; e così anche nella chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte, che si trova alle spalle di Palazzo Farnese, dove nella cripta sotterranea, un tempo cimitero della confraternita, ogni suppellettile e ogni decorazione (lampadari, sculture, credenze, candelabri, altari, volte, ecc.) è realizzata con ossa e ossicini umani prelevati dalle circa 8000 salme che la compagnia della morte raccolse nell’ossario, inumò e sottopose a trattamento per la conservazione e l’utilizzazione.<br />
Nei cimiteri, ormai interamente inglobati nel contesto cittadino, ogni volta che si rendeva necessario liberare delle fosse, i resti mortali in esse contenuti venivano sottoposti al procedimento di pulitura e di conservazione negli ossari, all’interno dei quali gli ossami venivano stipati e disposti con ordine producendo di per sé un effetto scenografico di grande impatto visivo. Nessuno era all’oscuro del trattamento riservato ai corpi dei defunti e del fatto che un giorno tutte le ossa sarebbro state mescolate senza riguardo per la loro appartenenza a questo o quel corpo, e tuttavia tutti desideravano di venire sepolti nel sacro recinto del tempio. Non importava che cosa la Chiesa facesse del corpo, ciò che interessava è che esso trovasse asilo in un luogo protetto, consacrato e prossimo alla confessione del santo. Nei campi appartenenti alla chiesa, che in principio erano estesi, e che erano usati come asilo per i morti, cioè come cimiteri, si cominciarono a costruire edifici per le diverse esigenze della parrocchia, i quali poi divennero luoghi di ospitalità e abitazioni di proprietà della curia. Si formarono così delle insulae, ossia dei piccoli quartieri isolati all’interno della città, dove gli abitanti godevano di particolari privilegi fiscali e demaniali. Le vaste navate dell’abbazia cimiteriale divennero luoghi d’incontro e di riunione per i cittadini, così come gli spazi esterni alla chiesa, che assunsero la stessa funzione che in passato avevano avuto l’agorà presso i Greci antichi e il foro presso i Romani, qualcosa di molto simile al corso principale e alle piazze delle nostre città. La chiesa, che era per antonomasia il refugium peccatorum, divenne con tutti i suoi spazi esterni il rifugio non solo dei morti, ma anche dei vivi; un luogo dove le istituzioni civili non avevano alcun diritto di esercitare la loro autorità. Venne così definendosi la nozione di azylus circum ecclesiam, ossia di ricovero nei luoghi prossimi alla chiesa e soggetti alla sua giurisdizione. Gli spazi esterni alla chiesa, in cui erano situati i sepolcreti, divennero luoghi d’incontro, di riunione, di commercio, di mercato. A Parigi, nel Cimetiere des Innocents, si svolgevano attività economiche e commerciali, e gli scrivani offrivano i loro servizi prendendo posto dietro i loro banchetti di legno a ribaltina, muniti d’una penna d’oca, di calamaio con inchiostro, di una risma di carta per scrivere, di polvere assorbente, di ceralacca, di nastri e sigillo. C’erano banchi per la vendita di merci e piccole botteghe di artigiani; si vendevano merci di ogni genere e si davano rappresentazioni teatrali. Gli archi degli atrii erano il posto preferito delle cucitrici, dei librai, degli scrivani, dei macellai, dei pescivendoli, dei venditori di stoffe, degli erbivendoli, mentre negli spiazzi si esibivano giocolieri, saltimbanchi, musicanti, predicatori, ciarlatani e così via. E questa era press’a poco la situazione dei cimiteri in tutte le città d’Eurpa. Di tanto in tanto spuntava dalla terra un femore, un teschio, una tibia, e ciò impressionava i frequentatori di questi mercati più dell’idea della propria morte, ma in fondo era un’impressione anche ricercata. Il terrore recava in sé un elemento di curiosità, di sensualità, di morbosa voluttà; l’idea della morte, e di una morte così presente nel quotidiano, perché la vita non era affatto facile e la mortalità elevata, legava sì i viventi ancor più alla vita, che era vivace, colorita, attaccata alle cose, ma a sua volta l’idea della vita sfociava in un sentimento indefinito di tenerezza, di mistica contemplazione intorno al mistero del creato e di riflessione dolente intorno alla condizione umana: nel sentimento di una realtà e di una verità nascoste e sconosciute, ma che in qualche modo erano capaci di mostrare un quid della propria essenza attraverso i reconditi anditi del pensiero, della meditazione, del cuore e dei sogni personali e collettivi. L’infinito era più nel pensiero che nelle concezioni aristoteliche sulla forma dell’universo. Bisognerà aspettare il XX secolo perché la morte faccia davvero paura, allora si eviterà accuratamente ogni occasione che la ricordi, e si cesserà non solo di rappresentarla, ma perfino di rappresentarsela.</p>
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		<title>Plinio il Giovane – LA VILLA IN TUSCIS</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 08:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORBIUS TERTIUS]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduz. Ciro A. R. Abilitato già pubblicato il 19-12-2010 traduzione dedicata a Kris J. perché possa trovare molti utili spunti per la cura del suo giardino in terra umbra Liber V, epist. 6. C. PLINIUS DOMITIO APOLLINARI SUO S. [1] &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=761">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato il 19-12-2010</p>
<p>traduzione dedicata a Kris J. perché possa trovare molti utili spunti per la cura del suo giardino in terra umbra</p>
<p>Liber V, epist. 6.</p>
<p>C. PLINIUS DOMITIO APOLLINARI SUO S.</p>
<p>[1] Amavi curam et sollicitudinem tuam, quod cum audisses me aestate Tuscos meos petiturum, ne facerem suasisti, dum putas insalubres. [2] est sane gravis et pestilens ora Tuscorum, quae per litus extenditur; sed hi procul a mari recesserunt, quin etiam Appennino, saluberrimo montium, subiacent. [3] atque adeo ut omnem pro me metum ponas, accipe temperiem caeli, regionis situm, villae amoenitatem; quae et tibi auditu et mihi relatu iucunda erunt.<br />
[4] Caelum est hieme frigidum et gelidum; myrtos, oleas, quaeque alia adsiduo tepore laetantur, aspernatur ac respuit; laurum tamen patitur atque etiam nitidissimam profert, interdum sed non saepius quam sub urbe nostra necat. [5] aestatis mira clementia; semper aer spiritu aliquo movetur; frequentius tamen auras quam ventos habet. [6] hinc senes multi; videas avos proavosque iam iuvenum, audias fabulas veteres sermonesque maiorum, cumque veneris illo, putes alio te saeculo natum.<br />
[7] Regionis forma pulcherrima; imaginare amphitheatrum aliquod immensum et quale sola rerum natura possit effingere. lata et diffusa planities montibus cingitur, montes summa sui parte procera nemora et antiqua habent. [8] frequens ibi et varia venatio. inde caeduae silvae cum ipso monte descendunt. has inter pingues terrenique colles &#8211; neque enim facile usquam saxum, etiam si quaeratur, occurrit &#8211; planissimis campis fertilitate non cedunt, opimamque messem serius tantum, sed non minus percoquunt. [9] sub his per latus omne vineae porriguntur unamque faciem longe lateque contexunt; quarum a fine imoque quasi margine arbusta nascuntur. [10] prata inde campique, campi, quos non nisi, ingentes boves et fortissima aratra perfringunt; tantis glaebis tenacissimum solum, cum primum prosecatur adsurgit, ut nono demum sulco perdometur. [11] prata florida et gemmea trifolium aliasque herbas teneras semper et molles et quasi novas alunt; cuncta enim perennibus rivis nutriuntur; sed ubi aquae plurimum, palus nulla, quia devexa terra, quidquid liquoris accepit nec absorbuit, effundit in Tiberim. [12] medios ille agros secat navium patiens, omnisque fruges devehit in urbem, hieme dumtaxat et vere; aestate summittitur immensique fluminis nomen arenti alveo deserit, autumno resumit. [13] magnam capies voluptatem, si hunc regionis situm ex monte prospexeris. neque enim terras tibi, sed formam aliquam ad eximiam pulchritudinem pictam videberis cernere; ea varietate, ea descriptione, quocumque inciderint oculi, reficientur.<br />
[14] Villa in colle imo sita prospicit quasi ex summo; ita leviter et sensim clivo fallente consurgit, ut, cum ascendere te non putes, sentias adscendisse. a tergo Appenninum, sed longius habet; accipit ab hoc auras quamlibet sereno et placido die, non tamen acres et immodicas, sed spatio ipso lassas et infractas. [15] magna sui parte meridiem spectat aestivumque solem ab hora sexta, hibernum aliquanto maturius quasi invitat, in porticum latam et prominulam. multa in hac membra, atrium etiam ex more veterum.<br />
[16] Ante porticum xystus in plurimas species distinctus concisusque buxo; demissus inde pronusque pulvinus, cui bestiarum effigies invicem adversas buxus inscripsit; acanthus in plano mollis et paene dixerim liquidus. [17] ambit hunc ambulatio pressis varieque tonsis viridibus inclusa; ab his gestatio in modum circi, quae buxum multiformem humilesque et retentas manu arbusculas circumit. omnia maceria muniuntur; hanc gradata buxus operit et subtrahit. [18] pratum inde non minus natura quam superiora illa arte visendum; campi deinde porro multaque alia prata et arbusta.<br />
[19] A capite porticus triclinium excurrit; valvis xystum desinentem et protinus pratum multumque ruris videt, fenestris hac latus xysti et quod prosilit villae, hac adiacentis hippodromi nemus comasque prospectat. [20] contra mediam fere porticum diaeta paulum recedit, cingit areolam, quae quattuor platanis inumbratur. inter has marmoreo labro aqua exundat circumiectasque platanos et subiecta platanis leni adspergine fovet. [21] est in hac diaeta dormitorium cubiculum, quod diem, clamorem sonum excludit, iunctaque ei cotidiana amicorumque cenatio; areolam illam, porticum aliam eademque omnia, quae porticus adspicit. [22] est et aliud cubiculum a proxima platano viride et umbrosum, marmore excultum podio tenus, nec cedit gratiae marmoris ramos insidentesque ramis aves imitata pictura. [23] fonticulus in hoc, in fonte crater; circa sipunculi plures miscent iucundissimum murmur. in cornu porticus amplissimum cubiculum triclinio occurrit; aliis fenestris xystum, aliis despicit pratum, sed ante piscinam, quae fenestris servit ac subiacet, strepitu visuque iucundam; [24] nam ex edito desiliens aqua suscepta marmore albescit. idem cubiculum hieme tepidissimum, quia plurimo sole perfunditur. [25] cohaeret hypocauston et, si dies nubilus, immisso vapore solis vicem supplet. inde apodyterium balinei laxum et hilare excipit cella frigidaria, in qua baptisterium amplum atque opacum. si natare latius aut tepidius velis, in area piscina est, in proximo puteus, ex quo possis rursus adstringi, si paeniteat teporis. [26] frigidariae cellae conectitur media, cui sol benignissime praesto est; caldariae magis; prominet enim. in hac tres descensiones, duae in sole, tertia a sole longius, a luce non longius. [27] apodyterio superpositum est sphaeristerium, quod plura genera exercitationis pluresque circulos capit. non procul a balineo scalae, quae in cryptoporticum ferunt, prius ad diaetas tres. harum alia areolae illi, in qua platani quattuor, alia prato, alia vineis imminet diversasque caeli partes ut prospectus habet.<br />
[28] In summa cryptoporticu cubiculum ex ipsa cryptoporticu excisum, quod hippodromum, vineas, montes intuetur. iungitur cubiculum obvium soli, maxime hiberno. hinc oritur diaeta, quae villae hippodromum adnectit. haec facies, hic usus a fronte.<br />
[29] A latere aestiva cryptoporticus in edito posita, quae non adspicere vineas, sed tangere videtur; in media triclinium saluberrimum afflatum ex Appenninis vallibus recipit; post latissimis fenestris vineas, valvis aeque vineas, sed per cryptoporticum, quasi admittit. [30] a latere triclinii quod fenestris caret, scalae convivio utilia secretiore ambitu suggerunt. in fine cubiculum, cui non minus iucundum prospectum cryptoporticus ipsa quam vineae praebent. subest cryptoporticus subterraneae similis; aestate incluso frigore riget contentaque acre suo nec desiderat auras nec admittit. [31] post utramque cryptoporticum, unde triclinium desinit, incipit porticus ante medium diem hiberna, inclinato die aestiva. hac adeuntur diaetae duae, quarum in altera cubicula quattuor, altera tria, ut circumit sol aut sole utuntur aut umbra.<br />
[32] Hanc dispositionem amoenitatemque tectorum longe longeque praecedit hippodromus. medius patescit statimque intrantium oculis totus offertur, platanis circumitur; illae hedera vestiuntur utque summae suis ita imae alienis frondibus virent. hedera truncum et ramos pererrat vicinasque platanos transitu suo copulat. has buxus interiacet; exteriores buxos circumvenit laurus, umbraeque platanorum suam confert. [33] rectus hippodromi limes in extrema parte hemicyclio frangitur mutatque faciem; cupressis ambitur et tegitur, densiore umbra opacior nigriorque; interioribus circulis − sunt enim plures − purissimum diem recipit. [34] inde etiam rosas effert umbrarumque frigus non ingrato sole distinguit. finito vario illo multiplicique curvamine recto limiti redditur, nec huic uni; nam viae plures intercedentibus buxis dividuntur. [35] alibi pratulum, alibi ipsa buxus intervenit in formas mille discripta, litteras interdum, quae modo nomen domini dicunt, modo artificis; alternis metulae surgunt, alternis inserta sunt poma, et in opere urbanissimo subita velut inlati ruris imitatio. medium spatium brevioribus utrimque platanis adornatur. [36] post has acanthus hinc inde lubricus et flexuosus, deinde plures figurae pluraque nomina. In capite stibadium candido marmore vite protegitur; vitem quattuor columellae Carystiae subeunt. ex stibadio aqua, velut expressa cubantium pondere, sipunculis effluit, cavato lapide suscipitur, gracili marmore continetur atque ita occulte temperatur, ut impleat nec redundet. [37] gustatorium graviorque cena margini imponitur, levior naucularum et avium figuris innatans circumit. contra fons egerit aquam et recipit; nam expulsa in altum in se cadit iunctisque hiatibus et absorbetur et tollitur. e regione stibadii adversum cubiculum tantum stibadio reddit ornatus, quantum accipit ab illo. [38] marmore splendet, valvis in viridia prominet et exit, alia viridia superioribus inferioribusque fenestris suspicit despicitque. mox zothecula refugit quasi in cubiculum idem atque aliud. lectus hic et undique fenestrae, et tamen lumen obscurum umbra premente. [39] nam laetissima vitis per omne tectum in culmen nititur et adscendit. non secus ibi quam in nemore iaceas, imbrem tantum tamquam in nemore non sentias. [40] hic quoque fons nascitur simulque subducitur. sunt locis pluribus disposita sedilia e marmore, quae ambulatione fessos ut cubiculum ipsum iuvant. fonticuli sedilibus adiacent. per totum hippodromum inducti strepunt rivi et, qua manus duxit, sequuntur; his nunc illa viridia, nunc haec, interdum simul omnia lavantur. vitassem iam dudum, ne viderer argutior, nisi proposuissem omnis angulos tecum epistula circumire. [41] neque enim verebar, ne laboriosum esset legenti tibi, quod visenti non fuisset, praesertim cum interquiescere, si liberet, depositaque epistula quasi residere saepius posses. praeterea indulsi amori meo; amo enim, quae maxima ex parte ipse incohavi aut incohata percolui. [42] in summa &#8211; cur enim non aperiam tibi vel iudicium meum vel errorem? &#8211; primum ego officium scriptoris existimo, titulum suum legat atque identidem interroget se, quid coeperit scribere, sciatque, si materiae immoratur non esse longum, longissimum, si aliquid arcessit atque attrahit. [43] vides, quot versibus Homerus, quot Vergilius arma, hic Aeneae, Achillis ille, describat; brevis tamen uterque est, quia facit, quod instituit. vides, ut Aratus minutissima etiam sidera consectetur et colligat; modum tamen servat. non enim excursus hic eius, sed opus ipsum est. [44] similiter nos, ut “parva magnis”, cum totam villam oculis tuis subicere conamur, si nihil inductum et quasi devium loquimur, non epistula, quae describit sed villa, quae describitur, magna est. verum illuc, unde coepi, ne secundum legem meam iure reprendar, si longior fuero in hoc, in quod excessi. [45] habes causas, cur ego Tuscos meos Tusculanis, Tiburtinis Praenestinisque praeponam. nam super illa, quae rettuli, altius ibi otium et pinguius eoque securius; nulla necessitas togae, nemo accersitor ex proximo; placida omnia et quiescentia, quod ipsum salubritati regionis ut purius caelum, ut aer liquidior accedit. [46] ibi animo, ibi corpore maxime valeo. nam studiis animum, venatu corpus exerceo. mei quoque nusquam salubrius degunt; usque adhuc certe neminem ex iis, quos eduxeram mecum, &#8211; venia sit dicto &#8211; ibi amisi. di modo in posterum hoc mihi gaudium, hanc gloriam loco servent! vale.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_112.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-937" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_112.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<p>Libro V, epist. 6.</p>
<p>Caio Plinio al suo Domizio Apollinare, salve</p>
<p>Ti sono grato per la tua premura. Avendo saputo che mi sarei recato nella mia villa di Toscana per trascorrervi l’estate, mi hai infatti sconsigliato di andarvi, giacché ritieni il luogo insalubre. È vero che quel lembo del territorio dei Tusci che si stende lungo il litorale è poco salutare e pieno di miasmi, ma devi sapere che le mie terre sono discoste dal mare, situate ai piedi degli Appennini, le montagne più salubri che si conoscano. E affinché tu metta da parte ogni apprensione nei miei riguardi, ti descriverò la natura del clima, la conformazione del territorio, le amenità della villa. Sono sicuro, infatti, che sapere queste cose ti farà piacere, così come sarà per me un piacere dartene contezza.<br />
Il clima d’inverno è freddo fino a gelare: ricusa i mirti, gli olivi e tutti gli alberi che necessitano di un ininterrotto tepore; tollera invece abbastanza l’alloro, che in genere fa crescere rigoglioso, giacché, se a volte rinsecchisce, è cosa che non accade più spesso che nei pressi di Roma. L’estate è di una meravigliosa mitezza, l’aria è sempre mossa dallo spirare di qualche corrente, ma sono più frequenti le brezze che non i venti. Vedi molti vecchi, e puoi incontrare nonni e bisnonni di giovani già maturi; ti è perciò possibile ascoltare vecchie storie e fatti risalenti ai nostri antenati, sì che quando arrivi colà, ti sembra di vivere nel secolo passato.<br />
L’aspetto della regione è piacevolissimo, immagina: un anfiteatro immenso, quale soltanto la natura può creare. Una vasta e aperta pianura cinta dai monti; questi ricoperti fin sulla cima di antiche e maestose foreste, dove la cacciagione è varia e abbondante. Lungo le pendici delle montagne i boschi cedui digradano dolcemernte fra colli ubertosi e ricchissimi di humus, i quali possono gareggiare in fertilità coi campi posti in pianura (non è infatti facile trovarvi della roccia nemmeno a cercarla); le loro messi sono abbondanti, forse un po’ più tardive, ma non per questo meno pregiate. In basso l’aspetto del paesaggio è reso più uniforme dai vasti vigneti che da ogni lato orlano le colline, e i cui limiti, perdendosi in lontananza, lasciano intravedere graziosi boschetti. Poi prati ovunque, e campi che solo dei buoi molto robusti con i loro solidissimi aratri riescono a spezzare; quel tenacissimo terreno, al primo fenderlo, si solleva infatti in così grosse zolle che solo dopo nove arature si riesce completamente a domarlo. I prati, pingui e ricchi di fiori, producono trifoglio e altre erbe sempre molli e tenere, come se fossero appena spuntate, giacché tutti i campi sono irrorati da ruscelli perenni. Eppure, benché vi sia abbondanza d’acqua, non vi sono paludi, e questo perché la terra in pendio scarica nel Tevere l’acqua che ha ricevuto e non assorbito. Quel fiume, le cui acque irrorano i campi, essendo navigabile, trasporta verso l’Urbe i prodotti di queste terre, almeno durante l’inverno e la primavera. Col sopraggiungere dell’estate il livello delle acque cala, e col farsi l’alveo quasi asciutto, il corso perde il titolo di gran fiume che gli spetta, riprendendolo poi in autunno. Credimi, proveresti un gran piacere se ti ponessi ad ammirare il panorama dall’alto dei poggi; ti parrebbe infatti di osservare non già un incantevole angolo di mondo, ma un quadro dipinto con incredibile maestria: tanto vario è il paesaggio e così felice la disposizione dei luoghi che i tuoi occhi trarrebbero diletto ovunque si posassero.<br />
La villa è situata alla base di un colle, e gode della stessa vista che se fosse in cima. Il terreno si innalza dolcemente, con una pendenza quasi impercettibile, tanto che mentre ti sembra di non essere affatto salito, già ti trovi sulla parte più alta. Alle spalle è l’Appennino, che puoi scorgere in lontananza, da cui, anche nei giorni più limpidi e tranquilli, spirano i venti; questi non sono mai impetuosi, e nemmeno poi così freddi, giacché la stessa distanza da cui soffiano li mitiga e addolcisce. L’edificio guarda in prevalenza a mezzodì, e a partire dalla sesta ora d’estate, un po’ più tardi d’inverno, sembra invitare il sole attraverso l’ampio portico che sul davanti si protende a solatio. Molte stanze vi prospettano, e anche un atrio sul gusto antico.<br />
Davanti al portico è una terrazza attraversata da siepi di bosso; più in basso ce n’è una dove invece il bosso è intagliato a formare figure di belve che si fronteggiano; ancora più giù si stende l’acanto, così ondeggiante che nell’insieme quasi lo si direbbe fluido. Gira tutto intorno un vialetto chiuso da arbusti mantenuti bassi e tagliati in forme diverse; da questo si allunga un viale per le carrozze che forma una specie di pista attorniata da bossi dalle più svariate fogge e da arboscelli tenuti bassi ad arte. Tutto questo è infine protetto da un muro: un bosso sistemato a gradini lo ricopre interamente e lo cela. Oltre questo, un prato di aspetto non meno ammirevole delle suddette siepi curate con arte; infine i campi, ancora prati, e molti boschetti.<br />
In capo al portico si apre un triclinio. Dalla sua porta a due battenti si può scorgere l’ultima terrazza, l’adiacente prateria e gran parte della campagna circostante; dalle finestre si domina di qua sia un lato dell’antistante terrazza che l’altra porzione sporgente della facciata, di là invece il bosco e i prati del vicino ippodromo. Di fronte al porticato, rivolto verso il suo centro, ma in posizione più arretrata, si trova un appartamento che racchiude un cortiletto ombreggiato da quattro platani. Una gran quantità d’acqua scaturisce da una fontana marmorea, i cui zampilli, rompendosi in lievi spruzzi, formano una delicata pioggerellina che, ricadendo tutt’intorno, innaffia i circostanti platani e tutto ciò che vi si trova sottoposto. In questo apparetamento vi è una camera da riposo che non lascia entrare né la luce né gli schiamazzi, né altri rumori, e presso la camera un tinello dove ogni giorno si può cenare con persone di confidenza. Da un lato di questo si scorge quel cortiletto cui ho accennato, dall’altro il portico e tutto quel che vi sta oltre. C’è anche un’altra camera che riceve ombra e frescura da un vicino platano; le pareti di questa sono ornate di splendidi marmi nella parte inferiore, mentre in quella superiore gareggia con i marmi un magnifico affresco raffigurante dei rami con degli uccelli che vi si posano sopra. In essa vi è una piccola fontana, sotto la fontana un bacino, e tutt’intorno parecchi canaletti che creano un piacevolissimo mormorio.<br />
All’estremità opposta del portico una grande camera da letto fa riscontro alla sala da pranzo; da alcune finestre si scorge l’ampia terrazza antistante, da altre il prato preceduto dalla piscina. Questa è situata proprio sotto le finestre, ed è piacevole sia alla vista che all’udito: l’acqua, infatti, cadendo dall’alto, scroscia e spumeggia sul marmo che la raccoglie. Anche questa camera è inondata da molto sole, ed è perciò tiepidissima d’inverno. È comunque anche collegata all’ipocausto sotterraneo, così che se il tempo è freddo e nemboso, quello provvede a riscaldarla inviandovi il suo vapore. Segue l’apoditerio del bagno, spazioso e gaio, quindi la sala del frigidarium, nella quale è una grande vasca colma d’acqua fredda. Se poi vuoi nuotare comodamente e in acqua più tiepida, vi è nella corte una piscina, e lì presso un pozzo che ti permette di rinfrescarti nuovamente, se ne hai abbastanza del calore. Dalle sale del frigidarium, generosamente illuminate, si passa poi a quelle del calidarium, più soleggiate, perché protese a solatio. Ivi sono tre vasche a livello del pavimento, due esposte ai raggi diretti del sole, la terza raggiunta solo dai raggi più obliqui, ma non per questo meno illuminata. All’apoditerio è sovrapposto lo sferisterio, che consente molte specie di esercizi e a molte squadre di giocatori. Non lungi dal bagno una scalinata conduce al criptoportico, ma prima devi passare per tre appartamenti. Di essi uno guarda quel cortiletto dai quattro platani, uno la prateria e l’altro le vigne, avendo quest’ultimo per visuale gli opposti punti cardinali.<br />
All’estremità del criptoportico, e da questo ricavata, è una camera da letto che guarda il maneggio, le vigne e i monti. Vi è annessa un’altra camera da letto con un’ottima esposizione al sole, soprattutto d’inverno. Ha poi da qui inizio un altro appartamento che congiunge la villa all’ippodromo.<br />
Questo, in breve, l’aspetto e l’impiego della parte frontale della villa.<br />
Lateralmente, il criptoportico conduce agli appartamenti estivi, in posizione un po’ più elevata, da cui più che dominare i vigneti, addirittura sembra di poterli toccare. Al centro è una grande sala da pranzo che riceve dalle pendici dell’Appennino un’aria saluberrima. Dietro essa guarda dalle sue ampie finestre le vigne, e la stessa vista si presenta, attraverso il criptoportico, da tutte le porte, sì che sembra da queste poter a quelle direttamente accedere.<br />
Sul lato senza finestre della sala da pranzo si trova una scala da cui nascostamente provengono le vivande da servire nei banchetti. Alla fine il criptoportico conduce a una camera da cui si gode di una vista non meno bella su di esso che sui vigneti. Sottostante è un’altra galleria simile a un sotterraneo; d’estate l’atmosfera è resa particolarmente gradevole dal fresco che vi rimane imprigionato, e poiché non sono richiamate né lasciate entrare correnti, la temperatura è qui sempre costante. Dietro queste due gallerie, là dove finisce il triclinio, ha inizio un porticato dove d’inverno è piacevole trattenersi fino a mezzogiorno, d’estate anche fin oltre il tramonto. Di là si arriva a due appartamenti, di cui uno di quattro e l’altro di tre camere, le quali, secondo il volgere del sole, godono ora di molta luce, ora invece dell’ombra.<br />
Il maneggio supera in bellezza qualsiasi altra parte della villa, ciascuna già di per sé amenissima. Situato in posizione centrale, si dispiega subito agli occhi di chi vi entra. I bei platani che lo circondano sono tutti rivestiti di edera, così che se in alto essi verdeggiano per le loro fronde, lo stesso è pure in basso per quelle che non sono le loro, ma di cui pure si arricchiscono come delle proprie. L’edera serpeggia lungo il tronco e i rami e, passando da un platano all’altro, li unisce tutti in un unico insieme. Di mezzo a essi spunta il bosso; più esternamente il bosso è cinto dal lauro, la cui ombra si confonde con quella dei platani. Il tracciato prima rettilineo dell’ippodromo si incurva a semicerchio nell’ultimo tratto, dove muta anche l’aspetto: qui, infatti, molti cipressi coronano e proteggono il tracciato immergendolo in un’ombra più densa e opaca, mentre le piste concentriche interne (ve ne sono parecchie) ricevono una luce purissima. Nella frescura e nell’ombra, qua e là inframezzata da piacevoli sprazzi di sole, crescono bellissime rose. Dopo molte e varie curve, ridiventando rettilineo, il tragitto dell’ippodromo si fa segmentato: i lunghi filari di bosso vengono allora regolarmente interrotti da parecchie piste trasversali. Fra queste si trova qui ora una piccola aiuola, là lo stesso bosso potato in mille fogge, spesso a guisa di lettere che a volte dicono il nome del padrone di casa, a volte quello del giardiniere; vi si alternano delle basse colonne a forma di cono o degli alberi da frutta, così che fra tanta raffinatezza cittadina, vi è come portato d’incato l’aspetto della campagna. Il modesto spazio al centro è da ogni parte ornato da più piccoli platani messi a dimora. Dietro questi gira da una parte e dall’altra il flessuoso acanto, e poi ancora varie figure e nomi.<br />
In capo all’ippodromo, sotto un pergolato sostenuto da quattro colonnine di marmo caristio, si trova una panca semicircolare di marmo bianco. Da questa, quasi come spremuta dal peso di chi vi si corica, l’acqua sprizza da alcuni canaletti in una pietra incavata, venendo poi raccolta da un grazioso bacino di marmo che, per un raffinato sistema di regolamentazione, rimane colmo senza straripare. I vassoi per gli antipasti e le portate più pesanti vengono poggiati sui bordi, mentre le altre vivande galleggiano su vassoi a forma di navicelle o di uccelli dall’uno all’altro commensale. Dirimpetto una fontana fa zampillare l’acqua che da un’altra parte si riprende, giacché, lanciata in alto, questa ricade su se stessa finendo in un sistema di canali che la inghiottono e la risospingono. Una piccola camera posta di contro al sedile conferisce a quest’angolo tanta grazia quanta ne riceve. Essa, tutta splendente di marmi, domina dalle sue porte il verde, che quasi sembra volervi di prepotenza entrare; e ancora verzura dall’alto come dal basso, dalle sue finestre superiori come dalle inferiori. All’interno un’alcova forma con la camera ora una cosa sola, ora invece due ambienti separati. Quivi è un letto, e da ogni parte finestre, ma la luce è temperata dall’ombra circostante: come se non bastasse, infatti, una rigogliosissima vite s’inerpica lungo la facciata fino a raggiungere il tetto. Quivi ti par di giacere non già nella tua casa, ma in un bosco, con l’unica differenza che se piove non rischi di bagnarti. Anche qui è una sorgente che si mantiene a livello del pavimento, la cui acqua così come sgorga è ingurgitata.<br />
Disposti qua e là per il maneggio, dei sedili di marmo tornano graditi non meno della stessa camera a coloro che il passeggiare ha stancato. Presso i sedili delle fontanelle, sì che per tutto l’ippodromo mormorano ruscelletti artificiali, docili alla mano che vi si immerge: essi irrorano ora l’una ora l’altra aiuola, e a volte tutte ad un tempo.<br />
Se non mi fossi proposto di percorrere con te, in questa lettera, ogni angolo della mia proprietà, avrei già da un pezzo evitato di apparirti troppo chiacchierone. Non ho infatti avuto il minimo timore che potesse sembrarti noioso alla lettura ciò che di certo non lo sarebbe stato alla vista, soprattutto perché ho pensato che avresti sempre potuto riposarti e interrompere la lettura quando ti sarebbe piaciuto. Ho infatti supposto che tu potessi far questo proprio come quando a un certo punto ci si siede durante una visita.<br />
Confesso, comunque, d’essermi lasciato un po’ trasportare dalla mia inclinazione: amo infatti tutte le cose che t’ho descritto, le quali ho in gran parte io stesso iniziate, e se non iniziate, condotte a termine con gran passione. Insomma (e perché mai non dovrei essere sincero e dirti come la penso, anche a rischio di commettere un errore?), io ritengo che il primo dovere di uno scrittore sia non solo quello di scegliere il tema, ma di porsi parimenti molte domande una volta che abbia iniziato a scrivere, avendo sempre presente che non sarà prolisso se rimarrà nel tema, mentre lo sarà molto se qualcosa lo trarrà sovente fuori traccia, facendolo divagare. Vedi con quanti versi Omero e con quanti Virgilio descrivano l’uno le armi di Achille, l’altro quelle di Enea; eppure entrambi sono brevi, non prolissi, perché sono mirabilmente riusciti a rendere ciò che avevano in animo e che si erano proposti di dire. Vedi come Arato ricerchi ed enumeri anche le più piccole stelle; pure egli mantiene la misura: infatti, ciò che in lui può sembrare digressione, altro non è che il soggetto stesso dell’opera. Parimenti io, «se il poco al molto si può paragonare», quando ho cercato di porre dinanzi agli occhi tuoi l’intera mia villa, se pure a volte deve esserti sembrato che mi sia dilungato su cose estranee e che abbia rischiato di uscire fuor di strada, ciò, stanne pur certo, non è stato perché più ampia ti apparisse la lettera, bensì perché davvero vasta è la villa.<br />
Cionondimeno ritorno al punto da cui cominciai per non essere condannato dalla stessa legge da me menzionata con l’attardarmi troppo nella digressione. Ora conosci il motivo perché io preferisca la mia villa di Toscana a quelle di Tuscolo, Tivoli e Preneste. Infatti, oltre a tutte le ragioni citate, la possibilità di riposo è ivi maggiore, più completa, e senza noie; non è inoltre necessario indossare la toga e non c’è nessun seccatore nelle vicinanze; tutto è calma e pace. A ciò, naturalmente, si aggiungono la salubrità della regione, la serenità del cielo, e l’aria, più pura che altrove. Là sto bene di spirito e di corpo, giacché lo spirito esercito con lo studio, il corpo con la caccia. Anche la mia gente vi sta meglio in salute che in qualunque altro posto; anzi posso perfino dire (e chiedo venia se lo dico!) che fino a oggi nessuno di coloro che condussi colà ho perduto. Che gli dèi conservino per l’avvenire a me questa soddisfazione, al luogo una tal fama. Saluti.</p>
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		<title>DAL RICETTARIO DI APICIO CELIO</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2014 18:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORBIUS TERTIUS]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduz. Ciro A. R. Abilitato già pubblicato il 14-12-2010 DE RE COQUINARIA Libri X MARCUS GAVIUS APICIUS COELIUS Marco Gavio Apicio Celio (25 a.C &#8211; 37 d.C.) liber X IURA IN PISCIBUS SALSE PER DIVERSE QUALITÀ DI PESCE 1. Salsa &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=335">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato il 14-12-2010</p>
<p style="text-align: center;"><strong>DE RE COQUINARIA Libri X<br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>MARCUS GAVIUS APICIUS COELIUS<br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco Gavio Apicio Celio (25 a.C &#8211; 37 d.C.)<br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/Apicio-01.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10126" title="Apicio 01" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/Apicio-01.jpg" alt="" width="586" height="479" /></a></p>
<p>liber X</p>
<p>IURA IN PISCIBUS<br />
SALSE PER DIVERSE QUALITÀ DI PESCE</p>
<h3>1. Salsa con erbe per pesce fritto</h3>
<p>Pulisci, lava e fai friggere il pesce che vuoi. Pesta pepe, cumino, semi di coriandolo, radice di laser [silfio, silphion], origano, ruta. Tritura e tempera con aceto. Aggiungi datteri carioti, miele, mosto cotto, garum [salsa di pesce]. Lavora, versa in una pentola e fai bollire. Dopo che ha bollito, innaffia il pesce fritto. Condisci con pepe e servi.</p>
<p>.</p>
<h3>1. Ius diabotanon in pisce frixo</h3>
<p>Piscem quemlibet curas, lavas, friges. Teres piper, cuminum, coriandri semen, laseris radicem, origanum, rutam, fricabis, suffundes acetum, adicies careotam, mel, defritum, oleum, liquamen, temperabis, refundes in caccabum, facies ut ferveat. Cum ferbuerit, piscem frictum perfundes, piper asperges et inferes.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-08.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10123" title="apicio 08" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-08.jpg" alt="" width="425" height="300" /></a></p>
<h3>2. Salsa per pesce lessato</h3>
<p>Pepe, ligustico, cumino, cipolline, origano, pinoli, datteri carioti, miele, aceto, garum, senape, qualche goccia d’olio, salsa se desideri e uva passa.</p>
<p>.</p>
<h3>2. Ius in pisce elixo</h3>
<p>Piper, ligusticum, cuminum, cepulam, origanum, nucleos, careotam, mel, acetum, liquamen, sinapi, oleum modice, ius calidum si velis, uvam passam.</p>
<h3><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a>3. Altra ricetta per pesce lessato</h3>
<p>Trita pepe, ligustico, coriandolo fresco, santoreggia, cipolla, tuorli di uova sode, passito, aceto, olio e garum.</p>
<p>.</p>
<h3>3. Aliter in pisce elixo</h3>
<p>Piper, ligusticum, coriandrum viridem, satureiam, cepam, ovorum vitella cocta, passum, acetum, oleum et liquamen.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-04.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10122" title="apicio 04" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-04.jpg" alt="" width="371" height="391" /></a></p>
<h3>4. Altra salsa per pesce lessato</h3>
<p>Pulisci con cura i pesci. Versa nel mortaio sale, semi di coriandolo e polverizzali bene. Rivoltaci il pesce e sistemalo in una casseruola, incoperchia e sigilla col gesso. Fai cuocere nel forno. Una volta cotto, ritiralo, aspergilo con aceto molto forte e servi.</p>
<p>.</p>
<h3>4. Aliter ius in pisce elixo</h3>
<p>Piscem curabis diligenter, mittes in mortarium salem, coriandri semen, conteres bene, volves eum, adicies in patinam, cooperies, gipsabis, coques in furno. Cum coctus fuerit, tolles, aceto acerrimo asperges et inferes.</p>
<h3><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a>5. Altra salsa per pesce lessato</h3>
<p>Metti il pesce già pulito in una padella con semi di &lt;…&gt; acqua e aneto fresco. Quando è cotto, cospargilo di aneto e servi.</p>
<p>.</p>
<h3>5. Aliter ius in pisce elixo</h3>
<p>Cum curaveris piscem, adicies in sartaginem &lt;…&gt; semen, aquam, anetum viridem et ipsum piscem. Cum coctus fuerit, asperges aceto et inferes.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-09.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10127" title="apicio 09" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-09.jpg" alt="" width="595" height="595" /></a></p>
<h3>6. Salsa di Alessandria per pesce arrosto</h3>
<p>Pepe, cipolla secca, ligustico, cumino, origano, semi di sedano, prugne snocciolate di Damasco, mulso [vino mielato], aceto, garum, mosto cotto, olio. Fai cuocere.</p>
<p>.</p>
<h3>6. Ius Alexandrinum in pisce asso</h3>
<p>Piper, cepam siccam, ligusticum, cuminum, origanum, apii semen, pruna damascena enucleata, mulsum, acetum, liquamen, defritum, oleum, et coques.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<h3>7. Altro sugo di Alessandria per pesce arrosto</h3>
<p>Pepe, ligustico, coriandolo fresco, uva passa senza semini, vino ordinario e passito, garum, olio, e fai cuocere.</p>
<p>.</p>
<h3>7. Aliter ius Alexandrinum in pisce asso</h3>
<p>Piper, ligusticum, coriandrum viridem, uvam passam enucleatam, vinum passum, liquamen, oleum, et coques.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<h3>8. Altra salsa di Alessandria per pesce arrosto</h3>
<p>Pepe, ligustico, coriandolo fresco, cipolla, prugne damascene snocciolate, passito, garum, aceto, olio, e cuoci.</p>
<p>.</p>
<h3>8. Aliter ius Alexandrinum in pisce asso</h3>
<p>Piper, ligusticum, coriandrum viridem, cepam, damascena enucleata, passum, liquamen, acetum, oleum, et coques.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10130" title="apicio 11" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/05/apicio-11.jpg" alt="" width="500" height="355" /></a></p>
<h3>9. Salsa per grongo arrosto</h3>
<p>Pepe, ligustico, cumino fritto, origano, cipolla secca, tuorli di uova sode, vino ordinario e mulso, aceto, garum, mosto cotto, e fai cuocere.</p>
<p>.</p>
<h3>9. Ius in grongo asso</h3>
<p>Piper, ligusticum, cuminum frictum, origanum, cepam siccam, ovorum vitella cocta, vinum, mulsum, acetum, liquamen, defritum, et coques.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-924" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_12.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
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		<title>Amor che a nullo amato amar perdona</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2014 06:09:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ciro A. R. Abilitato già pubblicato il 13-12-2010 . . Amor che a nullo amato amar perdona (Dante, Inf., 5,103) l&#8217;amore non perdona Con questa espressione il divino poeta si riferisce a quel genere di amore che sempre coinvolge &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=332">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>già pubblicato il 13-12-2010</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>Amor che a nullo amato amar perdona (Dante, Inf., 5,103)</p>
<p>l&#8217;amore non perdona</p>
<p>Con questa espressione il divino poeta si riferisce a quel genere di amore che sempre coinvolge chi è amato. È una forza prodigiosa, che non perdona chi lo riceve, perché non ammette che vi si possa rimanere impassibili: è l’amore che non risparmia chi si senta amato, perché a nessun amato concede di potervisi sottrarre e di non riamare a sua volta. Appunto perciò: “amore che a nessun amato, l’amare perdona”, ossia “amore che nell’atto stesso dell’amare, non perdona nessuno che sia amato”; un amore, quindi, purissimo, che non lascia mai immutato il suo bersaglio. Si tratta, in effetti, di una forza straordinaria, portatrice di poteri sbalorditivi, da identificarsi con la vita stessa. Come appunto l’Alighieri dichiara nell’explicit del XXXIII ed ultimo canto del Paradiso, questa forza “move il sole e l’altre stelle”, alludendo all’essenza della natura di Dio, che è Amore.</p>
<p>Ciro A. R. Abilitato</p>
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		<item>
		<title>LA VILLA DI POLLIO FELICE A SORRENTO</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 17:42:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Versione italiana di Ciro A. R. Abilitato Publius Papinius Statius (Neapolis ca. 45 d.C. &#8211; 96) Silvae II,2. . VILLA SURRENTINA POLLII FELICIS . 1. Est inter notos Sirenum nomine muros Saxaque Tyrrhenae templis onerata Minervae celsa Dicarchei speculatrix villa &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=3925">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Versione italiana di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>Publius Papinius Statius (Neapolis ca. 45 d.C. &#8211; 96)<br />
Silvae II,2.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_013.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3968" title="Foto Ciro A. R. Abilitato - Sorrento, Bagni della Regina Giovanna_013" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_013.jpg" alt="" width="1188" height="1728" /></a></p>
<p>.</p>
<p>VILLA SURRENTINA POLLII FELICIS</p>
<p>.</p>
<p>1. Est inter notos Sirenum nomine muros</p>
<p>Saxaque Tyrrhenae templis onerata Minervae</p>
<p>celsa Dicarchei speculatrix villa profundi,</p>
<p>qua Bromio dilectus ager, collesque per altos</p>
<p>.</p>
<p>5. uritur et prelis non invidet uva Falernis.</p>
<p>Huc me post patrii laetum quinquennia lustri,</p>
<p>cum stadio iam pigra quies canusque sederet</p>
<p>pulvis, ad Ambracias conversa gymnade frondes,</p>
<p>trans gentile fretum placidi facundia Polli</p>
<p>.</p>
<p>10. detulit et nitidae iuvenilis gratia Pollae,</p>
<p>flectere iam cupidum gressus, qua limite noto</p>
<p>Appia longarum teritur regina viarum.</p>
<p>Sed iuvere morae. Placido lunata recessu</p>
<p>hinc atque hinc curvas perrumpunt aequora rupes.</p>
<p>.</p>
<p>15. Dat natura locum montique intervenit unum</p>
<p>litus et in terras scopulis pendentibus exit.</p>
<p>Gratia prima loci, gemina testudine fumant</p>
<p>balnea, et e terris occurrit dulcis amaro</p>
<p>nympha mari. Levis hic Phorci chorus udaque crines</p>
<p>.</p>
<p>20. Cymodoce viridisque cupit Galatea lavari.</p>
<p>Ante domum tumidae moderator caeruleus undae</p>
<p>excubat, innocui custos laris; huius amico</p>
<p>spumant templa salo. Felicia rura tuetur</p>
<p>Alcides; gaudet gemino sub numine portus:</p>
<p>.</p>
<p>25. hic servat terras, hic saevis fluctibus obstat.</p>
<p>Mira quies pelagi: ponunt hic lassa furorem</p>
<p>aequora, et insani spirant clementius austri;</p>
<p>hic praeceps minus audet hiems, nulloque tumultu</p>
<p>stagna modesta iacet dominique imitantia mores.</p>
<p>.</p>
<p>30. Inde per obliquas erepit porticus arces,</p>
<p>urbis opus, longoque domat saxa aspera dorso.</p>
<p>Qua prius obscuro permixti pulvere soles</p>
<p>et feritas inamoena viae, nunc ire voluptas,</p>
<p>qualis, si subeas Ephyres Baccheidos altum</p>
<p>.</p>
<p>35. culmen, ab Inoo fert semita tecta Lyaeo.</p>
<p>Non, mihi si cunctos Helicon indulgeat amnes</p>
<p>et superet Piplea sitim largeque volantis</p>
<p>ungula sedet equi reseretque arcana pudicos</p>
<p>Phemonoe fontes vel quos meus auspice Phoebo</p>
<p>.</p>
<p>40. altius immersa turbavit Pollius urna,</p>
<p>innumeras valeam species cultusque locorum</p>
<p>Pieriis aequare modis. Vix ordine longo</p>
<p>suffecere oculi, vix, dum per singula ducor,</p>
<p>suffecere gradus. Quae rerum turba! Locine</p>
<p>.</p>
<p>45. ingenium an domini mirer prius? Haec domus ortus</p>
<p>aspicit et phoebi tenerum iubar; illa cadentem</p>
<p>detinet exatamque negat dimittere lucem,</p>
<p>cum iam fessa dies et in aequora montis opaci</p>
<p>umbra cadit vitreoque natant praetoria ponto.</p>
<p>.</p>
<p>50. Haec pelagi clamore fremunt, haec tecta sonoros</p>
<p>ignorant fluctus terraeque silentia malunt.</p>
<p>His favit natura locis, hic victa colenti</p>
<p>cessit et ignotos docilis mansuevit in usus.</p>
<p>Mons erat hic, ubi plana vides; et lustra fuerunt,</p>
<p>.</p>
<p>55. quae nunc tecta subis; ubi nunc nemora ardua cernis,</p>
<p>hic nec terra fuit: domuit possessor, et illum</p>
<p>formantem rupes expugnantemque secuta</p>
<p>gaudet humus. Nunc cerne iugum discentia saxa</p>
<p>intrantemque domos iussumque recedere montem.</p>
<p>.</p>
<p>60. Iam Methymnaei vatis manus et chelys una</p>
<p>Thebais et Getici cedat tibi gloria plectri:</p>
<p>et tu saxa moves, et te nemora alta sequuntur.</p>
<p>Quid referam veteres ceraeque aerisque figuras,</p>
<p>si quid Apellei gaudent animasse colores,</p>
<p>.</p>
<p>65. si quid adhuc vacua tamen admirabile Pisa</p>
<p>Phidiacae rasere manus, quod ab arte Myronis</p>
<p>aut Polycliteo iussum est quod vivere caelo,</p>
<p>aeraque ab Isthmiacis auro potiora favillis,</p>
<p>ora ducum ac vatum sapientumque ora priorum,</p>
<p>.</p>
<p>70. quos tibi cura sequi, quos toto pectore sentis</p>
<p>expers curarum atque animum virtute quieta</p>
<p>compositus semperque tuus? [...] Quid mille revolvam</p>
<p>culmina visendique vices? Sua cuique voluptas</p>
<p>atque omni proprium thalamo mare, transque iacentem</p>
<p>.</p>
<p>75. Nerea diversis servit sua terra fenestris:</p>
<p>haec videt Inarimen, illinc Prochyta aspera paret;</p>
<p>armiger hac magni patet Hectoris, inde malignum</p>
<p>aera respirat pelago circumflua Nesis;</p>
<p>inde vagis omen felix Euploea carinis,</p>
<p>.</p>
<p>80. quaeque ferit curvos exerta Megalia fluctus;</p>
<p>angitur et domino contra recubante proculque</p>
<p>Surrentina tuus spectat praetoria Limon.</p>
<p>Una tamen cunctis procul eminet una di&lt;a&gt;etis,</p>
<p>quae tibi Parthenopen derecto limite ponti</p>
<p>.</p>
<p>85. ingerit: hic Grais penitus delecta metallis</p>
<p>saxa; quod Eoae respergit vena Syenes,</p>
<p>Synnade quod m&lt;a&gt;esta Phrygiae fodere secures</p>
<p>per Cybeles lugentis agros, ubi marmore picto</p>
<p>candida purpureo distinguitur area gyro;</p>
<p>.</p>
<p>90. hic et Amycl&lt;a&gt;ei caesum de monte Lycurgi</p>
<p>quod viret et molles imitatur rupibus herbas,</p>
<p>hic Nomadum lucent flaventia saxa Thasosque</p>
<p>et Chios et gaudens fluctus spectare Carystos:</p>
<p>omnia Chalcidicas turres obversa salutant.</p>
<p>.</p>
<p>95. Macte animo, quod Graia probas, quod Graia frequentas</p>
<p>arva, nec invideant quae te genuere Dicarchi</p>
<p>Moenia: nos docto melius potiemur alumno.</p>
<p>Quid nunc ruris opes pontoque novalia dicam</p>
<p>iniecta et madidas Baccheo nectare rupes?</p>
<p>.</p>
<p>100. Saepe per autumnum iam pubescente Ly&lt;a&gt;eo</p>
<p>conscendit scopulos noctisque occulta sub umbra</p>
<p>palmite maturo rorantia lumina tersit</p>
<p>Nereis et dulces rapuit de collibus uvas.</p>
<p>Saepe et vicino parsa est vindemia fluctu,</p>
<p>.</p>
<p>105. et Satyri cecidere vadis, nudamque per undas</p>
<p>Dorida montani cupierunt prendere Panes.</p>
<p>Sis felix, tellus, dominis ambobus in annos</p>
<p>Mygdonii Pyliique senis nec nobile mutes</p>
<p>servitium, nec te cultu Tirynthia vincat</p>
<p>.</p>
<p>110. aula Dicarcheique sinus, nec saepius isti</p>
<p>blanda Therapnaei placent vineta Gal&lt;a&gt;esi.</p>
<p>Hic ubi Pierias exercet Pollius artes,</p>
<p>seu volvit monitus, quos dat Gargettius auctor,</p>
<p>seu nostram quatit ille chelyn, seu dissona nectit</p>
<p>.</p>
<p>115. carmina, sive minax ultorem stringit iambon,</p>
<p>hinc levis e scopulis meliora ad carmina Siren</p>
<p>advolat, hinc motis audit Tritonia cristis.</p>
<p>Tunc rapidi ponunt flatus, maria ipsa vetantur</p>
<p>obstrepere, emergunt pelago doctamque trahuntur</p>
<p>.</p>
<p>120. ad chelyn et blandi scopulis delphines aderrant.</p>
<p>Vive, Midae gazis et Lydo ditior auro,</p>
<p>Troica et Euphratae supra diademata felix,</p>
<p>quem non ambigui fasces, non mobile vulgus,</p>
<p>non leges, non castra tenent, qui pectore magno</p>
<p>.</p>
<p>125. spemque metumque domas voto sublimior omni,</p>
<p>exemptus fatis indignantemque refellens</p>
<p>Fortunam; dubio quem non in turbine rerum</p>
<p>deprendet suprema dies, sed abire paratum</p>
<p>ac plenum vita. Nos, vilis turba, caducis</p>
<p>.</p>
<p>130. deservire bonis semperque optare parati,</p>
<p>spargimur in casus: celsa tu mentis ab arce</p>
<p>despicis errantes humanaque gaudia rides.</p>
<p>Tempus erat, cum te geminae suffragia terrae</p>
<p>diriperent celsusque duas veherere per urbes,</p>
<p>.</p>
<p>135. inde Dicarcheis multum venerande colonis,</p>
<p>hinc adscite meis, pariterque his largus et illis</p>
<p>ac iuvenile calens plectrique errore superbus.</p>
<p>At nunc discussa rerum caligine verum</p>
<p>aspicis. Illo alii rursus iactantur in alto,</p>
<p>.</p>
<p>140. et tua securos portus placidamque quietem</p>
<p>141. intravit non quassa ratis. Sic perge nec umquam</p>
<p>142. emeritam in nostras puppem dimitte procellas.</p>
<p>.</p>
<p>147. Tuque, nurus inter longe [...] praecordia curae,</p>
<p>non frontem vertere minae, sed candida semper</p>
<p>gaudia et in vultu curarum ignara voluptas;</p>
<p>.</p>
<p>150. non tibi sepositas infelix strangulat arca</p>
<p>divitias avidique animum dispendia torquent</p>
<p>fenoris: expositi census et docta fruendi</p>
<p>temperies. Non ulla deo meliore coh&lt;a&gt;erent</p>
<p>pectora, non alias docuit Concordia mentes.</p>
<p>.</p>
<p>143. Discite securi, quorum de pectore mixtae</p>
<p>144. in longum coiere faces sanctusque pudicae</p>
<p>145. servat amicitiae leges amor. Ite per annos</p>
<p>146. saeculaque et priscae titulos praecedite famae.</p>
<p>.</p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_116.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-945" title="Deco 06_1" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2010/12/Deco-06_116.jpg" alt="" width="1731" height="164" /></a></p>
<p><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_014.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3969" title="Foto Ciro A. R. Abilitato - Sorrento, Bagni della Regina Giovanna_014" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_014.jpg" alt="" width="1180" height="1720" /></a></p>
<p>Publio Papinio Stazio (Napoli ca. 45 d.C.− ivi 96)<br />
Le Selve II,2.</p>
<p>.</p>
<p>LA VILLA DI POLLIO FELICE A SORRENTO</p>
<p>Versione italiana di Ciro A. R. Abilitato</p>
<p>.</p>
<p>1. Fra le mura note col nome delle Sirene<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn1">[i]</a></p>
<p>e le rocce dal tempio di Minerva Tirrena<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn2">[ii]</a> gravate,</p>
<p>una villa s&#8217;erge che le dicarchèe<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn3">[iii]</a> profondità scruta,</p>
<p>là dove cara a Bromio è la campagna e su per le alte colline</p>
<p>.</p>
<p>5. un&#8217;uva al sole invigorisce che i torchi non invidia del Falerno.</p>
<p>Qui, dopo i patrii lustri quinquennali,</p>
<p>allorché una sonnolenta quiete oramai nello stadio era calata, e bianca</p>
<p>la polvere ristagnava, essendo i lottatori alle corone d&#8217;Ambracia rivoltisi,</p>
<p>lietamente mi trascinò, attraverso il familiare mare, l&#8217;eloquenza del mite Pollio,</p>
<p>.</p>
<p>10. e della splendida Polla la giovanile grazia,</p>
<p>ansioso di muovere già il passo là dove per un noto sentiero</p>
<p>s&#8217;arriva a battere l&#8217;Appia, regina delle lunghe vie.</p>
<p>Ma una sosta mi fu gradita. In una placida insenatura semicircolare, le acque</p>
<p>da una parte e dall&#8217;altra fluttuanti, attraverso le rocce d&#8217;un curvo dirupo irrompono.</p>
<p>.</p>
<p>15. La natura concede al luogo, sì che una spiaggia continua rompe la montagna</p>
<p>e tra promontori incombenti nella retrostante radura si espande.</p>
<p>La prima amenità del luogo sono due bagni termali esalanti</p>
<p>vapori dai tetti, e una fonte d&#8217;acqua dolce che, appena dal suolo sgorgata, corre</p>
<p>incontro al salso mare. Qui arde dal desiderio di bagnarsi il melodioso coro di Fòrco,</p>
<p>.</p>
<p>20. e Cimòdoce dall&#8217;umida chioma, e la vigorosa Galatèa.</p>
<p>Vigila dinanzi al palazzo il ceruleo reggitore dei gonfi flutti,</p>
<p>custode d&#8217;un innocente focolare, i cui sacrari spumeggiano</p>
<p>al frangersi dell&#8217;onda amica. I campi rigogliosi protegge l&#8217;Alcìde;</p>
<p>sotto una coppia di numi il porto gioisce:</p>
<p>.</p>
<p>25. uno guarda la terraferma, l&#8217;altro l&#8217;incrudelire dei flutti contrasta.</p>
<p>Meravigliosa è la quiete del vasto mare: qui il loro furore</p>
<p>le stanche onde placano e con maggiore clemenza gli Austri furiosi</p>
<p>spirano; qui meno ardita si fa la precipitosa tempesta</p>
<p>e da nessuna burrasca i placidi bacini sono turbati,</p>
<p>il carattere del loro signore ricalcando.</p>
<p>.</p>
<p>30. Di là un portico s&#8217;inerpica attraverso sbilenche giogaie,</p>
<p>opera degna d&#8217;una città, e col suo lungo dorso le aspre rupi vince.</p>
<p>Qui la luce del sole alla densa polvere un tempo si mescolava</p>
<p>e disagevoli erano della via le asperità, mentre ora è un piacere per questi luoghi</p>
<p>andare, come quando all&#8217;alta cima di Èfire, città sacra a Bacco, ti volgi,</p>
<p>.</p>
<p>35. e il coperto sentiero percorri che dal santuario di Lièo e Ino ivi conduce.</p>
<p>Seppure l&#8217;Elicona tutti i suoi corsi d&#8217;acqua mi concedesse, e la fonte Piplèa</p>
<p>alla mia sete sopravanzasse, o se questa abbondantemente lenita venisse</p>
<p>per opera dello zoccolo del destriero alato, o se anche la misteriosa Femònoe</p>
<p>le sue pudiche sorgenti dischiudesse, o quelle che col favore di Fèbo</p>
<p>.</p>
<p>40. il mio Pollio agitò, nel profondo immergendovi la sua brocca,</p>
<p>mai potrei con versi pieri degnamente del luogo descrivere le innumeri</p>
<p>piacevolezze. A malapena gli occhi mi bastarono per quella lunga serie d&#8217;incanti;</p>
<p>a stento, nell&#8217;aggirarmi per ogni dove, poterono i passi bastarmi.</p>
<p>Quanti spettacolari richiami tutti in una volta qui riuniti! Ammirerò dunque</p>
<p>.</p>
<p>45. per prima la pregevolezza dei luoghi, o piuttosto del loro proprietario la genialità?</p>
<p>Questo lato della casa il sole nascente guarda nel suo tenero splendore;</p>
<p>l&#8217;altro il diurno astro al tramonto trattiene, e non lascia la sua luce andar via allorquando, già</p>
<p>stanco il giorno, l&#8217;ombra scura del monte mollemente scivola nel mare,</p>
<p>e nel flutto cristallino ondeggiando, i padiglioni del palazzo si specchiano.</p>
<p>.</p>
<p>50. Da questa parte la villa vibra per il fragore del mare, da quest&#8217;altra non conoscono</p>
<p>i suoi ambienti la sonorità dei flutti, privilegiando essi dell&#8217;entroterra i silenzi.</p>
<p>La natura ha mostrato propensione per questa plaga; qui, arresasi al coltivatore,</p>
<p>si è ammansita, docilmente cedendo ad usi che in precedenza le erano sconosciuti.</p>
<p>Dove ora vedi pianure, prima c&#8217;era un monte, e anfratti inaccessi al posto degli</p>
<p>.</p>
<p>55. edifici nei quali adesso entri. Ove scorgi alti boschi, lì non c&#8217;era</p>
<p>neppure il terreno: ogni cosa il proprietario ha piegato al suo volere,</p>
<p>e il suolo, corrispondendogli, di lui gioisce, che le rocce modellò e divelse.</p>
<p>Osserva ora come abbiano di buon grado accolto le rupi le direttive loro impartite</p>
<p>e come la montagna nella casa penetri o se ne discosti secondo quanto ad essa prescritto.</p>
<p>.</p>
<p>60. Ceda senz&#8217;altro dinanzi a te la bravura del vate di Metimna, e nel contempo</p>
<p>la lira tebana e la rinomanza del plettro gètico:</p>
<p>tu fai muovere le rocce, e al tuo seguito le alte foreste si pongono.</p>
<p>A che le antiche sculture di cera e di bronzo menzionare, se qui non mancano</p>
<p>gioiosi capolavori dai colori di Apelle animati,</p>
<p>.</p>
<p>65. come pure mirabili esemplari dalle mani di Fidia plasmati,</p>
<p>mentre Pisa ne rimane priva! A che menzionare le opere cui fu ordinato di prendere vita</p>
<p>dalla maestria di Miróne o dalla sgòrbia di Policlèto? e bronzi più preziosi</p>
<p>dell&#8217;oro provenienti dalle fucine dell&#8217;Istmo! e busti delle personalità più insigni,</p>
<p>di condottieri, e poeti, e di antichi sapienti,</p>
<p>.</p>
<p>70. i quali, libero da incombenze, con serena purezza di spirito e l&#8217;animo</p>
<p>nella migliore disposizione, vorresti seguire, e che tuoi senti fin nel</p>
<p>profondo. [...] Quali degli innumerevoli punti di osservazione dovrei ricordare</p>
<p>della villa? Quali panorami in particolare, degni d&#8217;essere ammirati? Qui ogni lato ha</p>
<p>la sua attrattiva, ogni stanza una vista esclusiva del mare, e oltre la piatta</p>
<p>75. distesa di Nerèo, ogni finestra un diverso scorcio offre alla vista delle circostanti terre:</p>
<p>una guarda Inàrime, un&#8217;altra si affaccia in direzione della tormentata Procida.</p>
<p>Di qua si profila lo scudiero del magnifico Ettore, di là, accerchiata dal mare,</p>
<p>Nìsida, che un&#8217;aria mefitica respira; e più lontano Euplèa,</p>
<p>felice auspicio per le navi erranti;</p>
<p>.</p>
<p>80. e Megàlia, che con i suoi protesi contrafforti i ricurvi marosi e qualunque altra cosa</p>
<p>vi si scontri frantuma. Si angustia la tua residenza di Limone, allorché sull&#8217;opposto lido</p>
<p>il suo signore se ne sta sdraiato, da lontano i palazzi di Sorrento ammirando.</p>
<p>Di tutte le sale, una però, in posizione più elevata, attraverso</p>
<p>l&#8217;estensione marina, fino a Partenope lo sguardo lascia posare.</p>
<p>.</p>
<p>85. Qui sono marmi accuratamente selezionati, provenienti dalle cave di Grecia:</p>
<p>quello spruzzato di venature, importato dalla orientale Siène,</p>
<p>e quello che le scuri frigie estrassero dal suolo della triste Sinnàda, per i campi</p>
<p>di Cibele ancora in lutto, dove nella pietra splendente, dalle superfici screziate,</p>
<p>il bianco fondo fra purpuree volute risalta;</p>
<p>.</p>
<p>90. qui è quello tagliato dai monti dell&#8217;amiclèo Licurgo,</p>
<p>i cui verdi riflessi le tenere erbe delle rocce richiama;</p>
<p>qui splendono i biondi marmi di Numidia, e il marmo di Taso,</p>
<p>e di Chio, e quello di Carìsto, che gioisce nel contemplare lo spettacolo dei flutti.</p>
<p>Tutte queste meraviglie salutano le torri calcidiche alle quali si volgono.</p>
<p>.</p>
<p>95. Sii dunque soddisfatto, giacché cose greche osservi, da terre greche</p>
<p>sei attorniato. Non siano di te invidiose [o Pollio] le mura di Dicarco<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn4">[iv]</a> che i natali</p>
<p>a te diero: noi più felicemente ci diremo dal loro abile figlio conquistati.</p>
<p>Che dirò ora della prosperità del podere, e dei campi coltivati che si prolungano</p>
<p>fin dentro al mare, e dei rupestri pendii impregnati del soave profumo di Bacco?</p>
<p>.</p>
<p>100. Sovente, durante l&#8217;autunno, quando l&#8217;uva comincia a maturare,</p>
<p>una nereide, celata nell&#8217;oscurità della notte, sulle rupi s&#8217;inerpica, e</p>
<p>coi pampini maturi gli occhi stillanti lacrine si asciuga,</p>
<p>i dolci grappoli ai poggi strappando.</p>
<p>Quante volte la vendemmia è stata risparmiata dal vicino flutto,</p>
<p>.</p>
<p>105. e i satiri nell&#8217;acqua sono caduti, e i Pan della montagna</p>
<p>Doride nuda hanno desiderato sorprendere tra le onde?</p>
<p>Propizia sia tu a entrambi i padroni, o terra, per tutti gli anni</p>
<p>che visse il vecchio della Migdonia e quello di Pilo. Non lasciare per altri</p>
<p>il tuo nobile servizio, non ti superi in splendore la reggia di Tirìnto,</p>
<p>.</p>
<p>110. né quella del golfo dicarchèo; e nemmeno piaccia a codesti tuoi padroni</p>
<p>più spesso visitare i seducenti vigneti del terapnèo Galéso<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn5">[v]</a>.</p>
<p>Qui, dove Pollio alle arti si dedica delle sorelle Pièrie,</p>
<p>sia che mediti sui precetti del filosofo di Gargètto<a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_edn6">[vi]</a>,</p>
<p>sia che faccia vibrare la nostra comune lira, sia che componga</p>
<p>.</p>
<p>115. carmi di vario metro, o che minaccioso col giambo vendicatore colpisca,</p>
<p>agili da una parte accorrono le sirene, che dai marini anfratti si allontanano</p>
<p>per udire melodie migliori delle loro; dall&#8217;altra, con la cresta del cimiero scompigliata,</p>
<p>la Tritonide ascolta. Si placano allora gli svelti venti,</p>
<p>perfino al mare è negato mugghiare; dal plettro sapiente attratti sono</p>
<p>.</p>
<p>120. i delfini, che a fior d&#8217;acqua emergono e intorno alla scogliera festevoli guizzano.</p>
<p>Vivi tu più ricco di Mida coi suoi tesori, e del re di Lidia con tutto il suo oro,</p>
<p>più felice di chi le gemme di Troia e dell&#8217;Eufrate possiede.</p>
<p>Non ti tormentano le infide cariche pubbliche e il volgo volubile,</p>
<p>non le leggi, né gli impegni castrensi; magnanimo e ad ogni desiderio superiore,</p>
<p>.</p>
<p>125. speranze e timori tu domini; dalla mutevolezza dei Fati libero,</p>
<p>gli agguati dell&#8217;avversa Sorte vanifichi. Non ti coglierà</p>
<p>l&#8217;estremo giorno nell&#8217;incerto turbine degli accadimenti, bensì pronto al viaggio</p>
<p>e della vita pago. Noi, vacillante moltitudine, del desiderio e dei beni fugaci</p>
<p>sempre pronti a farci schiavi, travolti viviamo dal caso.</p>
<p>.</p>
<p>130. Tu, dall&#8217;eccelsa cittadella del tuo pensiero, sdegnoso</p>
<p>volgi lo sguardo a coloro che vagando la vita trascorrono,</p>
<p>e ridi dei trastulli umani. Tempo vi fu in cui due località vicine</p>
<p>i tuoi consensi si contendevano, e tu fiero attraverso le due città</p>
<p>ti lasciavi condurre, all&#8217;una per sottoporti all&#8217;entusiasta venerazione</p>
<p>.</p>
<p>135. dei coloni dicarchèi, all&#8217;altra in quanto i miei concittadini ti avevano adottato.</p>
<p>E tu parimenti generoso verso gli uni e gli altri ti mostravi,</p>
<p>e superbo, nel tuo giovanile fervore, per le varizioni del tuo plettro.</p>
<p>Ma ora, dissipata la caligine che adombra le cose, il vero tu vedi:</p>
<p>altri di nuovo sballottati sono là, in alto mare,</p>
<p>.</p>
<p>140. mentre indenne sicuri porti il tuo battello ha raggiunto e la mite quiete.</p>
<p>141. Continua in cotal guisa, mai non abbandonare</p>
<p>142. l&#8217;eccellente tuo naviglio in mezzo alle nostre burrasche.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p>147. E tu fra le nuore, [o Polla], il cui cuore in alcun modo [...] le inquietudini mutarono,</p>
<p>né le insidie la fronte, sempre sul tuo volto una serena</p>
<p>letizia dispiega e la soavità ignara delle angustie.</p>
<p>.</p>
<p>150. Non dunque in disparte, in un arcigno forziere soffocate, le tue ricchezze conservi, né</p>
<p>l&#8217;anima ti dilacerano le perdite dell&#8217;avido profitto:</p>
<p>alla luce del sole il tuo patrimonio si stende, e con assennata moderazione tu ne trai</p>
<p>godimento. Mai due cuori furono così uniti sotto gli auspici d&#8217;un più propizio nume,</p>
<p>mai Concordia due temperamenti in simil maniera poté plasmare.</p>
<p>.</p>
<p>143. Ciò serenamente apprendete, voi dai cui cuori le fiaccole d&#8217;amore, una volta suscitate,</p>
<p>144. per lungo cammino sono destinate a rimanere congiunte; voi il cui santo amore</p>
<p>145. le convenienze osserva d&#8217;una rispettosa amicizia. In tal guisa, per anni e generazioni</p>
<p>146. proseguite, e della vostra stirpe, i meriti e l&#8217;originaria ammirazione sopravanzate.</p>
<hr size="1" /><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref1">[i]</a> <strong>Sirène</strong> – sono spiriti delle acque dal seducente richiamo, creature fascinatrici appartenenti al mondo degli abissi marini.</p>
<p><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref2">[ii]</a> <strong>tempio di Minerva Tirrena</strong> – è l&#8217;<em>Athenaion</em>, il santuario che, <strong>c</strong>ome Strabone attesta nella sua opera di geografia (<em>Geographica</em>, V, 27), fu eretto da Odìsseo in onore di Atèna sul Promontorio delle Sirène, chiamato poi Capo Atenèo, o anche, per metonimìa, <em>Athènaion</em>, e dai Romani <em>Promontorium Minervae</em> (Capo Minerva) o <em>Promontorium Surrentinum</em> (Promontorio di Sorrento o Capo di Sorrento). Il nome di Punta della Campanella si deve invece a Roberto il Saggio (re Roberto d’Angiò: Santa Maria Capua Vetere, 1277 – Napoli, 16 gennaio 1343), che nel 1335 vi fece costruire la Torre Minerva, un bastione a pianta circolare con funzione di sorveglianza marittima e di segnalazione; uno dei tanti del sistema difensivo costiero del regno di Napoli a protezione delle popolazioni litoranee dalle incursioni piratesche. In caso di pericolo l&#8217;allarme veniva diffuso all&#8217;intorno da queste torri, oltre che con falò e segnali di fumo, anche attraverso il suono di una campana. Da allora, il promontorio roccioso che prende il nome dalla campana della torre è divenuto per i naviganti il simbolo geografico dell&#8217;intera regione. Nel 1566, al tempo del viceregno di don Pedro Afàn de Ribera duca d&#8217;Alcalà, andata distrutta dai Turchi la torre voluta da Roberto d&#8217;Angiò, una nuova Torre Minerva, a pianta quadrata, venne edificata sulla parte estrema del promontorio della Campanella, in posizione più elevata rispetto alla vecchia costruzione. Ancora oggi, poco più in basso dell&#8217;attuale fortilizio, sono visibili i resti di un edificio circolare, molto attendibilmente riconosciuti come il basamento della preesistente torre angioina. <strong> </strong></p>
<p><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref3">[iii]</a> <strong>dicarchèe</strong> − agg. &#8220;di Dicàrco&#8221;; quest&#8217;ultimo contrazione per sincope del nome Diceàrco, attribuito al capo di una spedizione di profughi Greci fuggiti dall&#8217;isola di Samo per sottrarsi alla tirannide di Policrate, i quali, approdati sulla costa dei Campi Flegrei, fondarono, nel 531 a.C (anno 231 di Roma), con il consenso di Cuma, la città di Diceàrchia (&#8220;città di Dicearco&#8221; o anche &#8220;città del giusto governo&#8221;), l&#8217;odierna Pozzuoli, di cui era originario Pollio Felice, il dedicatario del componimento di Papinio Stazio.</p>
<p><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref4">[iv]</a> <strong>le mura di Dicarco</strong> – l&#8217;espressione indica per sineddoche la città fondata da Dicàrco (o Diceàrco), che è Pozzuoli, dove Pollio Felice era nato.</p>
<p><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref5">[v]</a> <strong>Terapnèo Galéso</strong> – Terapnèo, agg., di Teràpne, località della Grecia presso Sparta, dove scorre il fiume Eurota; l&#8217;aggettivo è usato nell&#8217;accezione di lacóne, spartano. Il piccolo fiume Galéso, che scorre nei pressi di Taranto, è detto <em>terapnèo</em>, cioè spartano, perché i coloni spartani amavano chiamarlo Eurota, a ricordo dell&#8217;omonimo fiume che scorreva presso Sparta. Pertanto, in questo caso, <em>terapnèo</em> sta anche per <em>tarentino</em> (<em>il tarentino fiume spartano</em>), o per <em>breve</em>, con riferimento al modo di parlare e di scrivere degli Spartani, notoriamente breve e conciso, in quanto il Galeso, con i suoi 900 metri di lunghezza, è uno dei fiumi più brevi al mondo.</p>
<p><a href="file:///E:/01_DOCUMENTI%20AAA/01_RACCOLTA%20PRIMARIA%20DOCUMENTI_AAA/027F_Sito%20Serenusbloom/CULTURA%20LATINA/La%20villa%20di%20Pollio%20Felice%20a%20Sorrento%2001.doc#_ednref6">[vi]</a> <strong>Gargètto</strong> – è un demo dell&#8217;Attica, dove nacque Epicuro, detto perciò il filosofo di Gargetto.</p>
<p>.</p>
<hr size="1" /><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_015.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3970" title="Foto Ciro A. R. Abilitato - Sorrento, Bagni della Regina Giovanna_015" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2012/02/Foto-Ciro-A.-R.-Abilitato-Sorrento-Bagni-della-Regina-Giovanna_015.jpg" alt="" width="1736" height="1180" /></a></p>
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		<title>Componimento in lode del vino: VINUM GLORIOSUM</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 10:07:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ciroabilitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciro A. R. Abilitato]]></category>

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		<description><![CDATA[V I N U M   G L O R I O S U M Traduz. Ciro A. R. Abilitato . . . Il seguente componimento in lode del vino è attribuito a Morando da Padova, un grammarico italiano del XIII &#8230; <a href="https://www.serenusbloom.it/sb/?p=10066">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: center; text-indent: 14.2pt;"><strong><span style="font-size: 20.0pt; mso-bidi-font-size: 13.0pt; color: blue;">V I N U M   G L O R I O S U M</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">Traduz. Ciro A. R. Abilitato</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;"><a href="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/04/la-vite.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10051" title="la vite" src="http://www.serenusbloom.it/sb/wp-content/uploads/2014/04/la-vite.jpg" alt="" width="960" height="720" /></a>.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;"><span style="font-size: 14.0pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;">Il seguente componimento in lode del vino è attribuito a Morando da Padova, un grammarico italiano del XIII secolo, maestro a Bologna. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt;">.</p>
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<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">1</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Vinum dulce gloriosum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">pingue</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> facit et carnosum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">atque</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> pectus aperit.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 2.85pt 3.0pt 2.85pt 3.0pt; height: 46.85pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Il vin dolce   glorioso</span></strong></p>
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<p><!--[endif] --><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">ben tondo rende l&#8217;uomo e in carne,</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">il petto</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;"> </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(l&#8217;animo)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;"> aprendo</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 43.7pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 43.7pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">2</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Et maturum, gustu plenum,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">valde</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> nobis est amoenum,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">quia</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> sensus acuit.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 43.7pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">Se</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> maturo e pien di gusto,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">è piacevole   e a noi gradito assai,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">giacché</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> i sensi acuisce.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 46.1pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 46.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">3</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Vinum forte, vinum purum,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">reddit</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> hominem securum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">et</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> depellit frigora.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 46.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">È vino puro   il vin forte: </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">risoluto rende</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> I&#8217;uomo</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">e </span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">il   freddo</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;"> ricaccia</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 46.75pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 46.75pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">4</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Sed acerbum linguas mordet,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">intestina</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> cuncta sordet</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">corrumpendo</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> corpora.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 46.75pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Ma se acerbo   morde il palato,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">tutti i visceri sconvolge</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">e il corpo   fiacco rende.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 93.1pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 93.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">5</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Vinum quod est glaucum aut citrinum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">potatorem</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> vero facit raucum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">et</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> frequenter mingere.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 93.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Quel vino che   è di color glauco </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(verdolino-azzurrognolo)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> o citrino </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(giallo-verdatro)</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">fa roco il bevitore,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">e </span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">spesso   e molto </span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">fa </span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">pisciare </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(è molto diuretico)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 51.4pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 51.4pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">6</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Vinum turbulentum, nimium saepe,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">solet</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> dare corpus lentum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">et</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> colorem tingere.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 51.4pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Il vin torbido   assai sovente</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">restituisce</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> membra pigre e lente,</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">solendo</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> di colore macchiare.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 65.15pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 65.15pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: maroon;">7</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> Vinum rubeum subtile</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">nihil</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> est   reputandum vile,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">nam</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> salutiferum   colorem generat.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 65.15pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">I</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">l vin   rosso sopraffino</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">per nulla è   da ritenersi da meno,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">in quanto salutare colorito genera </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(è   ricostituente)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 57.9pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 57.9pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: maroon;">8</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;"> Auro</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> simile aut succinum</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">valde</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> fovet stomachum latrantem,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">et</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> languores   suffocat.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 57.9pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Quel che è simile   a oro o ambrato ha l&#8217;aspetto<br />
</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">ben sostiene</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> lo stomaco borbogliante,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">e i languori   soffoca efficacemente.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table class="MsoNormalTable" style="width: 17.0cm; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="643">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes; height: 74.1pt;">
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 74.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: maroon;">9</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;"> Alba</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> lympha maledicta</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">sit</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> a   nobis interdicta,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: navy;">quia</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: navy;"> splenem commacerationemque provocat.</span></strong></p>
</td>
<td style="width: 241.0pt; padding: 3.0pt 3.0pt 3.0pt 3.0pt; height: 74.1pt;" width="321" valign="top">
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">Liquido   incolore maledetto </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(cioè, l&#8217;acqua)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">sia</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> esso   a noi rigorosamente precluso,</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; color: green;">giacché</span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"> </span></strong><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;"><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">anemia da </span></strong>mal di milza  procura e general rammollimento </span></strong><span style="font-size: 13.5pt; mso-bidi-font-weight: bold;">(deperimento)</span><strong><span style="font-size: 13.5pt; color: green;">.</span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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