Il primo lancio di scarpe contro un capo di Stato

di Ciro A. R. Abilitato

Il 14 dicembre 2008, il giornalista iracheno Muntazar al-Zaidi, alzandosi in piedi fra gli altri suoi colleghi, lanciò le sue logore scarpe contro Jeorge W. Bush, che peraltro fu abilissimo a schivarle. Ciò avvenne nel corso dell’ultima conferenza stampa tenuta in Iraq dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America, ormai prossimo alla fine del suo secondo mandato quadriennale, iniziato il 20 gennaio 2005. Bush, naturalmente, benché fosse stato mancato, aveva dovuto chinare due volte la testa per spostarsi dall’inflessibile traiettoria dei mocassini di al-Zaidi, che lo aveva anche acerbamente apostrofato, chiamandolo “cane”. Il giornalista trentenne − che tre anni prima era stato assunto dalla tv al-Bagdadia, appena fondata al Cairo con capitali iracheni − venne subito bloccato e arrestato per essere poi sottoposto a giudizio dal tribunale del suo paese, con l’imputazione di “aggressione a un capo di Stato straniero in visita diplomatica”. Il gesto venne ripreso dalle telecamere e fece il giro del mondo, scatenando un’ondata di solidarietà nei confronti dell’audace reporter. Il consiglio degli Ulema (i dotti di scienza religiosa dell’Iraq), definì l’evento “un momento storico che aveva mostrato agli Stati Uniti e al mondo intero quello che gli iracheni pensavano dell’occupazione americana”. I giornali, dall’uno all’altro emisfero, versarono fiumi d’inchiostro su quello che fu definito un gesto simbolico senza precedenti, mentre su Facebook si costituirono centinaia di gruppi di fan di al-Zaidi e su Youtube il filmato del plateale lancio delle scarpe venne cliccato da oltre un milione di curiosi. Giornali e tv arabi dedicarono al giovane reporter uno spazio eccezionale, con articoli, commenti e vignette, mentre le scarpe lanciate contro l’occupante straniero divennero immediatamente il simbolo del riscatto dell’Iraq contro l’aggressione USA. Molti siti popolari islamici misero in rete gallerie fotografiche che mostravano folle di persone esultanti che sfilavano per le strade e affollavano le piazze agitando scarpe al di sotra delle loro teste per manifestare solidarietà al giornalista iracheno. I migliori avvocati iracheni, tra cui Khalil al Doulaimi, già difensore di Saddam Hussein, avanzarono l’offerta di gratuito patrocinio per il giovane eroe che aveva osato alzarsi contro l’oppressore e che rischiava una condanna fino a 15 anni di galera. In quel periodo, la Baydan Shoe Company dovette perfino assumere 100 operai turchi per far fronte all’impennata di richieste di scarpe modello 271, che era appunto quello lanciato da al-Zaidi contro il presidente americano, e che fu prontamente ribattezzato “Bye Bye Bush”. Il processo fu rapidissimo: la prima udienza si tenne il 19 febbraio del 2009, la seconda l’11 marzo successivo, ma ormai Mountazar era divenuto l’eroe nazionale del suo paese e una celebrità mondiale. Il lancio delle scarpe è un oltraggio particolarmente grave per la cultura araba e islamica, tanto più che il cronista aveva insultato il presidente Usa chiamandolo “cane”, un’offesa pesantissima, dato che questo animale è considerato impuro dai musulmani. Nel corso dell’udienza preliminare, assistito da un collegio di difesa di ben 25 avvocati, al-Zaidi si era dichiarato “non colpevole”, sostenendo che “il presidente americano non poteva essere ospite di un paese che aveva occupato con le sue truppe”. Questa eccezione aveva costretto il giudice Abdel Amir al Rubai ad accertare se la visita di Bush in Iraq fosse stata o meno ufficiale, e poiché venne appurato che era stata una visita ufficiale, il giornalista fu condannato. Tuttavia al-Zaidi, abituato ormai al fatto che tutti gli guardassero le scarpe, sostenne sempre la propria tesi, affermando che la sua reazione era stata “naturale”, e che “qualsiasi iracheno si sarebbe comportato allo stesso modo”. La condanna, che effettivamente poteva anche essere di quindici anni − come quella che nello stesso periodo fu comminata a Tareq Aziz, diplomatico iracheno durante il governo di Saddam Hussein − fu di tre anni di carcere, ma a seguito di forti pressioni, come lo stesso Muntazar rivelò, trascorsi nove mesi di prigione, il governo fantoccio del premier iracheno al-Maliki aveva dovuto lasciarlo andare. Così, a metà settembre 2009, al-Zaidi era già in procinto di prendere il volo per Ginevra. Il tempo di ricevere un’accoglienza trionfale nel suo paese, di farsi dire delle centinaia di offerte di matrimonio, di lavoro e di soldi che erano piovute per lui durante la sua assenza, e poi via alla volta della Svizzera. I suoi progetti erano molto chiari, e più che un giornalista, sembrava ormai un businessman in missione d’affari. “Non pensavo di sopravvivere – confessò agli intervistatori – ho creduto che mi avrebbero sparato subito”. Ad ogni modo, nella città svizzera avrebbe dato vita, come raccontò, ad una fondazione che si sarebbe occupata delle vedove, degli orfani e dei disabili iracheni. Al momento della partenza, facendo sfoggio di un paio di mocassini neri nuovi con un piccolo intreccio sul davanti, Muntazar dichiarò che “in fondo era stato meglio che Bush non fosse stato colpito dalle sue scarpe, perché il modo in cui il presidente americano era stato costretto a inchinarsi, era valso molto più di mille bernoccoli”. Il giovane poteva dunque ritenersi soddisfatto. L’unico motivo di amarezza, disse, era il fatto di non avere più i suoi vecchi mocassini: “Rivorrei le mie scarpe” dichiarò “le ho chieste molte volte, ma non mi hanno mai risposto. Sono certo che le ha qualcuno del governo”. I suoi colleghi giornalisti gli chiesero perché tenesse tanto a riaverle, ora che tutti i suoi connazionali lo salutavano come un eroe. Lui, senza esitazione, rispose: “Perché? Semplice: voglio venderle: mi hanno offerto 12 milioni di dollari per quei vecchi mocassini”. Quando gli chiesero da dove venissero quelle calzature, dal momento che Turchia, Bangladesh, Nepal, Giordania e, insomma, mezzo globo ne rivendicava la paternità, il giovane rispose che l’unica cosa che sapeva era di averle acquistate in Iraq, e che quel che contava era che avevano portato a Bush un chiaro messaggio di come la pensava la gente del suo paese. Naturalmente, a queste parole qualcuno sulla stampa internazionale replicò che da allora in poi, come si fa quando si entra nelle moschee, sarebbe stato meglio pretendere dai giornalisti islamici che si togliessero le scarpe prima di essere ammessi alla presenza di rappresentanti di paesi stranieri. Altri fecero eco a questa osservazione dicendo che, comunque, anche così, non si sarebbero potuti evitare pericoli di aggressione concepiti secondo altre imprevedibili modalità. Il poeta iracheno Faeq Hassan celebrò invece il coraggio del giovane connazionale con questi brevi versi:
“Colpiscilo, che sia così restituita dignità all’Iraq.
Perfino le scarpe non hanno voluto baciarlo.
Dopo tanto oblio, tu ci hai riportati alla gloria,
ci hai fatto rialzare la testa oltre le nuvole.
Colpiscilo, Figlio dell’Eufrate”.

Dopo George W. Bush, il 7 marzo 2009, anche Mahmoud Ahmadinejad, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005, fu bersaglio di un lancio di scarpe. La notizia venne riportata da numerosi blog indipendenti iraniani, mentre la stampa ufficiale non scrisse una parola. L’incidente avvenne nella città nord occidentale di Urimiye, mentre il presidente stava viaggiando a bordo di un’auto scoperta. In quella circostanza, però, la guardia presidenziale iraniana non riuscì a catturare l’emulo del giornalista iracheno al-Zaidi. Secondo ’Urumiye News’, a provocare il gesto di rabbia contro il presidente iraniano fu il fatto che le auto del corteo avevano urtato, durante il loro passaggio, un vecchio che cercava di avvicinarsi ad Ahmadinejad per consegnargli una lettera. Sembra, comunque, che non fosse quella la prima volta che Ahmadinejad sia stato oggetto di un lancio di scarpe, ossia di ciò che nella cultura islamica è considerata come la massima offesa: nel 2006 gli era stata già tirata una scarpa durante una protesta all’università Amir Kabir di Teheran.

Il 4 settembre 2010 fu invece la volta di Tony Blair, a Dublino. L’ex primo ministro britannico era eppena arrivato davanti alla libreria Eason in O’Connel Street, dove era atteso per autografare le copie del suo libro di memorie ‘A Journey’ (Un Viaggio). Doveva essere quella, infatti, la prima tappa del tour di presentazione della sua opera autobiografica. Non avrebbe dovuto fare altro che firmare copie, stringere mani e incontrare lettori, ma all’arrivo della colonna di auto che lo scortava iniziò un fitto lancio di oggetti. L’ex leader laburista si trovò davanti una folla di 300 dimostranti che manifestavano contro la guerra in Iraq e che gli tiravano uova e perfino scarpe, nello stile del famoso attacco a George W. Bush da parte del giornalista iracheno Muntazar al-Zaidi. Anche Blair riuscì come Bush a schivare le scarpe che in quella occasione volarono contro di lui, ma non poté sottrarsi alle grida e agli slogan che gli vennero scagliati contro dai contestatori, tipo “Hey Tony, quanti bambini hai ucciso oggi?”, “Guarda Blair, c’è sangue sulle tue mani”, “Tony Blair, sei un criminale di guerra”, “Arrestate il macellaio Blair”, e altre dello stesso tenore. L’ingente servizio d’ordine composto dalla polizia irlandese e dalla scorta di agenti segreti di cui Blair ancora usufruiva, sospingendolo rapidamente all’interno dell’edificio dove erano state predisposte misure di sicurezza, evitò che l’ex inquilino di Downing Street fosse colpito dai lanci di scarpe o avvicinato dai contestatori. Si disse che Blair aveva scelto Dublino come luogo d’esordio delle sue apparizioni pubbliche, dopo le dimissioni da primo ministro del Regno Unito il 27 giugno 2007, nella speranza di distogliere l’attenzione dall’Iraq per richiamarla sulla pace in Irlanda del Nord tra protestanti e cattolici, che era stato il maggiore successo dei suoi dieci anni al governo del paese. Ma non era servito. La folla di pacifisti assiepata all’esterno della libreria della capitale irlandese alzava cartelli che ricordavano le “bugie” sulla guerra in Iraq, le armi non trovate, i massacri di civili, le vittime tra le forze armate britanniche per una guerra “sbagliata e illegale”, e così via. La polizia aveva messo le transenne davanti al marciapiede su cui si erano sistemati i pacifisti, ma ad un certo punto dovette perfino caricare per mettere fine ai disordini. Una pacifista, venendo avanti dalla folla, gli si avvicinò per dirgli in tono autoritario: “Tony Blair, in nome della legge, la dichiaro in arresto per crimini di guerra”, ma fu allontanata dal servizio d’ordine. Ad ogni modo, Blair riuscì ad entrare all’interno della libreria Eason, dove, ripreso dalla televisione, strinse sorridente la mano ai dipendenti e quella di coloro che lo avevano atteso all’interno, per poi mettersi in posa accanto ad una pila di volumi delle sue memorie. Anche se nel libro l’ex premier britannico diceva di aver pianto e di essersi disperato per le vittime della guerra in Iraq, continuò a ripetere che la decisione di abbattere Saddam Hussein fu giusta, che il radicalismo islamico era la maggiore minaccia per la sicurezza e la pace mondiale, e che la lotta per estirparlo sarebbe stata ancora lunga e difficile. Nella prima settimana le copie del libro andarono a ruba, battendo tutti i record precedenti relativi a titoli di pubblicazioni dello stesso genere.

Prima del clamoroso lancio di scarpe del giornalista iracheno Muntazar al-Zaidi contro Jeorge W. Bush, nel corso della famosa conferenza stampa del 14 dicembre 2008 a Bagdad, l’unico episodio che si ricordasse relativamente ad un uso improprio di scarpe, era quello di Nikita Krusciov, che il 12 ottobre 1960, in un’accesa sessione della 15a Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si alzò in piedi dal suo posto, si tolse la scarpa destra e la sbatté energicamente sul banco davanti a lui per protestare contro le affermazioni del delegato delle Filippine, Lorenzo Sumulong, che accusava l’Urss di imperialismo in Europa orientale. Stando a quanto si riporta, Krusciov prima brandì il mocassino di vitello marrone in direzione di Sumulong, chiamandolo “kohlui”, che in russo significa “creatura servile”, e poi, dopo aver accusato il rappresentante filippino di essere un lacchè dell’imperialismo, prese a battere ritmicamente il suo calzare sul banco al fine di attirare l’attenzione del presidente della seduta, l’irlandese Frederick Boland, che invece, seccato da questa interruzione, sollecitò Sumulong a continuare il suo intervento. L’episodio di Krusciov che percuote con la sua scarpa il banco alle Nazioni Unite è rimasta un’icona indelebile del XX secolo, entrata ormai nella storia e nella coscienza collettiva. Tuttavia, il segretario del PCUS non scagliò le sue scarpe contro nessuno degli intervenuti all’Assemblea Generale dell’Onu. Di conseguenza, il primo esempio moderno di un lancio di scarpe in segno di protesta contro un diplomatico straniero rimane quello di Muntazar al-Zaidi. Si deve però precisare che l’azione del giornalista iracheno è stata storicamente preceduta da un altro avvenimento simile, narrato da Ammiano Marcellino nelle sue Storie, e che può davvero essere considerato il primo lancio di scarpe che la storia ricordi contro un capo di Stato.

Ammiano Marcellino fu uno storico latino di età tardo-imperiale, nato ad Antiochia, Siria, nel 335 c. e morto forse a Roma nel 400 c. Sebbene fosse siriano, era di famiglia di cultura greca, ma scrisse in latino, ed è considerato il maggiore degli storici latini del IV secolo d.C. Era comunque un cittadino romano a tutti gli effetti, nobile di nascita, come egli stesso dichiara nella sua opera, dove dice di essere ‘ingenuus’, cioè di libera condizione, e mostrando sempre di sentirsi orgogliosamente romano, convinto come era della missione civilizzatrice di Roma. La sua opera, i Rerum gestarum libri XXXI, si sviluppava in origine lungo un arco temporale di 282 anni, dal 96 d.C. al 378, ponendosi come continuazione dell’opera di Cornelio Tacito. Tuttavia, i primi tredici libri sono andati perduti, sicché i rimanenti diciotto riguardano il periodo che va dal 353 al 378, anno quest’ultimo della morte di Valente nella Battaglia di Adrianopoli.
Lo scrittore antiocheno racconta (XIX,11) che nel 357 le province danubiane avevano subito numerosi assalti e saccheggi da parte delle popolazioni barbare che ormai insidiavano con una certa frequenza i confini dell’impero romano. Costanzo II, non ritenendo opportuno intervenire in forze contro gruppi separati di barbari, stabilì di alternare la diplomazia a circoscritte azioni militari. Così, nel 358, l’imperatore, per porre riparo all’incalzante pericolo, lasciò il suo quartier generale a Sìrmio (odierna Sremska Mitrovica, in Serbia) e partì con un poderoso esercito per raggiungere la Valeria, che un tempo faceva parte della Pannonia ed era stata proclamata provincia romana con questo nome in onore di Valeria, figlia di Diocleziano. Mentre l’esercito era attendato sulle rive del Danubio, Costanzo osservava i barbari, i quali prima del suo arrivo, fingendosi amici, invadevano e saccheggiavano di nascosto le Pannonie, approfittando del fatto che il ghiaccio lasciato dal durissimo inverno, non ancora sciolto dal tepore primaverile, rendeva il fiume transitabile da entrambe le parti. Il piano di Costanzo era quello di affrontare a piccoli gruppi i Sarmati, un popolo di stirpe iranica affine agli Sciti e di civiltà feudale, e i Quadi, popolo germanico di stirpe suebica, al fine di costringerli, in parte con la forza e in parte con la diplomazia, ad accettare dei trattati di pace. Il primo passo consisteva dunque nell’attenuare la pericolosità dei Sarmati, “degni più di pietà che di risentimento”, allontanando dal Danubio i Limiganti, una tribù formata da ex-schiavi sarmati ribellatisi ai propri padroni. “Un tempo − dice Ammiano − gli abitanti di questo regno erano potenti e nobili, ma un’oscura congiura armò gli schiavi perché commettessero un delitto. Poiché per i barbari il diritto s’identifica di solito del tutto con la forza, gli schiavi, pari in ferocia, ma superiori per numero, vinsero i loro padroni, i quali, non riuscendo a prendere una decisione per la paura, cercarono rifugio presso i Victoali [popolazione gotica della Boemia] che abitavano una regione molto lontana, poiché ritenevano che fosse preferibile obbedire ai propri difensori (data lo loro triste condizione) anziché servire i propri schiavi”. Furono perciò inviati fra i Limiganti due tribuni, ciascuno accompagnato da un interprete, per cercare di sapere per quale motivo, abbandonate le loro sedi, dopo che dietro loro richiesta era stata concessa la pace assieme ad un trattato di alleanza, vagassero in quelle regioni ed attaccassero i confini violando gli accordi. I Sàrmati Limiganti addussero pretesti inconsistenti e vani e, costretti dalla paura a mentire, chiesero perdono al sovrano, supplicando i tribuni di riferire che si permettesse loro di passare il fiume e di recarsi da lui per informarlo dei mali che li affliggevano. Si dichiararono anche disposti, se così fosse stato deciso, ad andarsene in regioni lontanissime da quei confini. Così, al riparo di una continua pace e venerando la quiete come una dèa salutare, si sarebbero sottoposti agli obblighi e alla condizione di tributari. Costanzo, informato di ciò dai tribuni, esultò di gioia, credendo che in tal modo si sarebbe conclusa senza fatica un’impresa che egli aveva ritenuto di difficilissima soluzione, e così ammise tutti i barbari alla sua presenza. In conseguenza di questa decisione, fece allora scavare una trincea nei pressi di Acimincum (città della Pannonia) e fatto erigere un elevato terrapieno in forma di tribuna, fu dato l’ordine che alcune navi con a bordo legionari armati alla leggera, pattugliasero il fiume tenendosi vicine alle rive. I Limiganti, sebbene a loro non sfuggisse che si facevano questi preparativi, formulavano preghiere e se ne stavano a capo chino meditando però nel loro animo cose ben diverse da quelle che esprimevano con i gesti e le parole. L’imperatore salì dunque sulla tribuna, e pensando di rivolgersi a persone che stessero ormai per divenire sudditi obbedienti, si apprestava a pronunciare un discorso molto mite, quando, inprovvisamente, uno dei Limiganti, preso da violento furore, scagliò una scarpa verso la tribuna e gridò: «Marha, marha» (che è il loro grido di battaglia). Lo seguì una disordinata moltitudine, la quale, sollevato un vessillo barbarico, si scagliò con urla feroci addirittura contro il sovrano. Questi, osservando dall’alto che tutta la zona era coperta da una turba armata di giavellotti che correva da ogni psrte, e vedendo nelle spade sguainate e negli spiedi l’avvicinarsi della morte, si confuse fra i suoi e i barbari, e senza che nessuno riuscisse a riconoscere se fosse un comandante o un semplice gregario, evitando il più possibile di perdere tempo in indugi e in inutili esitazioni, salì su un veloce cavallo e scappò dandosi a una corsa sfrenata. Diffusasi ben presto la notizia che l’imperatore aveva rischiato la vita e che ancora si trovava in pericolo, l’esercito, ritenendo che il suo primo dovere consistesse nel portargli aiuto, con assordanti grida di guerra si lanciò contro le caterve di barbari, e sfogando il furore contro un nemico ritenuto sleale, fece a pezzi tutto ciò che incontrava, calpestando senza alcun riguardo vivi, feriti e morti.
Questi sono gli eventi riportati da Ammiano Marcellino, il quale conclude dicendo che i Sàrmati Limiganti furono mandati ad occupare una regione lontana dal Danubio, mentre sul trono dei Sarmati rimasti vicino alla frontiera fluviale, Costanzo pose un giovane principe a lui fedele di nome Zizais.

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8 risposte a Il primo lancio di scarpe contro un capo di Stato

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