HORA QUOTA EST? / Che ore sono?

PARTITIO DIEI

LA SUDDIVISIONE DEL GIORNO PRESSO GLI ANTICHI ROMANI

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Dic mihi, sodes, quota hora est?

Dum quaeris, amice, hora fugit! Utcumque, iam hora diei quinta est.

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Dimmi, per favore, che ora è?

Mentre lo chiedi, amico, l’ora fugge! È già, comunque, la quinta ora del giorno.

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di Ciro A. R. Abilitato

Il sistema di divisione del giorno naturale in uso presso gli antichi Romani distingueva due periodi maggiori: il dì (dies) o tempo diurno (tempus diurnum), che si estendeva dalle 6 del mattino alle 6 della sera (ossia dall’alba al tramonto), e la notte (nox) o tempo notturno (tempus nocturnum), che si estendeva dalle 6 della sera alle 6 del mattino (cioè dal tramonto all’alba).

Ciascuno di questi due periodi fondamentali (tempus diurnum e tempus nocturnum) era a sua volta suddiviso in 4 parti di tre ore, equivalenti a vere e proprie fasce orarie. Si aveva così un horarium diurnum, cioè una ripartizione oraria del tempo diurno, e un horarium nocturnum, ossia una ripartizione oraria del tempo notturno. L’intero giorno risultava così ripartito in otto fasce orarie di tre ore ciascuna, dette parti del giorno (partes diei), di cui 4 risultanti dalla divisione in parti uguali del tempo diurno e 4 risultanti dalla divisione in parti uguali del tempo notturno.

Chiaramente, questo sistema, che è di tipo strettamente solare o naturale, in quanto basato sul sorgere e il tramontare del sole e non sull’uso di orologi, comporta che la durata dell’ora non sia una unità di misura costante del tempo, ma una misura soggetta a variazioni, perché dipendente dall’estensione della fascia oraria diurna o notturna dei diversi giorni dell’anno. Di conseguenza, soltanto agli equinozi, quando il dì e la notte hanno uguale durata, tutte le 24 ore del giorno romano avevano la stessa estensione, in quanto solo allora le 4 fasce orarie diurne avevano durata esattamente uguale a quella delle 4 fasce orarie notturne. In tutti gli altri periodi dell’anno le 4 fasce orarie diurne (uguali fra loro in un solo giorno, ma non tra un giorno e un altro) non avevano la stessa durata delle 4 fasce orarie notturne (anch’esse fra loro uguali solo in un giorno, ma non tra giorni diversi).

In estate, per esempio, poiché il dì è più lungo della notte, le ore diurne del giorno romano erano più lunghe delle ore notturne, mentre il contrario accadeva durante l’inverno.

Le quattro fasce orarie diurne ricevevano i nomi di Primo mane (primo mattino); Multo mane (mattino avanzato); Meridianum tempus (meriggio o tempo meridiano); Postmeridianum tempus (pomeriggio o tempo postmeridiano).

Il Primo mane iniziava alla I ora del giorno (hora prima diei), tra le 6 e le 7 del nostro giorno solare, e finiva all’ora III, le nostre ore 9. La seconda parte del mattino, detta multo mane, cioè mattino avanzato, si estendeva dalla III ora alla VI ora, cioè dalle ore 9 alle 12. L’hora sexta, compresa tra le 11 e le 12, segnava il culmine delle ore di luce e corrispondeva, al suo compiersi, al nostro mezzogiorno, che i Romani chiamavano Meridies. Pertanto il meriggio iniziava all’ora VI, il nostro mezzogiorno o ore 12, e finiva all’ora IX, ossia alle ore 15. Dall’ora IX all’ora XII, cioè dalle 15 alle 18, seguiva il tempo postmeridiano, vale a dire il pomeriggio, che riceveva anche il nome di Prima vespera, perché il sole cominciava a declinare, di modo che, l’ultima ora di questa fascia oraria, tra le 17 e le 18, coincidendo col tramonto del sole, veniva ad essere la prima ora della sera.

Un altro modo che i Romani usavano per distinguere le 4 fasce orarie del tempo diurno consisteva nel contare le ore a tre a tre fino all’ora XII, cioè fino alle ore 18. Così, dire di “essere alle prime ore, alle terze ore, alle seste ore, alle none ore” significava rispettivamente che si era nel primo mattino (primo mane), nel tardo mattino (multo mane), nel tempo meridiano o meriggio (meridianum tempus), nel pomeriggio (postmeridianum tempus).

Il tempo notturno era a sua volta diviso in altre 4 fasce orarie, chiamate Vesper (sera); Prima nox (prima notte); Multa nox (notte inoltrata); Suprema nox (parte estrema, ultima, della notte), a ciascuna delle quali corrispondeva un turno di guardia detto, nel linguaggio militare, vigilia. La notte risultava così divisa in 4 turni di veglia (vigiliae), detti Prima, Seconda, Terza e Quarta Vigilia.

La I vigilia iniziava all’ora XII del giorno, le nostre ore 18, e finiva alla III ora della sera, le nostre ore 21, quando appariva nel cielo l’astro della sera Hesperus (Epero), ossia il pianeta Venere, lo stesso che prima dello spuntare del sole, al sopraggiungere dell’alba, veniva indicato col nome di Lucifer (Lucifero), che significa “apportatore di luce”. La II vigilia durava tutto il tempo della prima nox, che iniziava alla III ora della sera e finiva alla VI ora (le nostre ore 24). La mezzanotte era così la VI ora della notte e cadeva alla III ora della seconda vigilia. La III vigilia, dalla VI alla IX ora (dalle 24 alle 3), corrispondeva alla terza parte della notte, detta multa nox o provecta nox (notte avanzata, inoltrata, adulta). Questo periodo della notte, durante il quale non si misurava il tempo, costituiva la cosiddetta intempesta nox, ossia la notte profonda, un periodo considerato sfavorevole ad ogni azione. Era questo anche il tempo del conticinium, ossia il tempo del silenzio profondo.

La quarta parte della notte, chiamata suprema nox (ultima parte della notte), era quella durante la quale aveva corso la IV vigilia, che iniziava alla IX ora (le ore 3) e finiva alla XII ora (le ore 6). Era questo il tempo del gallicinium, ossia del canto del gallo, che si produceva in tre sessioni: intorno alla X ora (le 4), quando inizia il dilucolo; intorno alla XI ora (le 5), ossia all’alba, e tra la XII e la I ora (tra le 6 le 7), cioè al sorgere del sole. Questo orario era invariabile, cioè il sole sorgeva e tramontava sempre alla stessa ora, in quanto le ore del giorno non avevano durata fissa, ma erano più lunghe o più corte in relazione alla durata del tempo diurno e del tempo notturno di ciascun giorno dell’anno.

In origine, in mancanza di orologi, l’orario veniva determinato in base all’altezza del sole rispetto all’orizzonte e ad altri riferimenti del paesaggio, quali cime di monti, promontori, isole, cupole, tetti di edifici, torri e così via; e questo almeno finché non furono introdotti dalla Grecia i primi orologi solari e ad acqua. Originariamente, le Dodici Tavole (451-450 a.C.) stabilivano soltanto l’ora d’inizio e di fine delle attività giornaliere del Foro, cioè l’alba e il tramonto, e soltanto in un secondo momento entrò in uso la divisione antimeridiana e postmeridiana del tempo diurno. Per molti secoli, la funzione di orologio fu assolta dagli stessi edifici del Foro, soprattutto da quelli dell’area del Comitium. Nei giorni in cui il cielo era sereno, un araldo a servizio del console saliva due volte al giorno i gradini della Curia: la prima volta al mattino, per guardare verso sud-est e annunciare a voce alta il passaggio del sole tra i Rostra (situati sul lato volto a nord-est del Comitium) e la Graecostasis (situata sul lato volto a sud-est del Comitium); la seconda volta al tramonto, per guardare verso sud-ovest e annunciare il passaggio del sole tra la Columna Maenia e il Carcer Tullianum (conosciuto dal medioevo in poi col nome di Carcer Mamertinum).

Il primo orologio solare (horologium solarium o descriptum), comunemente detto meridiana, fu introdotto a Roma dal console Lucio Papirio Cursore verso il 291 a.C., cioè undici anni prima della guerra contro il re dell’Epiro Pirro (280-275 a.C.), e fu collocato nel Foro davanti al tempio di Quirino.

Trent’anni più tardi, nel 263 a.C., al principio della Prima Guerra Punica, il console Manio Valerio Messalla Corvino, avendo vinto Gerone II e i Cartaginesi in Sicilia, e liberato Messina (donde il soprannome Messalla), riportò a Roma, come bottino di guerra, il quadrante dell’orologio solare della città di Catania, che fece collocare sul frontone del Comitium, nel Foro, affinché gli abitanti dell’Urbe se ne servissero per regolare le loro attività giornaliere. In tal modo, come dice Plinio il Vecchio «i romani osservarono per circa un secolo l’orario dei Catanesi, anche se è pensabile che essi continuassero nel vecchio uso di determinare l’ora dall’altezza del sole, dato che per gli abitanti di Roma quell’orologio andava fuori tempo».

Nel 164 a.C., il censore Quinto Marcio Filippo fece costruire, con grande riconoscenza della cittadinanza, un horologium solarium adatto alla latitudine di Roma, e lo fece installare nel Foro accanto a quello di Messalla Corvino. Da allora l’uso degli horologia solaria cominciò a diffondersi ovunque, e se ne realizzavano in svariate dimensioni, dai portatili, della grandezza di una moneta (come quelli ritrovati ad Horbach e ad Aquileia), al grande Horologium Augusti, progettato dal matematico Facondio Novo e fatto installare nel 10 a.C. da Ottaviano Augusto in Campo Mazio. Lo gnomone, in granito rosso, di questo orologio fu portato dallo stesso Augusto dalla città di Eliopoli, in Egitto, insieme all’Obelisco Flaminio, ed è attualmente l’obelisco di Piazza Montecitorio (altezza 21,79 m.; col basamento e il globo, 33,97 m), risalente al tempo del faraone Psammetico II (595-598 a.C.).

Il primo orologio ad acqua (clepsidra), la cui particolarità consisteva nel poter essere utilizzato anche di notte e nei giorni senza sole, fu invece introdotto dalla Grecia verso il 159 a.C dal censore Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo. La diffusione di questo tipo di orologi nel mondo romano e tra i popoli dell’impero consentì di suddividere il giorno naturale secondo un sistema orario universale, basato sulla durata fissa dell’ora. La clessidra a sabbia o clepsamia (fr. sablier) è l’evoluzione della clessidra ad acqua. Si cominciò ad usarla nel medioevo (XII secolo) come orologio da viaggio, e quindi negli spostamenti per terra e per mare.

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Le ore del giorno romano vanno enumerate come di seguito indicato.

dalle 6 alle 7 – hora prima

dalle 7 alle 8 – hora secunda

dalle 8 alle 9 –  hora tertia

dalle 9 alle 10 – hora quarta

dalle 10 alle 11 – hora qiunta

dalle 11 alle 12 –  hora sexta

dalle 12 alle 13 – hora septima

dalle 13 alle 14 –  hora octava

dalle 14 alle 15 – hora nona

dalle 15 alle 16 – hora decima

dalle 16 alle 17 – hora undecima

dalle 17 alle 18 – hora duodecima

dalle 18 alle 21 – prima vigilia

dalle 21 alle 24 – secunda vigilia

dalle 24 alle 3 – tertia vigilia

dalle 3 alle 6 – quarta vigilia

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Per la conversione delle ore romane nelle nostre e viceversa, si operi nei seguenti modi:

1) l’ora romana + 6 dà l’ora del nostro sistema; esempio: hora VI + 6 = ore 12 (il mezzogiorno per i Romani);

2) l’ora nostra meno 6 dà l’ora romana; es.: ore 15 – VI = hora IX; ore 7 – VI = hora I (prima); ore 19 – VI = “hora XIII”, ma l’ora tredicesima non esitste per i Romani, quindi hora I vesperi (prima ora della sera).

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9 risposte a HORA QUOTA EST? / Che ore sono?

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